10 novembre 2014

Molestie in video: cosa dimostrano?

Una ragazza cammina per le vie di New York per 10 ore, filmata da un complice. Alla fine della giornata i guru di Hollaback! , l’associazione impegnata nella lotta alle molestie sessuali in luoghi pubblici che ha organizzato l’esperienza, compiono la poco sorprendente scoperta che una donna è quotidianamente oggetto di innumerevoli tentativi maschili di approccio, più o meno sgradevoli. Ottimo colpo a livello comunicativo: da una settimana la notizia ha animato commenti o indignazioni nei blog e quotidiani che si sono occupati della notizia, ispirando prove analoghe in tutto il mondo (anche a Roma ) e una parodia in cui è un uomo a verificare le reazioni pubbliche alla sua silenziosa camminata. Dibattito sterile, a dirla tutta: la sostanziale ovvietà dell’informazione veicolata dai video ha spinto ogni commentatore a esprimere e rafforzare le proprie opinioni in materia di stile relazionale tra uomini e donne. Così chi tende al maschilismo ha sostenuto come i comportamenti di approccio siano sani e universali, le femministe hanno sottolineato la violenza di una molestia che mai lascia in pace, i buonisti hanno evidenziato che nei video mancano uomini bianchi e parlano di razzismo. Inevitabile, visto che il termine “esperimento sociale” con cui tali esperienze sono definite è scorretto: si tratta forse di candid camera non divertenti, barzellette tristi che hanno il merito di coinvolgere emotivamente attraverso l’identificazione coi protagonisti ma che proprio non possono essere definite scientifiche. Tralasciando l’assenza di un gruppo di controllo, non vi è traccia di quell’ etica sperimentale che impone di esplicitare finalità e rischi di una ricerca ai partecipanti, che dovranno essere consenzienti e pienamente in grado di intendere e di volere. Gli uomini ripresi possono a buon diritto essere risentiti per essere stati filmati a loro insaputa e oltraggiati dall’interpretazione attribuita al loro comportamento, che semplifica e stigmatizza la loro complessa identità. Eppure c’è stata un‘epoca in cui esperimenti sociali orditi dalla scienza ufficiale risultavano feroci per i soggetti coinvolti e spaventosi per le loro conseguenze. Induzione di fobie in un neonato negli anni del comportamentismo radicale, di balbuzie in soggetti adulti, di razzismo in una classe scolastica, ad esempio (per approfondire leggi qui ). E poi ci sono i classici dell’epopea della psicologia sociale, tra gli anni '60 e '70 del secolo scorso. L’incredibile esperimento di Milgram sull’obbedienza al potere – ricostruito in un intenso documentario della BBC – è del 1961, in pieno processo al nazista Adolf Eichmann che di lì a poco avrebbe ispirato l’interrogativo sulla genesi della cieca obbedienza agli ordini che muove la Banalità del male. Milgram ordinò a 40 partecipanti volontari di somministrare scosse elettriche di intensità crescente a un suo complice quando falliva le risposte di un quiz cognitivo; in realtà nessuna scossa era somministrata. La maggior parte dei soggetti cercava di sottrarsi al compito allorché si raggiungevano i voltaggi più elevati contrassegnati dalle etichette “pericolo: shock grave”, rinforzate dall’audio dei complici che cominciavano a gridare “lasciatemi andare”. Ma l’autorità dello psicologo in camice bianco dell’Università di Yale e semplici frasi come "continui per favore" o "non ha altra scelta, deve andare avanti" spinsero ben l’84% dei soggetti a somministrare ulteriori scosse, ritenute mortali. Nell’esperimento di Zimbardo del 1971 invece gruppi di studenti vennero arbitrariamente divisi in guardie e prigionieri in un contesto simil carcerario: l’attribuzione di ruolo portò velocemente a vere violenze. “In soli pochi giorni, le guardie divennero sadiche, mentre i prigionieri manifestarono segnali di depressione e di stress estremi”, ricorda Zimbardo nel suo L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? Esperimenti privi di etica, dunque, ma in grado di accrescere la conoscenza scientifica. Da qui la domanda, quanto mai attuale per gli scienziati: quanta libertà altrui siamo disposti a sacrificare per arrivare alla conoscenza?


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