06 aprile 2017

Morire per un selfie

di Domenico Marcella

Gavetta addio. Meglio guadagnarsi il consenso su un social network pieno zeppo di selfie e video-selfie necessari per il conseguimento dei famigerati 15 minuti di celebrità, pronosticati a ogni abitante del pianeta da quel genio di Andy Warhol. Terra delle più disparate conquiste e palestra in cui ci si allena per la scalata sociale, il web da un abbondante decennio ha infranto tutti gli schemi basati sul merito e sulle capacità individuali, generando un ormai irreversibile processo di mutazione sociale. Attraverso un semplice e naturale esercizio di libero arbitrio, infatti, ognuno può mettersi in vetrina davanti a un sovrannumero di famelici follower e inebriarsi nell’elettrizzante illusione di avere un pubblico al quale narrare la propria vita, le proprie opinioni e le proprie cretinerie. Con gran divertimento, l’icona della Pop Art ha consegnato alla storia la sua brillante profezia durante una personale tenutasi al Moderna Museet di Stoccolma nel 1968. Un’affermazione, quella di Warhol che – avendo universale valenza espressiva – ha consentito ai più di metabolizzarla per trarne interesse e vantaggio. Sedotto dalla fama – musa incontrastata di tutta la sua produzione artistica – e da chiunque facesse qualcosa prima degli altri, Warhol intuì che un giorno il mondo si sarebbe arreso al potere seduttivo, subdolo e cinico dei nuovi media, riuscendo con le sue serigrafie e i suoi esperimenti cinematografici a sovvertire i canoni tradizionali. Sapeva che da lì a poco le nuove divinità sarebbero state le celebrità, e che le nuove celebrità sarebbero state le persone comuni. Tutto quello che l’artista sperimentò lo si evince integralmente anche nel meraviglioso saggio di Vanni Codeluppi La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui della società (Bollati Boringhieri, 2007) che analizza come l’immersione nel mondo virtuale abbia generato delle vere e proprie devianze comportamentali: «La vetrina è una perfetta metafora del modello di comunicazione che tende oggi a prevalere. Se l’individuo si mette in vetrina, si espone allo sguardo dell’altro e non si può più sottrarre a tale sguardo. Vetrinizzarsi non è semplice mostrarsi, che comporta la possibilità di trattenere qualcosa per sé. È un atto che implica un’ideologia della trasparenza assoluta, implica cioè l’obbligo di essere disponibili a esporre tutto». Con le piattaforme multimediali a quotidiano uso e consumo, ogni individuo soddisfa la sfrenata voglia di notorietà, misurando il proprio ego attraverso i like ricevuti. La moltiplicazione del quoziente di fama in alcuni casi, però, raggiunge proporzioni talmente imbarazzanti da spingere i soggetti più desiderosi di apparire verso una deriva spaventosamente estrema. Se negli anni Settanta/Ottanta i bulli di quartiere impennavano il motorino e correvano su una ruota per incantare la reginetta della scuola, oggi i ragazzini – un filino più assetati di pericolo – posano spavaldi sui binari, davanti al sopraggiungere dei convogli ferroviari. Il rischio di essere travolti non li inibisce ma – pervasi da un insano delirio di onnipotenza,  senza riflettere sulle drammatiche conseguenze – sfidano la morte per abbattere la noia, per darsi una scarica di adrenalina, per autoaffermare un primato, per riscattarsi e mostrarsi invulnerabili, per ottenere valanghe di apprezzamenti e quintali di condivisioni. «Se ce l’hai fatta tu ce la posso fare anche io» si legge tra i commenti a un selfie sulle rotaie condiviso su Instagram da una ragazzina – più bambina che adolescente, con la tipica espressione marmorea di chi dissimula terrore e incoscienza –, lasciando esplicitamente intendere che l’emulazione della folle impresa non sarà certo un utopico sospetto (e la cronaca recente lo conferma). Già in molti lo hanno fatto e in molti altri continueranno a farlo, fino a quando il prossimo imperativo categorico dettato dalle tribù virtuali prenderà il sopravvento. L’ultima moda che spopola fra i ragazzi statunitensi – da sempre precursori di agghiaccianti imprese – è l’Eraser Challenge ovvero lo sfregamento estenuante di una gomma abrasiva sulla pelle. Dopo essersi procurati una vistosa ferita sul braccio o sulla gamba, i “vincitori” dimostreranno all’universo-mondo che li osserva compiaciuto sui social di essere dei virtuosi dall’elevata soglia di resistenza al dolore. Lecito in conclusione chiedersi se Andy Warhol avesse previsto anche la consacrazione di un’emozione così estrema, generata dal mal di vita esistenziale dei quattordicenni. Probabilmente no, ma aveva compreso che tutti noi – almeno una volta nella vita – avremmo giocato nel nostro microcosmo qualche effimero asso per garantirci quindici minuti di celebrità, senza mai neppure caldeggiare l’idea di partecipare al campionato di roulette russa sui binari che – più di un gesto temerario – altro non è che una disperata richiesta d’attenzione agli adulti, creatori di un mondo a getto continuo che celebra, premia, emargina e uccide con un clic.

 


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