17 maggio 2020

Naufraghi digitali, la distopia della nostra identità in rete

 

Nel 2012 la Febelfin, la Federazione belga per il settore finanziario, organizzò una campagna di sensibilizzazione con la collaborazione del giornalista Duval Guillaume. Nel centro di Bruxelles un sedicente chiaroveggente riusciva a indicare a chiunque si rivolgesse a lui dettagli sulla sua vita impossibili da conoscere per un perfetto sconosciuto. Alla fine di ogni sessione, il “medium” mostrava la fonte dei propri poteri: un computer e un hacker sufficientemente bravo nel reperire informazioni riservate comprese ‒ tra cui naturalmente, anche quelle di natura finanziaria ‒ nel giro di pochi minuti. Il video, disponibile su YouTube, terminava con il messaggio “tutta la tua vita è online e può essere usata contro di te: sii vigile”.

 

A oggi è possibile affermare che tale appello sia rimasto sostanzialmente inascoltato. Tanto più siamo dipendenti dall’uso della rete quanto maggiore diventa la nostra vulnerabilità a una moltitudine sempre più ampia e varia di minacce. Sarebbe tuttavia inutile puntare il dito soltanto sulla nostra persistente pigrizia nell’usare ovunque la stessa password. La proliferazione degli attacchi informatici e dei data breach è tale che nessuno può affermare con certezza di avere tutti i propri dati on-line al sicuro. Soprattutto perché la nostra esistenza digitale passa necessariamente dall’uso di una moltitudine di portali e spesso i primi rischi per i dati derivano proprio da falle della sicurezza che hanno colpito le società che veicolano questi servizi. Il sito haveibeenpwned? riporta una meticolosa lista di portali soggetti, nel corso degli ultimi anni, a data breach: un elenco spaventosamente lungo. I soggetti coinvolti sono di ogni ordine, dimensione e tipologia: grandi società provider di servizi di posta elettronica, siti per l’intrattenimento, siti governativi.

 

Fino a poco tempo fa era ancora piuttosto diffusa l’idea di poter ricorrere a una drastica via d’uscita da questo stato di rischio perenne di disconnettersi dalla rete. Il Coronavirus e il conseguente lockdown su scala globale hanno spazzato via la speranza di ritornare a un passato ormai perso per sempre. La pandemia sembra destinata a costituire un punto di non ritorno per cui, d’ora in avanti, la vita digitale sarà pienamente fusa con ogni altra componente che va a costituire la nostra esistenza e la nostra immagine nella società. Saremo sempre più riconoscibili, e pertanto valutati e trattati dagli altri, sulla base dei nostri comportamenti, delle nostre scelte, soprattutto sulla base delle informazioni che mettiamo a disposizione della rete. Veicolare informazioni personali sarà sempre meno un esercizio di liberalità, poiché queste verranno sia sempre più pretese a livello istituzionale, sia imposte dalla necessità di non trovarsi del tutto esclusi dai nuovi paradigmi sociali. Più avremo bisogno della rete per vivere, più il peso della nostra identità andrà a posizionarsi su ciò che di noi è presente in rete, e ogni singola azione, che sia nostra o che sia il frutto di una manipolazione indebita da parte di una persona terza, lascia una traccia incancellabile.

 

Ai suoi albori Internet si è sviluppato anche come strumento per poter rifuggire dal resto della realtà e commettere azioni, nobili o riprovevoli, senza dover temere il contraccolpo sociale oppure, come testimonia ancora oggi l’espansione del dark web, legale. Paradossalmente, è molto probabile che sarà sempre Internet a uccidere ogni velleità di diritto all’oblio, rivelando ogni singolo nostro passo, dalla culla alla tomba, a chiunque possa essere interessato. Una sovraesposizione che muterà profondamente il modo in cui regoliamo la nostra vita a partire dal fatto che poiché su Internet nulla viene dimenticato, saremo tutti chiamati a non poterci permettere alcun errore, debolezza, incertezza e tutto ciò che può farci apparire in difetto.

 

Uno dei libri di fantascienza distopica degli ultimi anni più famosi e discussi è, senza dubbio, The Circle di Dave Eggers. Il romanzo racconta l’esperienza di una ragazza assunta in una compagnia fittizia della Silicon Valley che pare un’abominevole fusione tra Apple, Amazon e Facebook e che punta a monopolizzare qualunque dimensione di servizio alla persona possibile e (in)immaginabile attraverso la sua piattaforma on-line. Uno degli aspetti più d’impatto e disturbanti della storia sono i “colloqui” che la protagonista ha con le Risorse Umane da cui viene monitorata, valutata e giudicata esclusivamente per il suo comportamento sociale, che coincide col suo comportamento all’interno delle piattaforme social del Cerchio e dove un like messo per caso anni fa determina, attraverso gli algoritmi del software, un invito a un evento sociale a tema da parte di un collega. L’aver ignorato tale invito porta, appunto, l’azienda a prendere provvedimenti.

 

Questa iper-responsabilizzazione verso la nostra identità digitale è destinata a causare tensione, malessere e a incrementare il già preoccupante tasso di disturbi depressivi e della personalità legati alla pressione sociale. La dimensione paradossale sta nel fatto che buona parte di ciò che sarà il nostro identikit sul web non dipenderà affatto da noi bensì dagli altri.

 

Basti pensare al proliferare della diffusione non consensuale di contenuti intimi di donne e ragazze inviati ai partner. Una piaga salita recentemente agli onori della cronaca nazionale con la scoperta di gruppi su Telegram dedicati allo scambio di questo materiale, che spesso vedeva loro malgrado “protagoniste” anche minorenni e su cui le istituzioni stanno cercando di muovere i primi passi. Tuttavia, al netto del quadro legislativo, l’opinione pubblica tende a puntare il dito soprattutto contro le vittime, giudicate irresponsabili per aver veicolato tali contenuti sebbene in forma privata e verso persone che consideravano fidate. Una versione riadattata e aggiornata del vecchio mantra paternalista e maschilista “se non vuoi subire violenza non uscire proprio di casa”. Non importa se i responsabili sono, per l’appunto, i compagni/mariti/fidanzati e che il sexting sia una dimensione dell’intimità destinata a essere parte sempre più integrante nelle dinamiche di una relazione; la colpa sarà sempre delle utenti/vittime. Quando, nei prossimi anni, attraverso la diffusione su ampia scala dei deep fake, sarà possibile produrre qualunque tipo di materiale video ritraendo le fattezze del viso di una persona attraverso l’intelligenza artificiale a partire da una semplice foto, è sicuro che la vox populi internettiana punterà comunque il dito contro le vittime, nonostante usare foto del proprio volto on-line sia non solo necessariamente diffuso nell’Internet dei social, ma spesso obbligatorio nella compilazione di form per accedere a diversi servizi.

 

Le possibilità di manipolazione di ciò che è a noi associato on-line sono tanto ampie che, anche la sola diffusione di dati anagrafici fondamentali associata ad azioni diffamatorie può essere sufficiente a far patire l’inferno alla vittima designata; questo è il caso del doxing. In questo caso il diretto interessato non ha fatto nulla più di quanto sia stato costretto a fare come, per esempio, lasciare i propri dati personali per aderire a un qualche tipo di servizio on-line. Altre volte, è sufficiente la fruizione di un servizio per diventare possibile bersaglio di malintenzionati rischiando a volte anche la vita: come nel caso di uomini e ragazzi gay provenienti da Paesi con cultura prevalente tendenzialmente omofoba quali Marocco o Russia. Attraverso le modalità d’interazione sociale e di geolocalizzazione di app come Grindr, diversi uomini sono stati presi di mira da gruppi omofobi locali, i quali sono riusciti a risalire ai dati essenziali e hanno potuto perseguitare le loro vittime semplicemente usando i dati messi a disposizione dell’app, senza dover ricorrere ad alcuna forma di hackeraggio.

 

Il futuro che si prospetta vedrà quindi da un lato la società e gli attori istituzionali spingere sempre più verso l’iper-responsabilizzazione nei confronti del nostro comportamento in rete. Al contempo, aumenterà la sensazione di rassegnazione rispetto al fatto che ogni giorno possa accadere di venir colpiti in rete da qualcuno a noi ostile per le ragioni più disparate e attraverso mezzi ancor più disparati contro i quali abbiamo ben poco da opporre. Una miscela che inesorabilmente porterà a vivere la dimensione digitale in maniera sempre più ansiogena e che potrebbe a pieno titolo diventare il “mal de vivre” del nostro secolo. Con le spalle al muro, la sola difesa per evitare di venire colpiti dalla rete è quella di non dare adito a chicchessia di considerarci bersagli appetibili agendo on-line nella maniera più anonima, grigia e insignificante possibile, evitando che interessi, gusti e peculiarità della propria personalità possano essere rintracciati e analizzati a partire dai motori di ricerca. Una reazione comprensibile, seppur non risolutiva, nella misura in cui la propria presenza digitale non sarà semplicemente volta ad apparire, ma riguarderà una vera e propria parte del proprio essere sociale.

 

Rimane infine da affrontare un ultimo punto, ossia la prospettiva che i governi e le istituzioni a livello globale, a vario titolo, possano far leva su queste ataviche insicurezze, invece di battersi per garantire maggiore sicurezza alla propria cittadinanza, per finalità di controllo politico e sociale. Per anni Internet è stato visto dai politici di tutto il mondo come uno spazio anarchico, una variabile impazzita e pericolosa, da temere. Le Primavere arabe, i casi Snowden e WikiLeaks sono solo gli esempi più evidenti di come la rete sia stata capace di scuotere le fondamenta politiche e destabilizzare Stati e istituzioni molto potenti, a partire dalla macchina burocratica e governativa degli Stati Uniti. Da qui la necessità, anzi l’ossessione, da parte degli Stati, soprattutto quelli più autoritari, di normare la rete.

 

Il Parlamento dell’Ungheria dei “pieni poteri” ad Orbán in risposta all’emergenza Covid-19 ha appena approvato una misura di legge che sospende la normativa europea GDPR per il trattamento dei dati personali. Un Internet sul modello cinese è sempre stato visto da chi vive in democrazia come uno spauracchio distopico. Eppure, di fronte alla consapevolezza che la propria presenza on-line sia alla mercé di fenomeni impossibili da arginare, sempre più persone potranno trovare desiderabile il “caldo abbraccio” governativo in un ambiente on-line rigidamente controllato e monitorato, anche a costo di sacrificare una larga fetta della propria libertà personale.

 

La rivoluzione digitale è stata spesso salutata con toni entusiastici, ed effettivamente non può essere negato l’impatto positivo sulle nostre vite in termini di comodità e benessere. Tuttavia, si tratta di un processo che corre secondo ritmi troppo rapidi rispetto alla capacità di una società di assorbirne le dinamiche. Abbiamo speso gli ultimi anni a metterci inconsapevolmente nella condizione di diventare un bersaglio, ovunque, per chiunque e per qualunque ragione: che sia per ottenere soldi, per parassitare il processore del nostro PC, per minare bitcoin oppure perché la nostra identità di genere, sessuale, etnica viene considerata da qualcuno meritevole di biasimo o vera e propria persecuzione.

 

In assenza di un serio dibattito a livello sociale e istituzionale sull’impatto vitale che la rete ha nella vita di tutti è molto probabile che il crescendo di frustrazione dettato dall’impotenza di fronte al Behemoth tecnologico conduca a spinte verso misure draconiane, portandoci incontro a un Internet del tutto diverso da quello che oggi conosciamo e che, pur caratterizzandosi sempre più come un Leviatano che tutto avvolge, consente ancora margini di libertà nell’espressione del sé, soprattutto su elementi osteggiati dal mainstream sociale.

 

La storia del secolo che precede il nostro non può che esserci maestra nel mostrare come dallo stato di crisi dettato da diversi fattori si scatenino forze incontrollabili, violente e negative. È stata la paura, nel Novecento, a dare le chiavi del potere ai totalitarismi in Europa. Oggi potrebbe essere sempre la paura, questa volta verso l’inesorabilità di dover mettere su uno spazio infinito e incontrollabile la nostra intera esistenza, a condurci verso lo stesso, tragico pattern.

 

Crediti immagine: REDPIXEL.PL / Shutterstock.com

 


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