26 marzo 2020

Nella pandemia, la scomparsa dello sport

 

La sostanziale scomparsa dello sport è una delle conseguenze più evocative, sebbene tra le meno drammatiche, di questo momento epocale delle nostre vite. Solo le due guerre mondiali, prima del Coronavirus, erano state capaci di portare alla sospensione di quello che è un elemento fondamentale della nostra vita associativa, non solo a livello di pratica, quanto sotto l’aspetto della socialità. E – va detto – le guerre mondiali, in tutta la loro tragedia, sono avvenute comunque in un secolo e in un’epoca nei quali lo sport, passione popolare per eccellenza, non era ancora a tutti gli effetti un’industria caratterizzata dalla complessità attuale, strutturalmente ed economicamente parlando.

 

Lo scoppio pandemico del Coronavirus e i mortificanti bollettini dei malati e dei decessi causati dal Covid-19 hanno reso possibile una eventualità che, semplicemente, era impossibile da prevedere e così, nell’arco di un paio di settimane, da quello di base allo sport d’élite, ecco le interruzioni. Prima alcuni dei principali campionati di calcio europei, quindi Champions League ed Europa League, queste ultime sotto l’egida di una UEFA la quale, dopo un silenzio troppo lungo e tentennamenti vari, ha anche rinviato di un anno l’Europeo previsto per i mesi di giugno e luglio; per non parlare dello stop a tempo indeterminato della NBA (National Basket-ball Association), la lega della pallacanestro che – secondo molti – non si sarebbe mai potuta fermare; poi Formula 1, MotoGP e tutta una serie di eventi di rilievo internazionale e locale che hanno privato chi si trova in casa, bloccato dai lockdown, di un’occasione di evasione che, in buona sostanza, avrebbe dato un senso di normalità ad una quotidianità tutto fuorché ordinaria. L’ultimo baluardo sportivo a cadere, in ordine di tempo, è anche il più fragoroso: martedì 24 marzo il CIO, il Comitato olimpico internazionale, ha ufficializzato il rinvio al 2021 delle Olimpiadi di Tokyo 2020. Una decisione storica, la cartina al tornasole di un mondo capovolto nelle sue certezze.

 

Ancora un mese fa, tutto ciò era inimmaginabile: che lo sport sarebbe stato interrotto non era un argomento di discussione. Gli stessi protagonisti dello sport business faticavano a rendersi conto del pericolo, ed così che si spiegano i provvedimenti iniziali – alcuni eventi rinviati e recuperati poco oltre, alcune partite con gli stadi a porte chiuse, altre con il pienone – i quali, letti ora (e al netto della patetica litigiosità dei contendenti interessati al proprio guicciardiano particulare), confermano l’incapacità di una certa classe dirigente sportiva di rapportarsi a una fase emergenziale, quasi ritenendo che lo sport fosse esente, per chissà quale motivo, dalle minacce di un mondo nel cui contesto è invece pienamente inserito.

 

Quando lo sport ha capito la gravità della crisi sanitaria era già sufficientemente tardi, tuttavia per paradosso si è assistito per la prima volta in tempi recenti alla fragorosa caduta dell’assunto secondo cui lo spettacolo deve sempre andare avanti, tanto più che, in alcune circostanze (i tornei 2019-20 di diversi sport) è verosimile, data l’impossibilità di chiudere la stagione, la neutralizzazione di classifiche e verdetti. E dire che, ancora a metà marzo, persino nei protagonisti di alcuni sport la sensazione era quella che si sarebbe proseguito. Ad esempio, Lewis Hamilton, campione del mondo di Formula 1, aveva commentato con un amaro «cash is king» la decisione del Circus di volare in Australia per il primo gran premio stagionale – poi tardivamente cancellato dopo un ravvedimento dovuto alle prime positività nello staff McLaren – in piena pandemia.

Non si può scherzare, del resto, con una delle crisi più complicate e inattese dal secondo dopoguerra ad oggi, e in questo senso – si pensi all’Italia – ancor più che l’assenza dello sport dei grandi fa specie la triste solitudine dei campetti di  periferia, quelli aperti al pubblico prima di questa inedita situazione, ora svuotati per decreto dei ragazzi e dei bambini che li affollavano per divertimento, per passare un pomeriggio, come da piccoli abbiamo fatto tutti. Lo sport di squadra è assembramento. Lo sport di squadra, pertanto, è di fatto vietato. Il disarmante impatto della vicenda che stiamo vivendo lo si può leggere anche in questa chiave.

Ritornerà: prima o poi si ricomincerà a giocare e a correre, ma verosimilmente non sarà la stessa cosa. L’incertezza consente a qualcuno – con scarsa lungimiranza – di pensare che basti schiacciare un pulsante per vedere tutto riprendere in un dato momento come nulla fosse, ma la realtà lascia supporre che, ad esempio, prima di rivedere gli stadi aperti al pubblico passeranno diversi mesi.

Al mondo dello sport serve però pensare, ora per il futuro, a come vorrà essere, perché ripartire da ciò che si è lasciato sarebbe insensato e lo shock può paradossalmente favorire un processo di mutamento. Il calcio, mai come in questi giorni globale e globalizzato nella sua interruzione pressoché totale, necessita ad esempio di un cambio di paradigma: piaccia o non piaccia, la sua economia e la sua fruizione attuale sono ben diverse da quelle di 50 anni fa, ma il modello di base è il medesimo e, in questa contingenza, con decisioni prese a macchia di leopardo e in momenti diversi, ha mostrato tutta la sua inattualità e incoerenza. Ecco perché non ci sarebbe da stupirsi se, nei prossimi mesi, tornassero di stretta attualità i discorsi relativi ad una futuribile superlega europea, capace di prendere decisioni autonomamente – in stile NBA – potendo decidere del proprio destino. Dopo tutto, la stessa fruizione prettamente televisiva (in senso lato: sarebbe meglio parlare di broadcasting, a prescindere dalla piattaforma) dello sport di vertice ha essa stessa da tutelare interessi peculiari. Prevedere una decrescita dei tornei nazionali a fronte di una fuga in avanti dei club più ricchi e potenti – i quali peraltro già dominano i rispettivi tornei lasciando le briciole agli altri – non sembra affatto uno scenario di fantascienza. Quello, piuttosto, lo sport lo sta già vivendo.

 

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Immagine: Effetto Coronavirus, gli spalti vuoti dello stadio Juan Domingo Perón, Buenos Aires, Argentina (11 marzo 2020). Crediti: shu2260 / Shutterstock.com

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