7 luglio 2020

Notti tragiche. Il lato oscuro di Italia ’90

 

Nel trentennale di Italia ’90, che da un mese a questa parte si snoda sul filo dell’amarcord calcistico, emotivo e – ma in misura minore – politico ed economico, è sinora mancata una data, quella del 24 marzo 1990, due mesi e mezzo prima dell’inizio del torneo. Roma, piazza Santi Apostoli, il palco montato al centro dell’area ha una scenografia di impatto nella quale undici pupazzi della mascotte Ciao fanno da cornice a una lapide sulla quale campeggiano 16 nomi, sovrastati da una scritta drammatica: «Questa squadra non parteciperà ai Mondiali». È il palco della manifestazione “Per non morire sul lavoro” indetta dalla sezione laziale Fillea CGIL, il sindacato dell’edilizia, e i nomi sono quelli dei morti nei cantieri in regione da novembre a marzo: prima delle “notti magiche”, i giorni tragici.

Il costo di Italia ’90, ben al di là del conto economico la cui ultima rata fu inserita nel Bilancio di previsione 2015, fu pesantissimo per quanto concerne gli infortuni sul lavoro, e i dati ufficiali raccontano di cifre altissime, 24 morti e 678 feriti, e non ha alcuna importanza distinguere fra gli incidenti avvenuti all’interno dei cantieri degli stadi o delle opere ad essi collegati, come se il dato marcasse una differenza: i numeri, dietro ai quali si celano però le vite dei lavoratori, sono l’emblema di una situazione gravissima, più volte peraltro al tempo finita sulle pagine dei giornali e nelle aule parlamentari, nonché nei tribunali, per l’accertamento della regolarità delle procedure di appalto e subappalto, oltre chiaramente in merito alle condizioni di sicurezza.

Le opere di ristrutturazione, ammodernamento e, in alcuni casi, costruzione ex novo degli stadi erano cominciate nella primavera del 1987, dopo la pubblicazione della legge 65/87 sull’impiantistica e lo sblocco del denaro necessario, e le prime due morti bianche si verificarono poco più di un anno più tardi a Genova, nel cantiere dello stadio Ferraris. Poi Bologna, Torino, Palermo, i lavori esterni: nella gran parte dei casi, a causare gli infortuni mortali era la violazione delle norme di sicurezza, ma – come nota Sergio Raimondo nel numero monografico della rivista Lancillotto e Nausica dedicato a Italia ’90, nel 2018, in merito ad un incidente mortale avvenuto nel cantiere del Delle Alpi di Torino – troppo spesso le descrizioni delle dinamiche denunciavano «la mistificazione con cui si usava attribuire le cause della tragedia a una vaga fatalità a fronte di precise violazioni delle pur blande norme sulla sicurezza allora in vigore». L’assenza di controlli a tappeto e il pullulare di subappalti fuorilegge illustrano un quadro disarmante, ben evidente tanto nelle cronache giornalistiche dell’epoca quanto nei resoconti dell’attività parlamentare conservati negli archivi di Camera e Senato e disponibili anche on-line.

Illuminante, in questo senso, l’audizione del ministro del Lavoro, il democristiano Carlo Donat-Cattin, nella XI Commissione parlamentare sul lavoro pubblico e privato di giovedì 7 settembre 1989, una decina di giorni scarsi dopo il gravissimo incidente (30 agosto) che aveva provocato la morte di cinque operai – l’ultimo sarebbe morto proprio la mattina dell’audizione – nel cantiere dello stadio di Palermo. Incalzato principalmente dall’onorevole Giovanni Russo Spena di Democrazia proletaria e dal comunista Novello Pallanti, Donat-Cattin rendiconta pedissequamente l’accaduto e i suoi prodromi, ma nell’intervento non c’è assunzione di responsabilità istituzionale, anzi al contrario leggi e norme fungono da attenuanti. I conti con Italia ’90 la politica non li ha mai fatti, è già stato notato. Tocca al deputato Pallanti, già sindacalista, prendere a pretesto il Mondiale e allargare il discorso notando che «dall’installazione dei cantieri ad oggi sono morti negli stadi dodici lavoratori. I morti per infortuni ed incidenti sul lavoro hanno subito in Italia dal 1987 ad oggi un costante, pauroso incremento: dai dati di cui dispongo, vi sono stati 2.056 morti nel 1987, 3.026 nel 1988, mentre i primi sei mesi del 1989 mostrano una tendenza in crescita».

A maggior ragione, è significativo rilevare come due mesi prima dall’incidente di Palermo, nel giugno 1989, la CEE avesse emanato la direttiva quadro europea 89/391, che stabiliva norme base di sicurezza per i lavoratori in tutta Europa, norme che ogni singolo Paese avrebbe poi potuto inasprire. Direttiva in Italia a lungo disattesa, sebbene sia ancora oggi considerata un cardine nel corpus normativo, tuttavia inosservata in numerosi cantieri mondiali.

Le 24 morti bianche dei Mondiali, e la manifestazione di Piazza Santi Apostoli che contribuì alla contronarrazione delle sorti di Italia ’90, servirono tuttavia per riportare il problema della sicurezza sul lavoro in auge, e non a caso nel 1994 in Italia venne pubblicata in Gazzetta Ufficiale la legge 626, primo passo verso una regolamentazione più organica come quella contenuta nella 81/2008, il Testo unico in materia di sicurezza sul lavoro.

È evidente che la eco internazionale di una Coppa del Mondo di calcio ha la capacità di accendere i riflettori anche su alcune zone d’ombra, ed è questo il motivo per il quale, ad esempio, i grandi eventi (Mondiali di calcio e Olimpiadi) portano con sé a cadenza regolare le istanze della sicurezza sul lavoro e le polemiche per i drammi che si compiono nei cantieri. Senza addentrarsi nella carneficina – i cui dati ufficiali precisi non esistono – che sta insanguinando le opere di Qatar 2022, o nell’elenco dei 60 morti nella fase dei lavori di Sochi 2014, Mondiali e Olimpiadi fanno da megafono ad un problema del quale, in sé, non hanno colpe. Perché le colpe delle morti bianche non sono nell’assegnazione di un torneo o nei suoi preparativi, ma nella trasgressione delle regole di sicurezza, nella noncuranza delle norme più elementari, nella logica del massimo profitto a discapito della salute del lavoratore. Così, nei cantieri, si muore prima di Mondiali e Olimpiadi, ma anche dopo, e nel silenzio. Se non altro, il megafono dello sport consente di fare rumore, ma il vero dramma è proprio pensare che si debba arrivare a questo.

 

Crediti immagine: Foto di joko narimo da Pixabay

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