17 gennaio 2014

Orientamento e drop out

I ragazzi “drop out” sono coloro che, come sarà evidente dagli articoli precedenti, in relazione a una molteplicità di cause (afferenti a difficoltà individuali, a scontri relazionali, alla scarsa significatività percepita rispetto all’esperienza di istruzione, hanno deciso di abbandonare il contesto scolastico). I fattori che contribuiscono al fenomeno di abbandono possono essere scolastici o extrascolastici.

Tra i fattori scolastici si possono rubricare: le didattiche frontali ancora prevalenti (e dunque la professionalità degli insegnanti), le modalità relazionali e i modelli di interazione, le infrastrutture didattiche, la frequente difficoltà della scuola di lavorare in rete con altri servizi e attori del territorio, i modelli di integrazione scolastica.

I fattori afferenti invece all’extrascuola sono: il contesto sociale di deprivazione culturale nel quale il ragazzo è inserito (tra cui il livello culturale della famiglia di provenienza riveste un impatto decisivo), l’importanza attribuita alla formazione nel contesto relazionale del soggetto (l’influenza del gruppo dei pari, il valore attribuito all’istruzione o al “titolo” in famiglia, ad esempio), la condizione economica, ma anche la disposizione individuale nei confronti dell’apprendimento e gli interessi del ragazzo (ovviamente su questi ultimi hanno un’importante retroazione tutti gli altri fattori scolastici ed extrascolastici).

Come sono pervenuti a una scelta di scuola secondaria questi ragazzi? Vi sono due aspetti caratterizzanti l’orientamento ricevuto che potrebbero facilmente, e quasi a costo zero, essere modificati. Il primo riguarda l’impianto stesso del nostro obbligo di istruzione.

Mentre il diritto dovere all’istruzione prevede il raggiungimento di una qualifica di 2° livello EQF (il quadro europeo delle qualifiche), l’obbligo di istruzione (ovvero il periodo in cui obbligatoriamente occorre stare a scuola senza avere la possibilità di scelte alternative) è di tipo anagrafico ed è fissato ai sedici anni. Un ragazzo o una ragazza che hanno compiuto un percorso regolare, seppur accidentato, giungono dunque al termine della classe seconda del percorso di istruzione secondaria di secondo grado.

Quale potrà essere la motivazione di chi inizia un percorso che non concluderà? Il tema dell’interruzione dell’obbligo di istruzione dopo i primi due anni di un percorso è da affrontare con urgenza. I modelli sono molti, ma in tutti occorre riflettere se non sia il caso di rendere omogenea l’istruzione obbligatoria (per esempio prolungando l’istruzione secondaria di primo grado sino ai sedici anni) e di prevedere poi percorsi di secondaria di secondo grado specializzati e orientati alle professioni o alla prosecuzione degli studi (magari biennali che consentano di anticipare l’iscrizione all’Università o l’ingresso nel mondo del lavoro o la frequenza di percorsi tecnico-specialistici universitari di durata inferiore).

L’altro gap è costituito dal fatto che molto spesso questi ragazzi, non rispondendo all’ideal-tipo dell’alunno, sono stati orientati più sulla base delle loro carenze e difficoltà che attraverso la focalizzazione sulle loro motivazioni, competenze e attitudini. Un orientamento di tipo negativo diviene predittivo di disagio scolastico (quasi come una profezia che si autoavvera) e lo fa emergere come inadeguatezza personale. Orientare un soggetto sulla base di ciò che, in un determinato contesto, non sa e non sa fare è un processo di etichettamento che non prelude a percorsi felici e appaganti, ma a autosvalutazioni cognitive, bassa motivazione, percezione di inadeguatezza.

Chi interrompe in modo definitivo gli studi senza conseguire alcuna qualifica o preparazione può appellarsi soltanto alle proprie caratteristiche personali, corre dei rischi per il proprio futuro, specie se presenta delle lacune delle competenze di base.

Ogni percorso che verrà ideato in tal senso dovrà ricordare che ricostruire la fiducia in sé e la scoperta di competenze e talenti personali, il recupero e la valorizzazione di ciò che si è già imparato impedirà reazioni future di rabbia e sofferenza.

Coloro che si trovano ad operare in questi contesti dovrebbero ricordare che (come già scritto altrove): “Il primo compito di un operatore è, allora, quello di dare fiducia, di restituire motivazione, di stabilire una relazione che non faccia pensare al “lutto” ancora da elaborare dell’esperienza scolastica.

Si tratta di stabilire un’alleanza formativa, di rompere e oltrepassare le barricate erette da anni di esperienze negative per ritrovare la gioia di un’esperienza positiva di apprendimento, di far sperimentare il successo formativo, di aprire al possibile. […] Non sono pochi coloro che a un’occasione reale, non bugiarda, di apprendimento “diverso”, nel quale la loro esperienza, le loro competenze, le loro abilità, ciò che sanno e ciò che pensano trovano, davvero, spazio... aprono le porte.”


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