17 dicembre 2015

Ottant'anni fa, l'oro alla patria

di Lucia Ceci

Il 18 dicembre 1935 le coppie italiane, e in primo luogo le donne, furono chiamate a consegnare le fedi nuziali ricevendo in cambio anelli senza valore: si consumava così la Giornata della Fede, lo sposalizio simbolico con la patria fascista. Per i suoi coreografi l’offerta collettiva degli anelli nuziali doveva rappresentare la spettacolarizzazione dell’unione mistica delle italiane e degli italiani con il fascismo, in risposta alle «inique sanzioni» imposte all’Italia dalla Società delle Nazioni per l’aggressione all’Etiopia.

La mobilitazione fu il risultato di una complessa interazione tra i vertici politici e il popolo del Partito fascista. Preparata da iniziative dal basso di cittadini che, sin dai primi di ottobre, avevano offerto spontaneamente oggetti d’oro per sostenere le necessità economiche dell’Italia in guerra, la raccolta venne promossa dal governo con grande sforzo di propaganda, sotto la pressione delle sanzioni societarie. Il «plebiscito dell’oro» non aveva solo finalità economiche, ma un grande potenziale propagandistico: da un lato mirava a migliorare l’immagine esterna del regime nei confronti delle democrazie ‘plutocratiche’ occidentali e a riabilitare la guerra come espressione autentica della volontà popolare italiana. Dall’altro, i vertici fiutarono la grande opportunità per coinvolgere molto più fortemente la popolazione nel sostegno alla patria, unificandola come comunità compatta e solidale sotto il fascismo: l’offerta di gioielli di famiglia e di argenteria, orologi da tasca e medaglioni, distintivi onorifici e coppe ricordo simboleggiava il superamento dell’egoismo liberale in favore di un primato della collettività sotto il duce. Alla fine di novembre prese corpo l’idea di una donazione collettiva delle fedi nuziali da realizzarsi, come scrisse Giuseppe Bottai, in modo «totalitario».

La campagna di propaganda che preparava la Giornata della Fede si aprì quindi il primo dicembre. Nel quadro complessivo della strategia di mobilitazione, il tema principale utilizzato dal regime ebbe come sfondo l’eroismo dei caduti della prima guerra mondiale. Il «grande» sacrificio dei morti della Grande Guerra impegnava tutti gli italiani al «piccolo» sacrificio per la patria. Nella gara patriottica dell’oro vennero coinvolte tutte le organizzazioni in cui era inquadrata la società: associazioni professionali, gruppi giovanili e studenteschi, organizzazioni ricreative e sportive, sindacati, scuole. Imponente fu lo sforzo dei media. La donazione dell’oro alla patria divenne il tema centrale dei messaggi alla radio, sui giornali, nei cortometraggi dell'Istituto Luce proiettati prima dei film. Il «sacrificio» patriottico della Giornata della Fede fu anche uno dei temi prediletti dagli illustratori nei manifesti di propaganda, nelle cartoline postali e soprattutto sulla stampa illustrata. Le matite di Achille Beltrame sulla «Domenica del Corriere» e di Mario Sironi sul «Popolo d’Italia», insieme a quelle di tanti illustratori meno noti, contribuirono a conferire agli slogan del regime un pathos tragico ed eroico, ma anche quella virile aggressività che tanto stava a cuore all’apparato propagandistico.

Un ruolo centrale fu attribuito alle donne: nel corso della mobilitazione, mediante un ampio coinvolgimento delle organizzazioni femminili del Partito; nella Giornata della Fede, dando loro una visibilità pubblica del tutto inconsueta in Italia e ancorandola ai tradizionali doveri femminili di moglie e madre. Non a caso al centro del rito dell’offerta collettiva delle fedi a piazza Venezia, che alle 8,30 del mattino aprì le celebrazioni nazionali del 18 dicembre dinanzi a decine di migliaia di persone, vi fu il dono degli anelli nuziali da parte della regina Elena di Savoia, che ricevette le fedi d’acciaio dall’ordinario militare monsignor Angelo Bartolomasi. In una liturgia che alternava grida di giubilo, inni, fanfare, saluti romani, momenti di silenzio, la regina, prima tra le donne d’Italia, portò sulla tomba del Milite ignoto una coppia di fedi nuziali, legate tra loro da un nastro azzurro: tutte intorno erano schierate, in file compatte, le vedove e le madri dei caduti e le militanti delle organizzazioni femminili del Partito.

Nel rito delle fedi risultò cruciale il coinvolgimento della Chiesa cattolica. L’anello matrimoniale rappresentava infatti il segno di un sacramento di cui lo Stato, attraverso il Concordato, aveva riconosciuto il valore civile. Era dunque necessario che sacerdoti e vescovi benedicessero le vere in metallo e sostenessero la campagna fascista di donazione. La risposta cattolica superò però le più rosee previsioni di Mussolini: attraverso omelie, articoli, fogli diocesani, i vescovi e i sacerdoti italiani diffusero i concetti di fondo della propaganda fascista accentuandone anzi la persuasività attraverso il ricorso ad argomentazioni di natura religiosa. L’Italia riconciliata con il cattolicesimo – questa in sintesi la narrazione offerta dall’episcopato – aveva una missione di civiltà nel mondo, avversata dalle forze occulte messe in campo dal protestantesimo, dalla massoneria, dal bolscevismo internazionale, per combattere le quali ogni cittadino/fedele era chiamato a compiere un sacrificio che non era solo necessario, ma gradito a Dio. Con il sostegno dei vescovi, si raccolsero metalli preziosi nei locali delle chiese, nelle scuole e negli orfanotrofi cattolici, nei conventi. Secondo l’arcivescovo di Messina, monsignor Angelo Paino, nessuna famiglia, neanche la più povera, poteva sottrarsi al dovere di offrire alla patria «qualche monile, qualche oggetto prezioso, anche caro ricordo».

Molti vescovi e alcuni cardinali offrirono anelli e croci d’oro con l’intento di dare esempio di patriottismo ai fedeli. Lo zelo indusse alcuni prelati a far fondere gli ex voto, nonostante la legge canonica ne vietasse l’alienazione per finalità di ordine secolare. Fu questa, ad esempio, l’indicazione data ai parroci, ai rettori dei santuari e ai presidenti delle confraternite dall’arcivescovo di Monreale monsignor Eugenio Filippi, il cui esempio venne seguito di lì a poco da altri vescovi dell’Italia meridionale. Un parroco di Napoli prospettò una grande manifestazione in cui i bambini avrebbero donato alla Patria la medaglietta della prima comunione. In provincia di Grosseto un sacerdote propose di far fondere le campane della chiesa. I simboli religiosi si fusero con i linguaggi politici.

Cosa si diceva di tutto questo in Vaticano? Pio XI aveva giudicato assurda e criminale la guerra all’impero millenario di Hailè Selassiè, ma non denunciò mai pubblicamente l’aggressione fascista, perché al minimo ostacolo subentravano in lui la prudenza e il timore di incrinare i rapporti privilegiati stabiliti con il governo di Mussolini. Il silenzio del papa su una guerra di aggressione, che provocò 300 mila morti tra gli etiopi, spiega anche l’enorme sostegno offerto dai cattolici italiani alla mobilitazione del regime. Eppure, proprio nei giorni della campagna dell’oro, monsignor Domenico Tardini, uno dei più stretti collaboratori di Pio XI, metteva nero su bianco i «danni portati dal Fascismo»: non in un testo a uso privato, ma in note di lavoro destinate alle udienze con il papa. Con straordinaria chiarezza, Tardini coglieva i mali del regime, ne individuava gli aspetti liberticidi, criticava pesantemente il suo duce, denunciava l’impresa africana come una vigliacca aggressione, definiva il clero «tumultuoso, esaltato, guerrafondaio». E aggiungeva: «Almeno si salvassero i Vescovi. Niente affatto. Più verbosi, più eccitati, più... squilibrati di tutti. Offrono oro, argento puri: anelli, catene, croci, orologi, sterline. E parlano di civiltà, di religione, di missione dell’Italia in Africa... E intanto l’Italia si prepara a mitragliare, a cannoneggiare migliaia e migliaia di Etiopi, rei di difendere casa loro». La lucida analisi svolta in Segreteria di Stato sembrava però non implicare alcuna assunzione di responsabilità da parte del Vaticano: né rispetto all’affermazione della dittatura e al consenso da essa costruito sino a quel momento, né rispetto alle posizioni da assumere, pubblicamente, in futuro.

La pressione congiunta delle istituzioni e dello slancio collettivo fece sì che a Roma il 70% degli adulti sposati donasse i propri anelli nuziali. Neanche le élite si sottrassero. I nomi di Benedetto Croce e Luigi Albertini figurarono nell’elenco dei senatori che avevano donato alla patria le proprie medaglie d’oro. Luigi Pirandello inviò a Mussolini quattro medaglie, inclusa quella del premio Nobel per la letteratura, che gli era stato assegnato l’anno prima.

Con l’entusiasmo per la guerra alle stelle e un’opinione pubblica bramosa di successi, il duce aveva bisogno di vittorie: i bombardamenti aerei di gas asfissianti e velenosi, che uccidevano indiscriminatamente combattenti e non combattenti e avvelenavano i fiumi, dovettero apparigli una storica necessità.

 


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