23 giugno 2020

Pandemia e diseguaglianze sociali

Una riflessione sul rapporto fra l’attuale pandemia e le diseguaglianze sociali si presenta complessa e ricca di sfaccettature. Da un lato emerge una la tendenza a considerare il virus un grande livellatore della condizione umana: tutti si possono ammalare (e di fatto si sono ammalate persone benestanti e personaggi pubblici) e tutti quanti indipendentemente dal loro status hanno dovuto modificare le proprie abitudini di vita. Il lockdown ha in qualche modo costretto anche le classi sociali elevate a una esistenza deprivata di relazioni e di spazi, ha ridisegnato la loro quotidianità, pur non intaccando alcuni privilegi.

Questa prima sensazione però rischia di essere fuorviante e viene smentita da un’analisi più approfondita. Le differenze preesistenti pesano infatti significativamente sull’impatto che la pandemia ha sulle nostre vite: come è stato da più parti sottolineato, siamo tutti dentro la stessa tempesta ma con imbarcazioni diverse, senza contare che alcuni hanno già fatto naufragio. Le differenze non sono soltanto di reddito; in Italia, ad esempio, si sono avvertiti con forza echi di un conflitto fra generazioni, per cui da molti è stato, con spietata franchezza, sottolineato come la protezione degli anziani rischi di andare a discapito dello sviluppo economico e della collocazione nel mondo del lavoro dei giovani. Un argomento con rimandi a un darwinismo sociale che fino a pochi mesi fa pochi avrebbero professato. Altri hanno sottolineato l’impatto del lockdown e della chiusura delle scuole sull’occupazione femminile oppure le differenze fra settore pubblico e settore privato. Se indaghiamo però specificamente sulle differenze di reddito e di condizione sociale, vengono alla luce non soltanto tendenze ad un allargamento del divario nel medio periodo ma anche un’immediata maggiore vulnerabilità sanitaria.

La prima considerazione occorre farla in merito all’influenza della diseguaglianza sociale rispetto alle possibilità di contrarre la malattia e di restarne vittima. Le classi sociali elevate sono più protette, in primo luogo perché le loro condizioni di salute di partenza sono in generale migliori. Il rischio di complicazioni è maggiore per le persone in condizioni di disagio sociale che più frequentemente soffrono di malattie croniche. Inoltre, le possibilità di contrarre la malattia sono maggiori nel lavoro operaio, soprattutto per quanto riguarda i lavoratori precari e le piccole imprese, dove le tutele sono minori, rispetto ai ruoli manageriali e impiegatizi, dove con più facilità è stato applicato lo smart working. Ovviamente un discorso a parte merita il settore sanitario che è stato fortemente esposto proprio a partire dai medici e ha pagato un prezzo altissimo in termini di vittime.

In tutti i Paesi, la possibilità di contrarre il virus e di diventarne vittima è legata in primo luogo all’età ma le condizioni sociali incidono fortemente. Secondo una ricerca effettuata negli Stati Uniti in aprile, i neri e gli ispanici hanno almeno il doppio delle probabilità di morire di Covid-19 rispetto ai bianchi residenti delle stesse località e a Chicago i neri rischiano cinque volte di più. Ma al di là dell’aspetto direttamente sanitario, decisamente diverso è l’impatto delle conseguenze economiche della pandemia: i settori più fragili vedranno aumentare il loro divario dagli altri. Anche in termini globali, i Paesi che si trovavano già in difficoltà faranno più fatica a superare la recessione; in America Latina, dove sono stati superati i 2 milioni di contagiati (più di un milione soltanto in Brasile, 251.338 in Perù, 242.355 in Cile) si teme una forte crisi con ricadute sulla sicurezza alimentare. Secondo le proiezioni degli esperti, gli effetti dell’emergenza Covid-19 creeranno in quest’area 30 milioni di nuovi poveri; una prospettiva che sembra ancora più drammatica di quella prevista per l’Africa subsahariana, dove i nuovi poveri saranno 24 milioni, in un’area che si trova già in notevoli difficoltà. Anche in India (425.282 contagiati e 13.699 vittime finora) la pandemia e il blocco delle attività hanno provocato la perdita del lavoro per 122 milioni di persone e potrebbero spingere più di 12 milioni di indiani verso la povertà estrema. Sono dati che destano preoccupazione da un punto di vista umanitario e rendono possibili scenari di instabilità e di tensione.

 

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