21 aprile 2020

Pandemia e prospettive educativo-scolastiche. Spunti montessoriani

 

Nel 2020 ricorre il 150° anniversario della nascita di Maria Montessori (1870-1952), cioè della donna forse più nota nel mondo nell’ambito della storia dell’educazione e della pedagogia. Il suo Metodo è tuttora apprezzato e utilizzato in molti Paesi e, anzi, sta conoscendo quasi un rilancio negli ultimi anni. Mi è capitato di pensare molto a Maria Montessori in questi tempi di pandemia. Il grande dramma che ha colpito l’umanità è stato infatti prevalentemente – e forse inevitabilmente – visto con occhi adulti e non con occhi bambini: non dalla parte, cioè, dei bambini e delle bambine e dei loro diritti.

 

In ambito scolastico-educativo si è dovuti ricorrere alla chiusura delle scuole e, fin dalla primaria, alla didattica on-line. Si è così sollevato il problema, prima, di sostenere economicamente le famiglie affinché potessero chiamare baby-sitter, poi – quando anche i genitori sono entrati in massa in quarantena – si è parlato delle difficoltà che avevano papà e mamme nel seguire i figli piccoli nel lavoro scolastico e poi di come allineare il più possibile la riapertura delle scuole con la ripresa lavorativa, sempre nell’ottica ‘custodialistica’ di un affidamento dei bambini alla scuola da parte di genitori lavoratori, altrimenti in difficoltà.

Tutto vero, certo. Tutto giusto. Soprattutto sul piano sociale. Ma forse è il caso di affiancare almeno qualche altra considerazione sul piano educativo. E dalla parte dei bambini e delle bambine: dei loro bisogni e della loro conquista di autonomia. Anche la discussione che si è accesa – quasi con le movenze della guerra di religione – tra fautori e detrattori della didattica a distanza va forse compresa in altro modo. Sempre con un approccio scientifico, ma senza alcun acritico fanatismo scientistico che idolatra la tecnologia in quanto tale senza alcun afflato umanistico. E dove non c’è umanesimo si finisce nella disumanità (adultistica). E qui ci sovviene Maria Montessori.

 

Negli anni della sua formazione come medico, dominava il positivismo, con il mito della scienza. E pure sul piano educativo e scolastico l’egemonia era della pedagogia positivista. Maria Montessori, con un approccio scientifico aperto (cioè senza dogmi preconcetti, ma fondandosi sull’osservazione, sull’esperienza e sulla sperimentazione), lavorò dapprima con bambini diversamente abili e poi, dal primo decennio del Novecento, estese le sue “scoperte” educative anche a bambini e bambine normodotati. Ma proprio qui il suo atteggiamento scientifico venne a scontrarsi con la pedagogia scientista positivista, che sorreggeva una vita scolastica adultista, fondata sull’autorità dell’insegnante e sul disciplinamento passivizzante dell’allievo.

La “protesi” dell’adultismo disciplinatore scolastico era data proprio da quei meccanismi/dispostivi utilizzati nella didattica d’aula e che si volevano scientificamente perfetti: tecnologicamente all’avanguardia. Il fideismo scientista della pedagogia positivista era sicuro di risolvere tutti i problemi: ma era esso stesso il problema. Il suo meccanicismo neuro-fisiologico minava alla radice ogni umanesimo e soffocava il bambino.

 

Il caso più evidente di tali meccanismi/dispositivi d’aula era il banco scolastico, allora al centro di molte attenzioni. Scriveva dunque Montessori: «tutti i cultori della cosidetta pedagogia scientifica ne idearono il modello; non poche nazioni andarono orgogliose del loro banco nazionale. Nella lotta della concorrenza si comprarono brevetti e privative. Indubbiamente questo banco aveva a base della sua costruzione molte scienze: l’antropologia, con misure del corpo e la diagnosi dell’età; la fisiologia che implica lo studio dei movimenti muscolari; la psicologia per quanto riguarda precocità e perversione d’istinti, e soprattutto l’igiene, tendente a impedire la scoliosi acquisita. Era dunque veramente un banco scientifico, avente per indice di costruzione lo studio antropologico del fanciullo».

Ma era proprio qui l’evidenza della cecità dello scientismo pedagogico che puntava ad applicazioni strumentali di tipo tecnologico, anche avanzatissime, senza porsi – con vera apertura scientifica di mente – il problema pedagogico, umano ed umanistico, del pieno e armonico sviluppo del bambino. «È incomprensibile – esclamava la Montessori – come la cosidetta scienza abbia lavorato a perfezionare uno strumento di schiavitù nella scuola». Prevenire la scoliosi? Certo. Ma perché bambini sani dovevano diventare gibbosi? Forse era l’innaturalezza del vissuto scolastico che li condannava a deformarsi. Deformazione della colonna vertebrale e del corpo, ma anche – si potrebbe dire – deformazione psichica e dello spirito!

Ecco perché Maria Montessori concludeva: «Evidentemente il mezzo razionale per combattere la scoliosi degli scolari è di cambiare la forma del loro lavoro, in guisa ch’essi non siano più obbligati a rimanere per molte ore del giorno in una prospettiva viziosa. È una conquista di libertà che occorre; non il meccanismo di un banco. […] Bisogna riflettere a ciò che avverrà dello spirito del fanciullo, il cui corpo è condannato a crescere in modo tanto artificioso e vizioso, che le ossa ne restano deformate». Insomma la soluzione non era un banco scientifico, tecnologicamente perfetto, ma l’abolizione del banco! E perciò un ambiente a misura di bambino, tale da consentirgli la più ampia libertà di movimento, in un contesto di vera osservazione scientifica rivolta alla sua personalità in crescita e ai suoi bisogni.

 

Dalla fine degli anni Sessanta è iniziata la rivoluzione cibernetica che ci ha portato all’epoca informatica e alla “civiltà digitale” in cui ci troviamo ormai tutti immersi. Ma sappiamo bene come tutti i dispositivi tecnologici più avanzati possano diventare strumenti di controllo autoritario e di limitazione delle libertà: se ne è discusso molto in questi ultimi tempi. Occorre allora controllare (umanisticamente) i controllori (tecnologici). Ci serve un di più di umanesimo, non di dogmatismo scientistico: proprio mentre abbiamo più necessità di fare ricorso alla tecnologia. E questo anche a fronte di una pedagogia neopositivista di ritorno. Proprio alla fine degli anni Sessanta, infatti, Skinner – il fautore del neocomportamentismo pedagogico – asseriva la necessità delle tecnologie dell’insegnamento e parlava di macchine per insegnare. Era l’evoluzione del vecchio comportamentismo psicologico, quello pavloviano, fondato sul meccanismo stimolo-risposta: evoluzione ora declinata sul piano dell’ottimismo tecnologico trionfante. Il risultato era una riduzione dell’insegnamento ad ammaestramento. E oggi la web-society, introducendo il personal computer tra le dotazioni tecnologiche individuali, oltre che tra gli elettrodomestici casalinghi, supporta appunto ipotesi di autoistruzione.

 

E così la tecnologia elettronico-digitale più avanzata si coniuga con una psicologia neuro-medica per condurre ad un comportamentismo psicopedagogico regressivo e adultista. Il problema appare allora quello (sociale) di fornire tutti i bambini di computer e tutte le famiglie di una connessione Internet. E la liberazione del bambino dalla tirannia dell’adulto? E il rispetto dei suoi diritti? E la possibilità di un’attività formatrice che promuova l’autonomia e l’emancipazione? Parafrasando la Montessori si potrebbe dire: è una conquista di libertà che occorre; non il meccanismo di un computer! Non voglio dire che si debba abolire il PC. Ma che si debba rilanciare l’umanesimo di una pedagogia scientifica che sia, insieme e soprattutto, una pedagogia della libertà.

E se si deve scegliere come allocare risorse che non sono infinite (anche per evitare sprechi che non ci possiamo permettere), allora – prima di una diffusione a tappeto di dispositivi tecnologici (per la quale premono sicuramente potenti lobbies di produttori stranieri che ci guadagnerebbero molto) – pensiamo a ristrutturare e mettere in sicurezza (statica, antisismica e ‘sanitaria’) i nostri edifici scolastici: in particolare facciamo sì che ci possano essere pochi allievi – non più di sei/otto – per classe (dalle scuole dell’infanzia alle secondarie). Poniamo le premesse ‘strutturali’ (e scientifiche) ad una didattica innovativa, creativa, di libertà.

 

La classe insegnante è oggi più preparata, pedagogicamente e didatticamente, di quanto si pensi: anche grazie alla formazione universitaria. Ma è impotente e frustrata – e ora variamente affaticata in un insegnamento a distanza che ha dovuto improvvisare quasi dal nulla – perché la permanente condizione di classi affollate rende improponibile ogni vera didattica innovativa: così come rende faticoso lo stesso insegnamento a distanza (che sarebbe più sostenibile, certamente, con un numero minore di allievi). Tante ragionevoli, stimolanti e creative indicazioni di didattica, acquisite negli studi universitari, sono, per docenti e alunni, semplicemente mera utopia nella realtà strutturale delle nostre classi di scuola.

Vi è ormai l’urgente necessità di un ‘distanziamento didattico funzionale’ tra gli allievi in aula: il distanziamento sanitario precauzionale (per evitare contagi), oggi all’ordine del giorno, potrebbe così diventare quasi figura e ‘profezia’ di una riforma ‘materiale’ della scuola che sarebbe la vera e grande riforma, origine, condizione e caparra di ogni possibile miglioramento.

 

* Professore di Storia della pedagogia all’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

 

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