26 marzo 2014

Papa Francesco e il padrino pio

di Lucia Ceci

La primavera non comincia sempre il 21 marzo: quest'anno, sul piano astronomico, è iniziata il 20, alle sei del pomeriggio. Così sarà per il resto del secolo. Solo nel 2102 l’equinozio tornerà a cadere nel giorno in cui si celebrava un tempo San Benedetto, che la saggezza contadina accostava al ritorno delle rondini. Ciò nulla toglie al valore simbolico di rinascita associato a questa data da chi, come don Luigi Ciotti, ha scelto di dedicarla alla memoria e all’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Un giornata che ha avuto in questo 2014 una particolare risonanza per la partecipazione di papa Francesco alla veglia di preghiera organizzata da Libera nella parrocchia di San Gregorio VII. L’immagine di Bergoglio che cammina mano nella mano con don Ciotti, il suo appello ai mafiosi di cambiare vita per evitare l’inferno hanno lanciato un messaggio forte che ha fatto immediatamente il giro del mondo: Messico, Australia, Stati Uniti, Malesia, Qatar. Viene da pensare a suor Cristina, star di The Voice of Italy, che con oltre ventinove milioni di visualizzazioni su YouTube spopola sul web più veloce del Gangnam style di Psy. Forse mai come ora il cattolicesimo si è mosso con tanta naturalezza ed energia nel mondo globalizzato, nella sua duplice versione: reale e virtuale. Immagini, suoni. Ma anche riti. A San Gregorio VII, raccolto in preghiera, papa Francesco ha ascoltato la lettura dei 842 nomi delle vittime innocenti delle mafie. Nomi scanditi a volte dai congiunti. Nomi di imprenditori, magistrati, politici, poliziotti, sindacalisti, gente comune. “Martiri” delle mafie, molti dicono. I sacerdoti, in senso stretto, sono cinque. Ma l’applauso, nella parrocchia romana, scatta solo quando vengono pronunciati i loro nomi: Falcone e Borsellino.

Tre giorni dopo, sulla sponda opposta del Tevere, a nove chilometri precisi da San Gregorio VII, altri nomi vengono scanditi. Questa volta sono 335. C’è il capo dello Stato Giorgio Napolitano a conferire al momento massima importanza istituzionale. Con lui il presidente del Senato e altre autorità. Si ricorda il Settantesimo anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, cui i risultati delle elezioni in Francia, appena giunti, conferiscono un colore fosco. Anche qui si parla di “martiri”: martiri della barbarie nazifascista, martiri per la libertà. Così del resto sta scritto nel marmo che ne ha monumentalizzato la memoria. Anche qui c’è un sacerdote, don Pietro Pappagallo, soccorritore di soldati sbandati, di antifascisti, di ebrei, di alleati in fuga, al quale sempre resterà associato il volto di Aldo Fabrizi in Roma città aperta. Il suo nome venne inserito tra i “martiri della Chiesa del XX secolo” da Giovanni Paolo II, in occasione del Giubileo del 2000. L’appellativo dunque, in questo caso, è corretto anche sul piano canonico.

Il concetto di martirio, col suo richiamo al sacrificio del sangue, vanta una consolidata tradizione nella costruzione delle memorie civili e nelle religioni politiche. Basti pensare alla centralità rivestita nel canone risorgimentale dal culto degli eroi “martiri” della patria. Sul piano ecclesiastico, però, la fluidità del punto di separazione tra il “santo martire” e l’“eroe” è emersa potentemente solo all’indomani dell’assassinio del vescovo Oscar Romero, consumatosi, anche questo, in un 24 marzo, ma del 1980. Fu infatti nel corso del dibattito seguito all’uccisione sull’altare dell’arcivescovo salvadoregno che si introdusse la categoria del martire “in odium iustitiae”. Sempre nel contesto latinoamericano il riconoscimento del martirio collettivo arrivò ad estendersi sino ad includere i diseredati della Terra, i «popoli crocifissi». A scriverne fu tra gli altri il teologo gesuita Jon Sobrino, sfuggito nel novembre 1989 all’eccidio dei suoi sei confratelli dell’Università Centroamericana “José Simeón Cañas” (Uca).

L’incertezza del crinale teologico introdotto dalla dilatazione del tradizionale concetto di martirio fu il punto di partenza di alcune giornate di riflessione che mons. Cataldo Naro promosse, nel corso degli anni Novanta, nel Centro Studi Cammarata, a Caltanissetta. Tema: “il martirio per la giustizia”. L’estensione del modello agiografico del martire alle vittime dell’ingiustizia e della violenza, cadute non direttamente “in odio della fede” – fu la conclusione di un seminario del 1994 – non poteva operarsi a costo di una banalizzazione del concetto cristiano di martirio, che esigeva un esplicito collegamento del soggetto alla persona di Cristo da seguire ed imitare e, quindi, una chiara intenzionalità cristiana del martire. D’altra parte era stato proprio Giovanni Paolo II, il 9 maggio 1993, a definire le vittime della mafia «martiri della giustizia e indirettamente della fede» nel suo discorso alla Valle dei Templi.

Negli anni successivi l’introduzione del processo di canonizzazione del giudice Rosario Livatino su iniziativa dell’arcivescovo di Agrigento e, ancor più, la beatificazione di don Giuseppe Puglisi avrebbero contribuito a ridisegnare il terreno della santità e, su quel terreno, il confine tra legalità e illegalità all’interno di una Chiesa che si è dimostrata nel tempo permeabile all’ideologia mafiosa. Non solo per i silenzi, le resistenze, gli eccessi di prudenza, ma anche per le molte aperture accordate alle organizzazioni criminali nella gestione dei culti, nelle feste patronali, nei matrimoni e nei funerali, nella creazione di un’immagine pubblica del capo fondata su un presunto rapporto con il sacro. E tutto ciò che è “sacro”, insegna Émile Durkheim, suscita sentimenti di rispetto che si traducono, presso colui che li prova, in sentimenti di inibizione.

Il fenomeno è globale, non riguarda solo Cosa nostra, ‘ndrangheta o camorra. Le famiglie messicane che controllano i cartelli del narcotraffico usano la religione cattolica per rafforzare la coesione tra i membri dell’organizzazione. Al repertorio devozionale ortodosso attinge l’universo simbolico di molte organizzazioni criminali russe. La Yakuza giapponese mantiene un forte richiamo ai cerimoniali shintoisti. I codici e i riti religiosi contribuiscono a creare e a rafforzare l’identità criminale.

Una criminalità devota, si potrebbe dire parafrasando il titolo di un importante libro di Alessandra Dino, il cui apparato agiografico, secondo qualcuno, starebbe a dimostrare la persistenza di antichi retaggi all’interno di organizzazioni arcaiche e tradizionaliste. Le stesse, però, che sanno creare, spostare, pulire grandi capitali finanziari da una parte all’altra del globo. Grazie anche ai colletti bianchi. Con gli strumenti più moderni e sofisticati. Forme ibride di ambigue contiguità che la Chiesa potrà sconfiggere solo se, nella sua interezza, sarà in grado di isolare il potere criminale, prendendo le distanze dai suoi riti e dai suoi danari.

 

Approfondimenti

Grassroots Memorials: The Politics of Memorializing Traumatic Death, New York,  Berghahn Book, 2011;

Martiri per la giustizia, a cura di S. Barone, Caltanisetta-Roma, Sciascia editore, 1994;

T. Caliò, Ai confini dell’agiografia, in “Sanctorum”, 8-9, (2011-2012), pp. 101-120;

A. Dino, La mafia devota. Chiesa, religione, Cosa Nostra, Laterza, Roma-Bari 20122;

N. Gratteri - A. Nicaso, Acqua santissima. La Chiesa e la 'ndrangheta: storia di potere, silenzi e assoluzioni, Milano, Mondadori 2013;

R. Merlino, From a man to a ‘man of honour’: The role of religion in the initiation ritual of the Sicilian mafia, in “ International Journal of the Humanities ”, 9 (2011), pp. 59-70;

D. Puccio-Den, The Anti-Mafia Movement as Religion? The Pilgrimage to Falcone Tree, in Shrines and Pilgrimage in the Modern World. New Itineraries into the Sacred, ed. P.J. Margry, Amsterdam, Amsterdam University Press, 2008, pp. 49-70.


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