13 giugno 2019

Per una storiografia dello sport

di Lorenzo Longhi

Sulla difficoltà di approcciarsi allo sport in una maniera più profonda, concentrandosi sul significato e su ciò che lo ha prodotto piuttosto che sul significante, esiste un passo dell’Anna Karenina di Tolstoj che, pur essendo stato scritto oltre 140 anni fa, ancora può dirsi attuale, sotto tanti aspetti.

Il dialogo si trova al capitolo 28 della seconda parte, muove da un appunto di Aleksej Aleksandrovic, marito di Anna, uomo al quale veniva naturale «parlare bene e con intelligenza», e si sostanzia nella risposta ricevuta.

 

- Lo sport, secondo la mia opinione, ha un grande valore e, come sempre, noi ne vediamo soltanto il lato più superficiale.

- Non tanto superficiale – disse la principessa Tverkaja. – Un ufficiale, dicono, si è rotto due costole!

 

L’effetto ironico sortito dalla replica, sebbene frutto di invenzione letteraria calata in un’altra epoca e in un altro contesto, rende in fondo chiara, allora come oggi, la difficoltà nell’approcciarsi allo sport sotto una prospettiva storica, scientifica e interdisciplinare, seguendo e adattando allo sport in generale la celebre frase che Cyril Lionel Robert James scrisse nella prefazione di Beyond a boundary: «What do they know of cricket who only cricket know?». E cioè: cosa sa di cricket chi sa solo di cricket?

Lo stato dell’arte in Italia vede l’affermarsi dello storytelling sportivo, la divulgazione romanzata di particolari eventi del passato, o delle vicende individuali di determinati protagonisti, inserite in contesti già più ampi di quanto non siano solo quelli dello sport e delle epoche di riferimento. Un modello che funziona e che può giovarsi, in alcuni casi, di figure autoriali e attoriali di alto livello e ottimo stile narrativo.

L’approccio storiografico è tuttavia altra cosa: non si serve dell’immaginifico, ma si alimenta del nutriente grigiore degli archivi, attinge alla ricerca sulle fonti primarie e rifugge l’enfasi su aspetti probabilmente più popolari, ma meno concreti e ancorati alla realtà. In Italia quello che può essere considerato il primo contributo a carattere scientifico agli studi storici sullo sport è Sport e fascismo di Felice Fabrizio (1976, editore Guaraldi), quindi una prima e significativa esperienza seriale si deve alla nascita di Lancillotto e Nausica, fondata nel 1984 e in seguito inclusa nell’elenco ANVUR delle riviste scientifiche (area 11, quella dedicata alle Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche). Tuttavia, al di là di alcune notevoli eccezioni, l’ambito non è stato indagato quanto avrebbe meritato.

Oltre alla pubblicazione, nella prima metà degli anni Duemila, dell’Enciclopedia dello sport da parte dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, merita menzione la recente uscita del primo numero di Storia dello Sport. Rivista di studi contemporanei per il tentativo di recuperare il ritardo accumulato in Italia dalle ricerche sul tema. Si tratta di una rivista open access semestrale con un taglio accademico – può contare su un comitato scientifico e un comitato di referee di prestigio, con rilettori anonimi che validano i saggi proposti da storici anche di altri Paesi – e che ha l’obiettivo di fatto di rivendicare per la storia dello sport, affrontata con rigore e metodo, uno status accademico. Non a caso, la direzione scientifica è affidata a Francesco Bonini (rettore della Lumsa e presidente della SISS, Società italiana di storia dello sport), Patrizia Dogliani (professore ordinario di storia contemporanea presso l’Università di Bologna) e Sergio Giuntini (direttore scientifico della medesima SISS).

Ritardo, si diceva. In un articolo (Le pigrizie dello storico. Lo sport fra ideologia, storia e rimozioni) apparso nel 1989 sulla rivista Italia contemporanea, fu lo storico e saggista Stefano Pivato ad accusare per primo gli storici italiani di un certo pregiudizio intellettualistico nell’occuparsi scientificamente di sport, terreno sino ad allora poco battuto dalla ricerca, nonostante le sue notevoli implicazioni sociali e culturali. Proprio il termine utilizzato, “pigrizia”, di fatto spiega il ritardo, confermato nel corso degli anni dall’affermarsi di diverse riviste che si occupano dell’argomento nell’ambito accademico internazionale. Riviste quali The International Journal of the History of Sport, Sport in History (il cui focus è prettamente anglocentrico) o European Studies in Sports History – la rivista del CESH, il Comitato europeo di storia dello sport, di cui la SISS fa parte – non fanno altro che confermare il punto. È peraltro significativo notare che, quasi per paradosso, proprio la popolarità assunta dallo storytelling e dalla public history sportiva, la divulgazione all’esterno insomma dall’ambito accademico, abbia avuto quale effetto un maggiore interesse verso l’approccio scientifico: «Ultimamente è aumentata la richiesta di tesi triennali e magistrali relative alla storia dello sport – conferma lo storico Nicola Sbetti, coordinatore della redazione della rivista assieme a Daniele Serapiglia – ed è anche vero che le stesse riviste di storia contemporanea si sono aperte alla materia. Ma ottenere spazio, nonostante la presenza di ricerche originali e di sicuro valore, non è così scontato». Intanto, però, la pigrizia di cui sopra sembra fare parte del passato.

 

Immagine: La rosa della Roma campione d’Italia nella stagione 1941-1942. Da sinistra, in piedi: V. Biancone (direttore sportivo), S. Andreoli, R. Cappellini, E. Mornese, G. Masetti, E. Bazzini (presidente), A. Schaffer (allenatore), M. Acerbi, L. Brunella e M.Á. Pantó; seduti: L. Nobile, C. Benedetti, M. De Grassi, P. Jacobini, A. Donati, G. Bonomi, N. Krieziu, A. Amadei, A. Coscia e E. Borsetti. Crediti: pubblico dominio, attraverso it.wikipedia.org

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