12 settembre 2019

Pietro Mennea, il record del 19”72

di Mara Cinquepalmi

La faccia stravolta dalla fatica, come un moderno Dorando Pietri, campeggia sulla prima pagina della Gazzetta dello sport il 14 settembre 1979. È quella di Pietro Mennea immortalata subito dopo aver tagliato il traguardo di Città del Messico. «È italiano l’uomo più veloce del mondo» titola la Gazzetta. «Mennea vola sui 200: è mondiale in 19”72» scrive invece il Corriere della sera. Numeri che segnano una nuova pagina di sport. Il pomeriggio del 12 settembre (in Italia erano le 23.20) all’Universiade di Città del Messico Pietro Mennea corre i 200 metri piani in 19”72 secondi stabilendo così un primato mondiale ‒ il precedente era il 19”83 con il quale Tommy Smith vinse l’oro alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968 ‒ destinato a cambiare la sua carriera. Il record ‒ ancora oggi imbattuto a livello europeo ‒ resisterà fino al 1996 quando Michael Johnson lo porterà a 19”66.

«Sono undici anni che vado alla ricerca di un risultato del genere e che finalmente adesso sono riuscito a trovare. Adesso anche io sono un primatista del mondo, un ragazzo del Sud senza piste oggi è riuscito a fare il record del mondo. Io sono partito con umiltà ed è venuto fuori questo record». Con queste parole, ancora scosso dalla fatica e dall’emozione, Mennea spiegò ai microfoni dei giornalisti il risultato.

Una curva perfetta, la progressione «morbida» come la definisce Gianni Minà durante la telecronaca, un piccolo sbandamento sul rettilineo, poi la progressione finale e il traguardo. Mennea, però, va avanti, non si volta, vuole sentire l’urlo della folla e sa che quell’urlo significa un cosa soltanto: è record.

«Non guarda mai indietro, sempre avanti come a puntare un obiettivo che cerca da tempo», spiega Minà mentre Mennea si avvicina al traguardo.

«Sulla sua agenda alla data del 12 settembre ‒ racconta lo scrittore Tommy Di Bari autore del libro Pietro Mennea. L’uomo che ha battuto il tempo ‒ c’è scritto soltanto “19”72” e alla data del 13 “allenarsi”. Non c’era scritto nemmeno record. Era uno normale, come tanti, ma molto severo con se stesso». L’impresa eccezionale ‒ per dirla con le parole di Lucio Dalla ‒ è essere normale. «Nelle agende ‒ continua Di Bari ‒ riportava i tempi, gli orari di allenamento. Non c’erano i suoi pensieri, ma quello che faceva».

L’uomo più veloce del mondo è nato a Barletta, in quella parte di Puglia tra Foggia e Bari che si impara a conoscere sui banchi di scuola per la storica disfida. Un uomo di poche parole, tenace e veloce, Mennea è stato atleta e parlamentare, velocista e plurilaureato. Nella sua carriera si contano anche quattro finali olimpiche consecutive, dal 1972 al 1984.

«Pietro ‒ racconta ancora Di Bari ‒ veniva da una terra arida sotto ogni punto di vista. Ha restituito un’immagine del Sud diversa. La prima volta che sono stato nel suo studio a Roma ho aspettato una decina di minuti e ho avuto modo di guardare il suo mondo. C’erano foto con ambasciatori, presidenti. Mennea rappresentava l’Italia».

Il record di Città del Messico segna uno spartiacque nella carriera del velocista italiano, della Freccia del Sud come poi imparammo a chiamarlo, e nell’atletica di casa nostra, preceduto tredici mesi prima da un’altra importante vittoria, quella di Sara Simeoni che il 4 agosto del 1978 a Brescia saltò 2,01 metri. Il salto dell’atleta veronese non è solo un primato mondiale, ma è anche la prima volta che una donna supera i 2 metri. I record di Brescia e Città del Messico cambiarono le vite di Pietro e Sara.

«Il cambiamento ‒ spiega oggi Sara Simeoni ‒ non è stato mio, ma dell’interesse dell’opinione pubblica. Non abbiamo mai parlato molto io e Pietro perché si allenava e poi se ne andava. Si stava poco insieme. Non c’era tempo per parlarne. Per me il record ripetuto poi qualche settimana dopo agli Europei è stato importante. La gente si è accorta che non c’era solo il calcio, che anche altri campioni potevano avere un seguito».

Nel volgere di un anno Pietro e Sara portarono alla ribalta uno sport fino ad allora poco noto, quasi di nicchia, ma soprattutto divennero due campioni popolari, lontani dai riflettori e per questo diversi da quelli del calcio. Due vere e proprie icone pop. «Ti vedevano in un modo diverso ‒ aggiunge Sara Simeoni ‒, c’era rispetto per quello che facevi. La gente si affezionava al campione e noi gli davamo l’opportunità di essere contenti. Oggi apprezzo di più i miei risultati perché mi rendo conto di quello che hanno significato per le persone comuni. Erano anni, poi, in cui per una donna non era scontato».

Nell’estate del 1980, pochi mesi dopo lo scandalo del calcioscommesse che travolse il calcio italiano, Mennea e Simeoni ebbero modo di imporsi ancora una volta. Alle Olimpiadi di Mosca vinsero entrambi l’oro: Mennea prevalse con 20”19 bruciando sul traguardo lo scozzese Allan Wells che si fermò a 20”21, Simeoni conquistò l’oro saltando 1,97 metri.

Passano gli anni, ma l’impresa compiuta sulla pista di Città del Messico vive non solo di ricordi e filmati d’epoca. Per quella storica giornata anche quest’anno, per il sesto anno consecutivo, la FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera) organizza il Mennea Day, la giornata con i tradizionali 200 metri aperti a tutti in tutta Italia. Cuore della manifestazione sarà, però, Matera, Capitale europea della cultura 2019. Nel centro della città, in piazza Vittorio Veneto, sarà posizionata una pista d’atletica sulla quale correranno i giovani atleti della Puglia e della Basilicata, poi ci sarà spazio per momenti istituzionali come, tra gli altri, la riunione del Consiglio federale e l’inaugurazione della Biblioteca della cultura sportiva, un nuovo archivio di libri sportivi, tesi di laurea, progetti di ricerca, per promuovere tra i più giovani le grandi storie d’atletica e di sport, con un totem multimediale dedicato alle imprese di Mennea.

 

Immagine: Pietro Mennea prima della competizione olimpica di qualificazione per la finale della staffetta 4x100, Monaco, Germania (estate 1972). Crediti: Sergio Del Grande (Mondadori Publishers) [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0