16 luglio 2019

Quanto costa il lavoro in Europa?

Il costo del lavoro è un fattore importante per valutare non solo l’economia di un Paese, ma anche il tenore e la qualità della vita dei suoi cittadini e rappresenta un discrimine fondamentale che segna la distanza tra i Paesi più ricchi e quelli più poveri.

Al netto delle differenze abissali che esistono su scala planetaria, i recenti dati Eurostat (l’Istituto di Statistica dell’Unione Europea), che analizzano il costo del lavoro nella sola UE, tratteggiano un continente con profonde differenze tra i diversi Paesi che lo compongono e confermano la prospettiva di un’Europa che viaggia davvero a più velocità e in cui tassi di benessere molto elevati si contrappongono a una sostanziale povertà data da differenze salariali molto consistenti.

Escludendo il settore agricolo e la pubblica amministrazione per cui la questione salariale è diversa, nel 2018 l’Eurostat parla di un costo medio del lavoro di 27,4 € nell’Unione Europea e di 30,6 € in tutta l’area euro con però, appunto, gap molto ampi. Da un lato Paesi come la Danimarca (43,5 € in assoluto il costo più alto), seguita da Lussemburgo (40,6 €), Belgio (39,7 €), Svezia (36,6 €) e infine Paesi Bassi e Francia (rispettivamente 35,9 € e 35,8 €). In fondo si posizionano, invece, i Paesi dell’Est Europa: fanalino di coda è la Bulgaria (5,4 €), poi Romania (6,9 €), Lituania (9,0 €), Ungheria (9,2 €) e Lettonia (9,3 €).

Tali costi orari medi del lavoro ovviamente includono salari, stipendi e bonus, insieme anche a costi di occupazione non salariali (cioè i contributi sociali e le imposte sul lavoro) e disegnano, quindi, il quadro delle complessive differenze del costo della manodopera nei Paesi dell’Unione.

In questa prospettiva come si colloca l’Italia? Il costo orario della manodopera italiana è sostanzialmente allineato con il valore medio europeo (27,4 € e 30,6 €) e il nostro Paese si colloca al dodicesimo posto subito prima della Spagna, ma di fatto dietro tutte le grandi economie del continente; in più (e questo è un problema purtroppo prettamente italiano) ciò che il lavoratore italiano percepisce è significativamente decurtato dalla tassazione (che da noi raggiunge tassi altissimi) nonché da vari altri oneri e contributi.

Il costo del lavoro è uno dei fattori determinanti per lavoratori e imprese: se, infatti, rappresenta uno degli elementi principali per determinare la competitività di un’impresa e spesso ne determina la sua geolocalizzazione in un Paese piuttosto che in un altro (come è accaduto a più riprese anche in Italia dove anche imprese e aziende storiche hanno nel tempo sempre più delocalizzato le loro attività produttive e le loro produzioni all’estero, in luoghi con un costo del lavoro più basso e soprattutto con una tassazione inferiore), per il lavoratore il salario è, quasi sempre, la sua principale fonte di reddito e ne determina quasi in toto il potere d’acquisto e la capacità di un eventuale risparmio.

Allargando infine lo sguardo, possiamo notare che, rispetto al 2017, nel 2018 i Paesi che avevano già un costo del lavoro più alto non hanno registrato variazioni sostanziali: Finlandia (+1,2%), Spagna (+1,3%), Portogallo (+1,4%) e appena +0,4% a Malta; mentre un vero e proprio balzo in avanti è stato compiuto in Europa dell’Est: Estonia e Slovacchia (+6,8%), Lituania (+10,4%) e Lettonia che segna addirittura un +12,9%.

 

Immagine: Lavoratori dissodano il terreno per prepararlo alla coltivazione nell’ambito di interventi di bonifica a Guidonia, Roma (prima metà del XX secolo). Crediti: Fonte, Guidonia Montecelio: l’acqua - la pietra - l’aria, Guidonia Montecelio, Koinè Nuove edizioni, 2002, p. 66 [Pubblico dominio], attraverso it.wikipedia.org

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