15 ottobre 2018

Quanto vale mezzo grado

L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha pubblicato l’8 ottobre un report dal titolo Global Warming of 1.5 °C, con lo scopo di fornire ai governi una vera e propria guida scientifica per indirizzare l’azione politica di contrasto al problema del riscaldamento globale. Si tratta di una pubblicazione particolarmente importante: concordata nel 2015 durante la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, tenuta a Parigi, e redatta da 91 autori di 40 diverse nazionalità, rappresenta una sorta di ‘meta-analisi’ della letteratura fin qui prodotta sul tema del riscaldamento globale e dovrà costituire la base scientifica per la Conferenza di Katowice, in Polonia, di dicembre, in cui verranno rivisti gli Accordi di Parigi.

Rispetto all’epoca preindustriale il clima è aumentato globalmente di circa 1 °C, e la gran parte dell’incremento è avvenuta nel corso del XX secolo. Per il XXI secolo si prevede, a seconda dei modelli utilizzati, un ulteriore aumento delle temperature che potrebbe andare da 1,1 a oltre 6 °C. Nell’Accordo di Parigi siglato il 12 dicembre 2015 a conclusione della Conferenza ONU i governi hanno sottoscritto un piano, che dovrebbe diventare operativo dal 2020, per limitare il riscaldamento globale “ben al di sotto di 2 °C” in più rispetto ai livelli preindustriali e si sono impegnati a proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C.

Ma quanto vale questo mezzo grado di differenza?

Considerata la repentinità dei cambiamenti, secondo il report offrirebbe almeno qualche possibilità di adattarsi e rimanere sotto la soglia di rischi rilevanti, riducendo molti impatti gravi sugli ecosistemi, sulla salute e sulle sue condizioni di vita umane. Con un riscaldamento globale di 1,5 °C anziché di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, per esempio, entro il 2100 l’innalzamento del livello del mare su scala globale sarebbe più basso di 10 cm e coinvolgerebbe dai 31 ai 69 milioni di abitanti anziché dai 32 agli 80 milioni; le barriere coralline diminuirebbero del 70-90% invece di scomparire del tutto; ogni cinque anni il 14% invece del 37% della popolazione mondiale si troverebbe esposta a temperature altissime; i ghiacci del Mar Glaciale Artico si scioglierebbero completamente una volta in un secolo invece di una volta ogni dieci anni; la siccità, che è un problema soprattutto dell’area mediterranea, riguarderebbe 350 invece di 411 milioni di persone in più rispetto a oggi.

Come si nota, anche solo con mezzo grado in più, le trasformazioni sarebbero molto pesanti. D’altronde, il report dice chiaramente che già oggi stiamo vivendo in pieno le conseguenze del cambiamento climatico, come mostrano l’innalzamento dei mari, lo scioglimento dei ghiacci artici e diverse anomalie meteorologiche.

Il report però enfatizza anche la grave insufficienza delle misure finora previste e messe in atto: già entro il 2030, se non si cambierà radicalmente direzione – il che implicherebbe la forse utopistica riduzione delle emissioni di CO2 nette globali prodotte dall’attività umana di circa il 45% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2030 per raggiungere lo zero intorno al 2050 –, la temperatura potrebbe superare quell’1,5 °C in più e molto probabilmente anche i 2 °C.

 

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