13 febbraio 2019

Razzismo da stadio, “un grande problema”

«Italy is a big problem»: con cinque parole, a margine del Comitato esecutivo del 43° Congresso ordinario della UEFA che si sono tenuti a Roma la scorsa settimana, il presidente della confederazione calcistica europea, Aleksander Čeferin ha confermato che le preoccupazioni dell’organismo in merito al razzismo da stadio siano decisamente forti per quanto riguarda l’Italia. Un problema che non riguarda solo il nostro calcio, ma, se altrove – si pensi all’Inghilterra e alla Spagna, dove gli episodi esistono e sono per prime le società a prendere provvedimenti nei confronti di chi se ne rende protagonista, senza contare poi le conseguenze dei reati discriminatori di cui si occupano i tribunali ordinari – il dibattito ha portato ad una maggiore consapevolezza e attività da parte dei club, in Italia la sostanziale deresponsabilizzazione delle società si unisce alla confusione ingenerata anche dalla fattispecie della “discriminazione territoriale”, che andrebbe in realtà collegata più alla mancanza di cultura del tifo (essendo tipica del tifo contro in diversi sport, un canone nostrano diffuso da decenni) che non al razzismo vero e proprio, e mostra tutti i suoi limiti nel merito di comportamenti e relative sanzioni non di rado in contraddizione fra loro. Così può capitare che, a fronte di un provvedimento di chiusura di una curva, per una situazione analoga non arrivi alcuna sanzione.

E allora, mentre da un lato il dibattito viene deviato su questioni di campanile, che indiscutibilmente fanno più presa sull’opinione pubblica, dall’altro si assiste ad analisi degli ululati razzisti che raggiungono livelli parossistici.

L’ultimo caso, all’inizio del mese di febbraio, nelle motivazioni della sentenza con la quale il giudice sportivo della Serie A ha ritenuto di non sanzionare le invettive razziste rilevate dagli ufficiali nel corso della partita Inter-Bologna e indirizzate ad un calciatore di origine senegalese tesserato per il club emiliano. «Rilevato – si legge – che una parte dei sostenitori [...] indirizzava cori insultanti espressivi di discriminazione razziale nei confronti di un calciatore della squadra avversaria; considerato che i cori venivano immediatamente coperti dai fischi di disapprovazione del restante pubblico; ritenuto pertanto che, in disparte la dimensione dei cori e la percentuale di partecipazione del pubblico [...], trova applicazione con efficacia esimente la circostanza della dissociazione del restante pubblico [...], decide di non adottare provvedimenti sanzionatori nei confronti della società in relazione al comportamento tenuto da alcuni suoi sostenitori».

Qui interessano relativamente l’identità delle tifoserie e del calciatore stesso, ma le motivazioni rappresentano l’esempio più plastico di una normativa che certifica quanto il pallone italiano non sia capace di condannare in maniera chiara e netta certi episodi. Oggi degli ululati razzisti si valuta la durata, il numero di persone coinvolte nel coro, l’entità degli ululati – vale a dire la capacità di essere percepiti da tutto lo stadio – nonché la replica degli altri sostenitori. E se può essere giusto valorizzare gli aspetti positivi e il «tifo sano», nelle parole del presidente FIGC Gravina a commento del caso specifico, la ricerca delle esimenti porta, come conseguenza, appunto la deresponsabilizzazione delle società le quali, in questo modo, al di là della stigmatizzazione di certi episodi e di iniziative di facciata, raramente vanno.

Fa allora specie come, per la prima volta, un club italiano abbia deciso di vietare l’ingresso alle manifestazioni sportive che vedono coinvolta la società ad un tifoso: protagonista della decisione il Cittadella, che ha voluto sanzionare in questo modo un sostenitore che, nel corso di una partita del campionato Primavera tra i veneti ed il Carpi, aveva proferito insulti razzisti nei confronti di un calciatore avversario. La società era stata multata di 1000 euro dal giudice sportivo, ma ha scelto così di andare oltre. Un oltre che in Italia rappresenta un’eccezione mentre altrove, in Europa, è la prassi.

Piccoli passi, e sarà interessante vedere se qualche altro club agirà nella stessa maniera. Intanto, la FIGC ha introdotto recentemente nuove norme atte a snellire la procedura di interruzione e sospensione delle partite al verificarsi di comportamenti discriminatori «per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine territoriale o etnica» rilevati dal responsabile dell’ordine pubblico designato dal ministero dell’Interno e agli incaricati della Procura della FIGC presenti allo stadio. Non tocca insomma più all’arbitro il compito di rilevare se la normativa viene infranta, e questo è senz’altro un passo avanti: l’ordine di interruzione arriva ora al direttore di gara dall’alto, e così pure l’ordine di sospensione o ripresa. Tuttavia, di nuovo l’unione di razzismo e discriminazione territoriale appare un imbuto destinato a creare ancora scompensi nelle decisioni, con episodi che verranno regolarmente rilevati e altri, a discrezione, verosimilmente ignorati.

Lontano dal calcio professionistico – dove l’eco è più chiara – il problema è però ben più evidente, anche per un aspetto sociale da non sottovalutare: è soprattutto nelle categorie inferiori, e ancor di più nei tornei giovanili, che la presenza di immigrati di seconda generazione (in campo tanto in qualità di giocatori che di arbitri) è maggiore, e la relativa lontananza di certi campi dalla visibilità mediatica cela solo in parte episodi di razzismo che non possono non destare allarme, perpetrati nei confronti anche di bambini e ragazzini, spesso da parte degli adulti. E la prospettiva è tutt’altro che improntata all’ottimismo: «Estirpare il razzismo dal calcio è quasi impossibile», ha sostenuto lo stesso Gravina.

Qui vale la pena citare di nuovo Ceferin che, sempre nel corso della conferenza stampa di cui si è già accennato, non le ha mandate a dire e, pur non citando casi specifici, si è detto preoccupato del fatto che «le dichiarazioni di certi politici in Europa non facciano che peggiorare la situazione». In questo senso, emblematico fu lo striscione che, nel maggio 2018, venne esposto a San Gallo prima di Italia-Arabia Saudita: “Il mio capitano ha sangue italiano”, recitava, in riferimento alla possibilità che Mario Balotelli indossasse la fascia. Balotelli (peraltro andato in gol in quella partita) rispose su Instagram con un laconico «siamo nel 2018 ragazzi, basta. Svegliatevi, per favore», ma l’episodio resta indicativo. In tutto questo, si salva il calcio femminile, dove alfiere e capitano della Nazionale – nonché icona dell’intero movimento del pallone azzurro – è Sara Gama. Forse qualche speranza c’è.

 

Crediti immagine: Antonio Balasco / Shutterstock.com

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