Questo sito contribuisce all'audience di
25 giugno 2018

Rom e censimenti

Non esistono dati certi sulla consistenza numerica di Rom, Sinti e Caminanti (RSC) in Italia: secondo l’ANCI e la Comunità di Sant’Egidio sono 130-150.000, per l’UNIRSI (Unione Nazionale e Internazionale dei Rom e dei Sinti in Italia) e l’Opera nomadi 170.000, per il Consiglio d’Europa 170-180.000. In ogni caso, si tratta di una minoranza con una percentuale intorno allo 0,2% dell’intera popolazione, inferiore che in altri Paesi dell’Europa (in Romania è stimata intorno all’8%, in Bulgaria all’8,4%, nella Repubblica Ceca al 2,4%, in Grecia al 2%, in Spagna all’1,6%, in Francia allo 0,5%).

In Italia da più parti si è denunciata una carenza di conoscenze statistiche sui RSC e, anzi, nel 2012 il Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale dell’ONU espresse preoccupazione «per l’assenza di dati sulla composizione etnica della popolazione» nel nostro Paese: è importante raccogliere informazioni su ogni segmento di cittadinanza, per individuarne i problemi e indirizzare l’azione politica, ma ciò può essere fatto solo con il consenso degli interessati, a condizione che si rispetti l’anonimato, che i dati vengano poi disaggregati affinché le persone non siano individuate e ‘ridotte’ alla loro appartenenza etnica (o di qualsiasi altro tipo); e non con obiettivi discriminatori. Un qualsiasi altro genere di censimento contrasta con i principi costitutivi non solo dell’Italia ma anche della UE, e nello specifico con l’art. 9 del Regolamento 2016/679 («È vietato trattare dati personali che rivelino l’origine razziale o etnica […] della persona»). Pertanto, ogni volta che si sono tentate strade alternative, sono intervenute le istituzioni internazionali: all’Italia – ma casi analoghi sono capitati anche altrove, per esempio nel Regno Unito – dopo il censimento del 2008, in cui erano state prese le impronte digitali, venne imposto di distruggere i dati raccolti.

Lo studio dei RSC è particolarmente delicato anche per via dello stigma sociale (gli interessati lo vivono come un’autodenuncia) e perché quelli che vengono definiti ‘zingari’ o ‘nomadi’ (benché la stragrande maggioranza sia stanziale) sono una realtà composita e pertanto stentano essi stessi a identificarsi con una sola etnia: più della metà è italiana da generazioni, un’altra ampia parte è composta da cittadini europei (romeni e bulgari) e un’altra ancora da apolidi provenienti dalla ex Iugoslavia (anch’essi quindi non passibili di espulsione); sono cattolici, protestanti, ortodossi e musulmani; la lingua Romanì non è parlata da tutti.

Nonostante tali complessità, un’indagine pilota su quattro Comuni è stata compiuta nel 2017 dall’Istat e altre istituzioni; per quanto riguarda l’emergenza abitativa, in cui vivono circa 26.000 persone (non solo RSC), dello stesso anno è il Rapporto 2017 dell’Associazione 21 luglio ONLUS; analogo problema ha affrontato lo studio di M. Giovannetti, N. Marchesini, E. Baldoni, Gli insediamenti Rom, Sinti e Caminanti in Italia del 2016; un’indagine articolata venne compiuta poi nel 2011 dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti della persona (Rapporto conclusivo dell’indagine sulla condizione di Rom, Sinti, Caminanti), che fornisce dati demografici e storici, informazioni sulle altre situazioni europee, analizza alcuni aspetti giuridici e i pregiudizi dell’opinione pubblica; infine – ma la letteratura è ovviamente molto ricca – per un inquadramento più ampio si può leggere il numero monografico della rivista di diritto Jura Gentium, La minoranza insicura (2010-11), con contributi di diversi studiosi.

 

Crediti immagine: da Alan Denney (Flickr: Corso XXII Marzo 1984) [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], attraverso Wikimedia Commons

 


0