24 marzo 2015

Sacchi l'idealista e il "suo" Milan

di Marco Bucciantini

“Una volta Van Basten mi disse: mister, ma perché agli altri basta vincere e noi dobbiamo anche convincere? Gli risposi: Marco, se vuoi rimanere nella memoria della gente devi vincere in un certo modo perché non basta la vittoria in sé. Forse è per questo che io vengo ricordato così tanto, anche al di là delle vittorie, poche o tante, che ho ottenuto”. Lo raccontò Arrigo Sacchi, anni dopo.

Aver trasformato un piacere estetico in una necessità fu decisivo per posarsi nella memoria collettiva che Sacchi cercava. Perché in fondo furono due anni e mezzo, e basta: ma in questa storia non conta il “quanto”. Conta il “come”: questa era l’ossessione di un uomo che ha dato molto, ma ha preteso troppo, anche da sé stesso. Finendo per esaltare i vizi di una storia virtuosa, eccezionale. Arrigo Sacchi fu l’uomo giusto al posto giusto: e questo elevò il momento a essere altrettanto giusto. Gli altri “rivoluzionari” indicati da Capello nella storia del calcio, e che conducono queste righe dopo aver scritto di Rinuus Michels e degli olandesi – la storia “moderna”, dagli anni sesssanta in avanti, la storia che Capello ha conosciuto – hanno saputo resistere, ritornare, anche ripetersi (in sedicesimo, ma senza parodia). Michels e poi Guardiola (questi i tre “momenti”) esplodono in un posto, ma si propagano e riescono a lavorare anche altrove. Sacchi no, la sua forza d’impatto è stata così dirompente e maniacale da logorare tutto e tutti, soprattutto lui. Il suo Milan divenne un titolo, Ilmilandisacchi, una parola sola, significativa. Non inventò niente, ma elevò a sistema tutta una serie di intuizioni praticate a rimorchio dell’avvento olandese. Radice, Marchiorio, Viciani, Fascetti, Vinicio, Liedholm: in Italia si praticava il calcio totale, corto, corale. Sacchi lo raccolse e lo impose a una squadra di campioni: per farlo con cotanti giocatori, serviva una radicalità e un ossessione al particolare estrema. E quando fu assimilato, i campioni stessi (come no) permisero d’incidere quel nome tutto intero nella storia del calcio, sublimando la rivoluzione: le vittorie – in questo – aiutano, anche se non sono decisive perché il sedimento nell’immaginario collettivo si riempie di altro, di suggestioni, d’impressioni, di coraggioso pionierismo. Le vittorie possono puntualizzare ma non contrassegnano un’era in uno sport così popolare: lo abbiamo visto per l’Olanda, indimenticabile e perdente e tenacemente presente nella memoria. Quello che posò Ilmilandisacchi nei nostri ricordi è il fervore innovativo, il nerbo, il metodo del lavoro, il reiterato accenno alla fatica, al sudore, al privilegio da espiare per i calciatori (che giocoforza, alla fine lo detesteranno, lo cacceranno – perfino – dal Milan: “O lui o noi”, intimarono a Berlusconi). La forza nuova che inondò la Penisola e tracimò in Europa, facendo di Milano il punto centrale del calcio. Altro modo di valutare un’idea è il suo residuare perpetuo, come se fosse un’eredità imposta, ineludibile. Nessuno replicò (e fu una fortuna, per certi versi) quella squadra, così come nessuno poté trascurarne le pratiche, smembrarle, adattarle e scimmiottarle per quanto possibile. C’è una straordinaria intuizione di Mario Sconcerti, il più tattico fra i giornalisti, che pure cerca riferimenti ancestrali: “Il vero avversario di Sacchi non fu un altro tecnico, ma Diego Armando Maradona, il calcio patriarcale che rappresentava, il talento che se ne frega del metodo e invita tutti a seguirlo per allegria. Chi abbia vinto è difficile dire e anche poco importante. Importante è rappresentare qualcosa, saperla fare. Sacchi faceva muovere le sue squadre come fossero le migrazioni di un popolo. Le vedevi ripartire ogni volta e allargarsi rapide come uno sciame d’api. Gli avversari stretti contro le fasce laterali, stremati, stupiti, battuti”. Non fu dunque un modulo: semmai fu una filosofia (di vita, di campo, di calcio). Mascolina, manichea, ottusa, anche. Sacchi visse la sua missione senza concessioni e senza corruzioni. Permeato di idealismo come può esserlo un autodidatta, distante dai “modi” e dai compromessi. Animato dal senso di colpa per aver lasciato l’azienda paterna, e aver “usato” il periodo da venditore estero per informarsi sui sistemi di allenamento, specie olandesi. Non avendo pedigree, Sacchi deve fare la gavetta: lasciare il lavoro di rappresentante per la panchina, non è una scelta facile. Fusignano, Bellaria, la primavera del Cesena (con la quale vinse il campionato, “tecnicamente l’impresa maggiore della mia carriera”, disse poi lui: tanti hanno vinto Campionati e Coppe con il Milan, nessuno ha mai vinto qualcosa con il Cesena), quella della Fiorentina (dove lo scelse Allodi, uno che di calcio se ne intendeva, un certificato di idoneità ai massimi livelli). Il Rimini in C1, il Parma promosso in B, le due vittorie a San Siro in Coppa Italia, davanti a Berlusconi che lo sceglie: voglio lui. È sicuro, Cavaliere? Se c’è un modo per togliere i dubbi dalla testa di un istrione con manie di assolutismo, è mettere in discussione una sua idea. Così Berlusconi fu sicurissimo. Sacchi al Milan, con Mussi per fare il terzino, con quel tocco di artigianalità che fa calore, ma anche un indizio di una considerazione per il gruppo decisamente maggiore rispetto a quella per i calciatori. Un Campionato, due Coppe Campioni, due Coppe intercontinentali, le supercoppe accessorie: in due anni, fra la primavera del 1988 – quando si concluse la rimonta sul Napoli – e il maggio del 1990. Non fu il quanto: fu il come. Il Milan mostrò un calcio costruito e infallibile. Movimenti calibrati, organici, e trame provate e riprovate in allenamento, un progetto tattico ampio, da cima a fondo, a tutto campo, la difesa schierata a zona pura, comandata da Baresi, allineato con Tassotti, Galli e Maldini. A centrocampo Ancelotti fa circolare palla, Colombo corre, equilibra, accorcia i reparti. Evani a sinistra è un altro elemento tattico, Donadoni a destra è molto di più. Davanti, Virdis rimpiazza Van Basten – che torna per la volata finale, e sarà il protagonista del biennio europeo – e Gullit aggiunge tutto: potenza, corsa, fisicità, qualità. Soprattutto, interpreta il ruolo come insegna la scuola d’origine, quella olandese: considera il campo (tutto) come possibilità. Non sorprenda il nome di Colombo: Sacchi ha necessità di timbrare le sue squadre con questi uomini disposti al sacrificio estremo, ripagati dall’appartenenza a una squadra di campioni. Quando arriverà Rijkaard non sarà lui a perdere il posto, ma toccherà ad Ancelotti o Evani, e raramente Donadoni. Si ricordava prima di Mussi: il terzino giocherà poche volte da titolare, eppure sarà in campo nella finale del Mondiale americano, e in tutto l’Europeo successivo, perché Sacchi è così, prendere o lasciare, c’è sempre un deriva revanscista e dimostrativa nelle sue manifestazioni. Fino al grottesco e all’autolesionismo. La premessa a questa rabberciata storia del calcio in tre puntate era sui meriti del pioniere, l’olandese Rinuus Michels: nel Milan, il lascito è dapprima filosofico, poi pratico. Quando Sacchi potrà schierare Rijkaard, Gullit e Van Basten (e quindi dal settembre del 1988, per il biennio che porterà tutti i trionfi internazionali) non farà altro che appoggiare la sua possente teoria su tre fuoriclasse genuinamente figli (anche meticci) dell’Olanda, perfino cardini della Nazionale che vincerà l’Europeo del 1988, l’unico trofeo arancione di sempre: in panchina, guarda un po’, c’è Michels. Ma il Milan di Sacchi è marchiato, è suo. Perché non è solo pressing ossessivo, che inaridisce le fonti di gioco avversarie fin dall'altrui area di rigore, ma è qualcosa di più: la tattica del fuorigioco viene elevata a sistema e sarà la più organica e esasperata versione mai vista sui campi di gioco, e quando si diffonderà per emulazione, la Fifa cambierà le regole, per complicarla, tanto castrava le partite di molte azioni. Accorciare in avanti la squadra permetteva di cambiare nome al contropiede, riducendolo alla “ripartenza”: serviva un vocabolario nuovo per rinfrescare anche lessicalmente il calcio italiano… Sostanzialmente, Sacchi è stato un organizzatore massimalista: ha cercato il limite superiore del concetto di squadra. Nella forma, il suo Milan era anzitutto e più di tutto difensivo (e fu eccezionale in questo) perché coinvolgeva tutti i giocatori nei compiti di difesa. Ma aggrediva così “alto” gli avversari e con in testa la subitanea presa di possesso di ogni centimetro di campo, chiamando tutti alla partecipazione, alla migrazione verso una metà immaginaria, che tutto veniva trasformato in attacco, e chi a distanza di anni rilegge quelle stagioni partendo dall’impenetrabilità difensiva, non trucca niente, ma si perde qualcosa. Come l’Olanda, c’era poca o nessuna considerazione per gli avversari: il concetto di tattica deprimeva quello appaiato di “strategia”. La tattica è pur sempre la massima valutazione degli altri, per ragionare le giuste contrarie. In Michels e in Sacchi l’avversario era senza nome, senza storia, sia collettivamente che individualmente (fino al paradosso: “Evani ha vinto più di Maradona”, disse, umiliando il suo mondo con una sentenza dialetticamente disonesta). Rispetto all’Olanda, però, era diversa l’impressione generale: entrambe erano squadre con movimenti d’assieme studiati e provati, ma negli olandesi era superiore il travestimento da allegra brigata anarchica (e non lo erano affatto, ma lo sembravano, e ne giovavano). Come tutte le novità, fu dirompente, elevò l’intero calcio italiano, lo sgrossò di antipatiche definizioni (anche ingiuste), modernizzò, luccicò di esibizioni immense, piene. E scadde nel manierismo. Infatti fu più semplice all’estero, mentre in Penisola il Milan fu studiato, in parte assorbito, sicuramente osteggiato, anche avversato. Ed è vero che sul fronte interno sono sempre più pesanti i contraccolpi della routine quotidiana, provata dalla cura ossessiva per il lavoro che sfiora il sadismo. Fu favorito dal numero di partite: ne servivano 30 per il Campionato e 7 per la Coppa dei Campioni, giocata tra l’altro senza le squadre inglesi, dominatrici del periodo ed estromesse dopo i fatti dell’Heysel: non per togliere, solo per contestualizzare: assieme al Milan – prima e dopo – vinsero la Steaua Bucarest, il Porto, il Psv, la Stella Rossa di Belgrado. Poche partite significa più tempo per allenare e quella squadra era molto allenata, necessitava di preparazione continua. Oggi farebbe più fatica perché era un sistema che non prevedeva smagliature, un esercizio da trapezista senza rete, il rischio era la caduta, la stanchezza (anche mentale) fu la nemica che arrivò a decidere, appunto, nella testa dei campioni: “O lui o noi”. È giusto fermarsi qui. Certo, ci fu altro, la Nazionale, il penoso ritorno al Milan, qualche pezzo di mestiere qui e là, lo stress: soprattutto di non essere all’altezza di sé stessi, o dell’immagine che si crede di aver dato di sé agli altri, anche se poi seppe spiegarla bene, “il mio perfezionismo mi ha consumato, e se ti senti vuoto dentro, non puoi riempire gli altri”. Non c’è stato più niente da aggiungere, anzi, il seguito ha eroso il passato, la sua Nazionale poche volte è piaciuta, quasi mai è sembrata “militare” come il suo Milan, certe derive sono servite solo ad alimentare la guerra di religione nel suo nome, sacchiani o anti-sacchiani. Se ne parla ancora, certe cose restano.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0