18 dicembre 2012

Se potessi avere duemila euro al mese

Dal rapporto Istat pubblicato in questi giorni su Reddito e condizioni di vita relativo all’anno 2011 emergono numeri desolanti, che traducono in cifre crudamente eloquenti i disagi quotidiani di milioni di persone. Il 50% delle famiglie italiane vive (male) con 2000 euro al mese, ma il dato è ancora più preoccupante se si guarda al Mezzogiorno e alle Isole, dove metà delle famiglie percepisce un reddito netto di circa 1600 euro, con un’accentuazione significativa rispetto all’anno precedente delle tradizionali disparità tra Nord e Sud. Il 28% dei residenti in Italia risulta a rischio di povertà o esclusione sociale, in base all’indicatore derivante dalla combinazione del rischio di povertà (calcolato sui redditi 2010), della severa deprivazione materiale e della bassa intensità di lavoro, indicatore che è cresciuto di 3,8 punti percentuali rispetto all’anno precedente a causa dall’aumento della quota di persone a rischio di povertà (dal 18,2% al 19,6%) e di quelle che soffrono di severa deprivazione (dal 6,9% all’11,1%). In pratica significa che sono aumentate le persone che non possono permettersi di andare in vacanza per una settimana lontano da casa (dal 39,8% al 46,6%), coloro che rinunciano ad accendere il riscaldamento perché costa troppo (dall’11,2% al 17,9%), le persone per cui una spesa imprevista di 800 euro è insostenibile (dal 33,3% al 38,5%); o ancora – ed è il dato che colpisce di più, che rievoca tempi che credevamo passati per sempre – raddoppia quasi il numero delle persone che non potrebbero permettersi, se lo volessero, un pasto proteico adeguato ogni due giorni (dal 6,7% al 12,3%). Non c’è da stupirsi dunque se, considerando i dati di un altro rapporto Istat, quello sui Consumi delle famiglie, si nota un consistente taglio delle spese dedicate ad abbigliamento, arredamento, comunicazioni; ed è un normale corollario dei tempi difficili il fatto che il 35,8% delle famiglie dichiari di aver diminuito la quantità e/o la qualità dei prodotti alimentari acquistati e che il tempo libero, i viaggi, cultura e i libri si attestino tristemente su percentuali minime.


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