22 febbraio 2018

Sessant’anni dalla legge Merlin

Sessant’anni fa, il 20 febbraio 1958, il Parlamento approvò la legge n. 75, tuttora in vigore, intitolata alla senatrice socialista che l’aveva presentata, Angelina (Lina) Merlin. La legge, ispirata da quella francese del 1946 promossa dall’attivista ed ex prostituta Marthe Richard, dichiara illegale lo sfruttamento della prostituzione e, di conseguenza, le ‘case di meretricio’. Queste ultime erano l’oggetto principale della disciplina precedente (R.d. n. 773 del 18/6/1931, artt. 190 e ss. e successive modifiche), che si occupava sostanzialmente di evitare i pericoli per la salute del cliente e per l’ordine pubblico, stabilendo tra l’altro che tali locali non potevano trovarsi vicini a scuole, chiese, caserme o mercati (art. 192), che dovevano rispettare orari particolari (art. 195), che non vi si potevano spacciare cibi o bevande e non vi si potevano tenere balli o feste (art. 196), che i tenutari dovevano notificare le generalità di tutte le lavoratrici (art. 194), e che queste a loro volta erano obbligate a visite mediche regolari alle quali non potevano sottrarsi senza essere dichiarate malate e quindi interdette dall’esercizio (art. 205).

Il principio che ispira la legge Merlin è quello della tutela della persona. Non rende, quindi, penalmente punibile la prostituzione, ma si pone l’obiettivo di salvaguardare le prostitute da ogni forma, fino ad allora considerata legittima, di sfruttamento altrui, nonché di eliminare quella serie di vessazioni burocratiche che impedivano di fatto alle prostitute di riacquistare la loro libertà, di trovare un diverso lavoro, di sposarsi, insomma di uscire dalle case: l’iscrizione a ruoli pubblici rendeva infatti impossibile nascondere il proprio passato, tremendamente soggetto a uno stigma sociale, e quindi molto arduo trovare un’altra occupazione, oltre al fatto che persistevano delle espresse limitazioni, come quella di svolgere certi tipi di lavoro se non previo un periodo di tre anni di ‘buona condotta’ (per esempio affittare stanze), o il divieto per i funzionari pubblici di sposarle. Pur introducendo il reato di adescamento, la legge Merlin perciò vieta che le prostitute siano condotte negli uffici di pubblica sicurezza se in possesso di documenti regolari e, laddove condotte negli uffici di pubblica sicurezza, che vi vengano sottoposte a visita medica coatta, o registrate, o munite di documenti speciali.

L’obiettivo di Merlin era quello di garantire piena cittadinanza anche alle prostitute (e così scriveva in una lettera commovente del 1950 una ex «della schiera delle tremila» prostitute registrate: «Ora, Gentile Signora, può Lei con i suoi alti uffici farmi cancellare dai ruoli tanto disonorati e far sì che con tale provvedimento possa io riacquistare tutti i diritti di una normale cittadina?»; Lettere dalle case chiuse, a cura di L. Merlin e C. Barberis, Edizioni Avanti!, 1955).

L’iter della legge durò quasi dieci anni e fu molto combattuto. Una buona parte dell’opinione pubblica era contraria e Merlin, pur essendo un personaggio del tutto autorevole – antifascista perseguitata dal regime e costretta al confino, partigiana, costituente (fu lei a insistere che nell’art. 3 della Costituzione venisse introdotta la frase «Tutti i cittadini [… ] sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso»), da tempo impegnata per i diritti delle donne  –, venne sottoposta a una pesante campagna denigratoria: un segno di quanto tale legge implicasse un cambio profondo di mentalità in un Paese in cui ancora recente era il suffragio universale e immatura l’idea di una piena cittadinanza femminile. All’epoca le case legali erano 560 e le circa 3000 prostitute che vi lavorano, trasferite a rotazione dall’una all’altra affinché la clientela non si stancasse e non nascessero legami affettivi, avevano diritto a circa la metà del compenso di ogni prestazione.

Infine, con la sola opposizione dei monarchici e del Movimento Sociale Italiano (MSI), la legge passò, prevedendo anche la creazione di forme di sussidio, di rieducazione e di assistenza statale per le donne che erano uscite dalle case.

L’immagine è un fotogramma tratto dal film Adua e le compagne di Antonio Pietrangeli


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