10 maggio 2018

Sette milioni di italiani in grave deprivazione materiale

L’Istat ha da poco diffuso, come tutti gli anni, una dettagliata ‘fotografia’ del nostro Paese con il rapporto Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo, che, attraverso l’analisi di numerosi indicatori statistici – dalla cultura al mercato del lavoro, dalle condizioni economiche delle famiglie all’ambiente –, fornisce spunti di riflessione sullo ‘stato di salute’ generale del nostro Paese, nel suo complesso e nelle eventuali disparità tra le sue diverse aree.

Non mancano in alcuni settori note positive: nel campo della salute (il tasso di mortalità infantile, per esempio, è tra i più bassi d’Europa), dell’occupazione, della criminalità (si registra una diminuzione dei reati). Ma un dato colpisce in modo particolare, relativamente alle condizioni economiche delle famiglie, e cioè che ci sono 7,3 milioni di italiani (il 12,1% della popolazione) che vivono in condizioni di grave deprivazione materiale, espressione con la quale si intende una situazione di involontaria incapacità di sostenere spese per determinati beni o servizi (per esempio affitto, bollette, mutuo, pasti adeguati, riscaldamento).

La percentuale registrata supera di 4,6 punti la media dell’Unione Europea a 28 Paesi (7,5%), nell’ambito della quale i numeri vanno dal 31,9 della Bulgaria allo 0,8 della Svezia. I dati analizzati sono quelli del 2016 e si riscontra un rialzo – rispetto al 2015, quando erano l’11,5% – che coinvolge principalmente i single, soprattutto se di età avanzata, e gli individui che vivono in famiglie con almeno un anziano. I numeri confermano inoltre il significativo svantaggio del Mezzogiorno, che accoglie 4,5 milioni di persone in questa condizione contro i poco meno di 3 milioni che si trovano al Centro-Nord, raggiungendo picchi soprattutto in Sicilia, Campania e Calabria. Prendendo invece in considerazione l’intensità del fenomeno, ovvero ‘quanto poveri sono i poveri’, l’intensità della povertà assoluta si è accentuata più al Centro-Nord (dal 18 al 20,8%) che nel Mezzogiorno (dal 19,9% al 20,5%). Gli squilibri tuttavia ‘pendono’ quasi sempre a sfavore del Sud, nell’occupazione giovanile come nel lavoro sommerso o nella percentuale di NEET, giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano; un triste primato che accompagna la storia del nostro Paese e che non si riesce a scalfire.


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