28 giugno 2020

Smart working, due parole mille significati

 

Il termine smart working è stato coniato recentemente anche in inglese, nel 2014, per indicare “un nuovo modello di lavoro che usa le nuove tecnologie e lo sviluppo di quelle esistenti per migliorare sia le prestazioni che la soddisfazione che si ottiene dal lavoro”. Non solo webinar e videocall, ma le più recenti tecnologie avanzate come “internet delle cose, tecnologie intelligenti, cloud computing, applicazioni internet che utilizzano tecnologie avanzate di elaborazione dei dati, tra cui macchine per l’apprendimento, data mining (estrazione di dati), intelligenza artificiale, business intelligence, data science...”. Le parole chiave dello smart working sono state trovate proprio all’interno della parola “smart”: Specific, Measurable, Achievable (raggiungibile), Relevant, Time-bound (con scadenza).

 

Eppure, tutto questo “mondo nuovo” in Italia sembra tradursi in semplice “lavoro da casa”. Ma quello gli inglesi lo chiamano home working. E che dire del lavoro da remoto, a distanza o telelavoro? In inglese viene definito remote working o teleworking, proprio come in italiano. Un lavoro cioè svolto da “ovunque”, compresa la casa, ma soprattutto uffici temporanei, spazi di co-working (lavoro collaborativo), librerie, biblioteche, caffetterie... per elencare i luoghi più comuni all’estero (ma c’è a chi basta un lap-top e una sdraio in spiaggia). Di solito queste opportunità appartengono a chi lavora come autonomo o free lance. E perfino qui, come “capi di sé stessi”, non è facile trovare il giusto equilibrio tra lavoro e tempo libero. Alcuni, infine, considerano lo smart working come la naturale evoluzione del teleworking.

 

Il punto è che sia l’home working che il remote working possono essere in smart working, ma quest’ultimo non è detto che sia fatto da casa né a distanza. Anzi, nasce sostanzialmente nell’ambito del lavoro dipendente, quello che si fa negli uffici. E si accompagna, tra l’altro, a una cultura del lavoro part-time che si affaccia sempre di più in molti Paesi, soprattutto del Nord Europa, ma non tanto in Italia che è ancora orientata al classico impianto lavorativo a 8 ore.

 

Arriviamo alla situazione attuale. Con l’emergenza Coronavirus e relativi decreti, il governo ha “raccomandato” un utilizzo più ampio dello smart working, che in italiano abbiamo preferito tradurre in lavoro agile, piuttosto che intelligente. Evitando di sminuire il resto del lavoro con una gaffe semantica. Il governo ne ha parlato come fosse scontato e in effetti il lavoro agile è in legge dal 2017 (la n. 81 del 22 maggio) definito come «una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa».

 

Ma si nota subito una differenza nelle due definizioni: se il termine inglese pone l’accento su tecnologia, prestazioni e soddisfazione personale, nella definizione italiana questa parte scompare o finisce nell’ultima riga. Eppure è proprio la tecnologia la grande discriminante, quella che veramente può rendere il lavoro “agile” e non una gabbia ulteriore, come si sta traducendo per molti italiani che riportano le loro testimonianze.

 

La quarantena infatti sembra continuare per chi è stato messo in smart working senza una reale preparazione. Queste persone, probabilmente la maggioranza, hanno di fatto subito un semplice “trasferimento” del lavoro degli uffici in casa. Improvvisamente diventati off limits, molte aziende, compagnie, studi e pubbliche amministrazioni si sono trovati costretti a lasciare a casa i dipendenti, ma offrendo in cambio poco o nulla di quanto lo smart working potrebbe dare. In questo modo per molti italiani lo smart working si è tradotto in semplice lavoro da casa, con tutte le difficoltà ulteriori che questo può comportare, soprattutto se non si vive da soli, ma si ha una famiglia e dei bambini a cui badare. Gli orari sono rimasti gli stessi, anzi spesso si sono allungati, mentre le possibilità di uscire di casa si sono ridotte al minimo. Per non parlare di tutte le ferie, straordinari e buoni pasto spariti nel nulla. Per non parlare di una serie di costi che improvvisamente sono diventati a carico del dipendente, tra climatizzatori, Internet e pasti a casa, appunto. Per non dire di chi aveva già contratti a progetto o comunque ridotti. Finendo tutti dentro un grande paradosso, il rimpianto del “grigio lavoro d’ufficio”, quando le statistiche dicono che “al 90,8% delle persone piace l’idea di avere la possibilità di lavorare fuori dall’ufficio” (Adecco Global Report 2015), una tendenza confermata anche nell’ultimo Report 2019 come «un megatrend globale che sta cambiando il mondo del lavoro» perché sempre più «dipendenti vogliono lavorare quando, dove, e come desiderano, facendo un lavoro che incontri le loro capacità, interessi e necessità di compensazioni».

 

L’Italia era impreparata. Da soli 3 anni si applica lo smart working, ma fino a quando il governo non l’ha caldeggiato, molti ancora non ne avevano mai sentito parlare, soprattutto al Centro-Sud. Il vero peccato è far pensare gli italiani che questo strano mostro che cerca di conciliare “un ufficio in casa” sia smart working. Non è così. Lo smart working, al contrario, potrebbe portare a una vera liberazione del lavoro dipendente: concedersi molto più tempo libero, ma soprattutto avere il potere di decidere quando, quanto, come e dove. Ma se, al contrario, i dipendenti rimangono legati agli stessi orari, vincoli e scadenze, con in più la difficoltà nello svolgere i propri compiti poiché non assistiti dalla nuova tecnologia di cui sopra (che non è una semplice Skypata), e ancora, la pretesa di farli destreggiare dentro casa, pagando consumi e rinunciando ai propri ammortizzatori sociali... be’ questo non è smart working, è sfruttamento.

 

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