6 febbraio 2020

Spezzare il cerchio. Una giornata contro la mutilazione genitale femminile

«A spezzare l’eterno ciclo rituale fu mia zia: sua figlia era morta per un’infezione seguita all’escissione e lei non voleva che anche io subissi la stessa sorte. Entrò gridando nella stanza in cui mia nonna stava per ‘tagliarmi’ e mi liberò urlando ‘scappa!’. Pagò quel gesto con la morte».

In questa testimonianza, raccolta in una recente intervista a una donna burkinabé scappata giovanissima e giunta in Italia dopo un lungo viaggio per sfuggire alla mutilazione genitale, c’è racchiuso molto del perpetuarsi di una tradizione millenaria che si tramanda da secoli in linea matriarcale e che solo attraverso una progressiva presa di coscienza delle donne può condurre alla sua scomparsa.

La mutilazione genitale femminile (MGF), una pratica spesso erroneamente ricondotta a dettami religiosi, ha in realtà motivazioni incerte che variano a seconda delle aree, anche se continua a passare indenne allo scorrere del tempo e all’avanzare del progresso. Secondo le ultime statistiche avvalorate dall’OMS, coinvolge almeno 200 milioni di ragazze e bambine (le donne colpite sono in stragrande maggioranza minorenni in un’età compresa tra l’infanzia e i 15 anni) in più di 30 Paesi di varie zone geografiche. L’Africa è il di gran lunga il continente in cui è più diffusa: tra i 90 e i 95 milioni di ragazze hanno subìto una forma di mutilazione, mentre circa 3 milioni sono quelle che ogni anno si aggiungono al totale. Vi sono Paesi come Somalia, Gibuti, Guinea o Sierra Leone in cui si sfiora il 100%. Per ciò che riguarda l’Asia, Yemen, Iraq e Indonesia presentano dati significativi, mentre in India, Malesia, Emirati Arabi Uniti e Israele esistono casi documentati anche se mancano indagini attendibili. Sporadici casi vengono segnalati anche in alcuni Paesi dell’America Latina.

L’usanza allunga i suoi mefitici tentacoli anche alle comunità della diaspora in Europa o altre parti del mondo. In Italia, secondo una ricerca dell’Università degli Studi Milano–Bicocca, le donne sottoposte a mutilazione sarebbero tra 60.000 e 80.000.

È sbagliato, però, immaginare consacrazioni di questa pratica solo nel Sud del mondo o collocarle nella notte dei tempi. È un’usanza certamente antichissima – secondo alcuni studiosi risalirebbe a un periodo compreso tra il 4000 e il 3000 a.C. e se ne trovano menzioni in Erodoto (490/480-424 a.C.), che parla di «recisione» attribuendone l’uso a Fenici, Hittiti, Etiopi, Egiziani e Romani –, ma ha continuato a esercitare la sua irresistibile attrattiva anche in tempi e civiltà più vicine a noi: secondo lo psichiatra inglese del XIX secolo Isaac Ray, gli organi riproduttivi delle donne in taluni casi andavano rimossi per la loro «nota tendenza a favorire comportamenti criminali», mentre la clitoridectomia era una pratica diffusa in Europa e Stati Uniti fino alla seconda metà del XX secolo per scopi terapeutici nella cura di “patologie” quali isteria, malinconia, masturbazione eccessiva, ninfomania.

Il dato forse più sconcertante quindi, dal punto di vista antropologico e sociologico, è forse proprio l’inutilità. Per quanto si siano affaticati nei secoli i fautori della pratica, nessuno ha mai potuto dimostrare effetti positivi sulla donna e sulle società. Al contrario, la pratica delle mutilazioni genitali femminili ha sempre avuto e continua a presentare indicatori negativi: può causare permanenti gravi perdite di sangue, problemi a urinare, infezioni, complicazioni nelle gravidanze oltre ad un aumento del rischio di parti di bambini nati morti. Secondo l’OMS, poi, che proprio in occasione della Giornata internazionale della tolleranza zero per le mutilazioni genitali femminili 2020, ha lanciato il Female genital mutilation cost calculator, uno strumento che rafforza le tesi che contrastano la pratica dimostrando quanto pesi economicamente e freni lo sviluppo, ha un enorme costo economico calcolato in oltre 1,4 miliardi di dollari all’anno.

Una tradizione, insomma, che va contrastata in ogni suo aspetto e che deve essere inclusa e classificata tra le tante forme di tortura esistenti al mondo, una gravissima violazione dei diritti delle donne. È per questo che oggi si celebra l’International day of zero tolerance for female genital mutilation, una data ONU istituita nel 2003 per favorire l’awareness e promuovere le forme di contrasto.

Naturalmente la questione va affrontata sul piano culturale. Lo sforzo degli studiosi e degli attivisti, infatti, è innanzitutto quello di comprendere il peso di questa pratica e trovare modi efficaci per favorire il cambiamento. Il fenomeno è molto complesso e oscilla tra la faticosa consapevolezza personale e comunitaria della dannosità della misura e la lotta per i diritti delle donne. «Si può chiedere a una madre di non fare del male a sua figlia – spiega Sylla Habibatou Diallo, un’attivista e femminista maliana – ben sapendo, però, che c’è un enorme rischio di condannarla all’emarginazione sociale».

Si moltiplicano, nel frattempo, le campagne e le iniziative delle ONG e delle donne attiviste nei Paesi in cui la pratica è diffusa. La speranza è tutta nelle nuove generazioni, che dopo anni di lotte globali (la consapevolezza e la volontà concreta di limitare il fenomeno sia dal punto di vista giuridico che culturale è solo recente) cominciano a immaginare un mondo MGF-free e a ideare strategie per realizzarlo.

In questa direzione va un interessante esperimento messo a punto da giovani attivisti in Tanzania di cui parla Alessandra Sannella in La violenza tra tradizione e digital society edito da Franco Angeli, che hanno utilizzato un crowdmapping per tracciare villaggi non marcati in modo da aiutare bambine e ragazze a sfuggire alla mutilazione. L’utilizzo di questo strumento fatto da adolescenti, tramite un semplice smartphone, permette di bloccare il rito appena prima o mentre sta avvenendo. Circa 600 mapper internazionali hanno contribuito a completare la mappatura e individuare una casa sicura per le ragazze

in fuga dalle mutilazioni e da altre forme di violenza di genere, nel solo distretto di Serengeti. Migliaia di volontari, poi, con l’aiuto di esperti, impiegano le fotografie satellitari su Open-StreetMap per trasformarle in mappe navigabili. Probabilmente, uno dei pochi casi in cui essere felici di vedere adolescenti attaccati al cellulare.

 

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