22 dicembre 2015

Sport, cos'è il "doping tecnologico"

Illegale non è, non nel senso letterale del termine, e dannoso nemmeno. Tutt'altro. Ma la definizione che ha preso piede, quella di “doping tecnologico”, pare la più appropriata: non è una frode, non fa male, ma è qualcosa che va oltre, e soprattutto sorpassa il precetto sportivo secondo cui, al centro di tutto, deve esserci l'atleta, l'uomo con la sua capacità di superare i propri limiti. Poi, però, c'è la tecnologia, e dove non arrivano forza e velocità, arriva la scienza dei materiali. L'aiuto giusto: sono centimetri, centesimi, quel che serve. Ma dov'è il confine tra regolarità e vantaggio sleale?

Le nanotecnologie applicate ai materiali hanno alzato l'asticella, al punto che viene da sorridere oggi ripensando all'incordatura “a spaghetti” della racchetta di Ilie Nastase, bandita nel 1978 con ignominia, perché da allora i telai hanno visto un'evoluzione formidabile, dal legno all'alluminio, poi alla grafite e alla fibra di vetro, innovazioni tutte omologate e inimmaginabili a quel tempo, che hanno cambiato completamente la foggia e le proprietà del mezzo tecnico principale del tennis. Un discorso che vale anche per gli sci (a Sochi 2014 alcuni atleti hanno utilizzato sci che sfruttavano la presentza di nanotubi di carbonio per ridurre le vibrazioni scaricando l'energia all'esterno), ma che per slalomisti e discesisti si traduce anche nella possibilità di indossare tute progettate a livello ingegneristico e testate nelle gallerie del vento per essere più aerodinamiche possibile. Trent'anni fa, sarebbe parsa fantascienza. Ma la realtà l'ha già sorpassata.

Dove non è ancora accaduto, si ragiona come se fosse già successo. Ecco allora la Nba vietare alcuni tipi di scarpe accusate di dare un vantaggio nel salto – il caso di un prodotto di un'azienda fra le più importanti divenne un clamoroso successo commerciale: «Il 15 settembre abbiamo creato scarpe da basket rivoluzionarie. Il 18 ottobre la Nba le ha bandite. Per fortuna, la Nba non può vietare a voi di usarle», era il testo dello spot celeberrimo negli States – e pazienza se, dietro, spesso ci sono logiche economiche e di sponsorizzazione più che di reale vantaggio e pertanto “doping tecnologico”, ma tant'è, il circuito si alimenta anche così, e si è portati allora a pensare che sì, indossando una calzatura piuttosto che un'altra, si possa avere ai piedi un trampolino, non solo una base d'appoggio .

Senza perdersi nel motorsport, dove la tecnologia ha un ruolo fondamentale ma le norme su ciò che è o non è consentito – dall'elettronica all'aerodinamica, dalle mescole delle gomme al carburante – cambiano in maniera vorticosa, il ciclismo in questo senso ha una sua particolare specialità in cui ciò che per anni è stato leggenda d'un tratto è diventato frutto di un vantaggio ingiusto ed è stato cancellato. È la storia del record dell'ora, o meglio di tutti i record dell'ora ottenuti fra il 1984 e il 1996, cancellati con un colpo di spugna dall'albo d'oro perché la federazione ciclistica internazionale, in un giorno del 2000, decise di annullare ex post tutti i primati ottenuti con biciclette modificate. E così sparirono i record di Moser e della sua bici con le iconiche ruote lenticolari, e i primati di Obree, Boardman, Indurain e Rominger, fermando il tempo al 1972, a Eddy Merckx. E meno male che Boardman si riprese il primato nell'ottobre 2000, andando ben più piano (49,441 km/h) rispetto alla prestazione, cancellata, del 1996: 56,375 km/h, e per la cronaca oggi, 2015, con le biciclette più tradizionali (e il divieto della posizione “a uovo”) siamo ancora a 54,526 km/h. Del resto, le biciclette sono al centro, spesso, di sospetti anche nel ciclismo su strada, e non è un caso che, nel regolamento federale, esista il paragrafo 12.1.013.bis (nella sezione “disciplina e procedure”) che parla testualmente di “technological fraud”, frode tecnologica.

Poi è vero che, per quanto riguarda i record, non esiste univocità, nel merito, ogni federazione fa per sé. Così, a fare da contraltare alla damnatio memoriae dei record “tecnologici” decisi dall'Uci fu la decisione della Fina, la federazione internazionale del nuoto. Il discorso riguarda, in questo caso, la messa al bando dei costumi full body in poliuretano, vera e propria rivoluzione che nel 2008 e nel 2009 produsse oltre duecento record del mondo in tutte le specialità. Mentre in vasca crollavano primati in serie, fuori si studiavano i vantaggi cronometrici e di galleggiamento prodotti dall'utilizzo di questo tipo di costume – a cui ci riferisce nell'ambiente con il termine “gommato” – che portarono appunto la federazione a parlare di vantaggio irregolare e a vietarne l'uso a partire dal 1° gennaio 2010, senza tuttavia cancellare i nuovi record. In realtà uno fu annullato, quello di Therese Alshammar sui 50 farfalla, ma solo perché la delfinista svedese quel giorno indossava due costumi, aspetto, questo sì, che il regolamento già vietava esplicitamente.

La Fina (che, ufficializzando il divieto per i costumi in poliuretano, ricordò «il principio fondamentale che il nuoto è uno sport essenzialmente basato sulla performance fisica dell'atleta») stabilì che gli atleti avrebbero dovuto indossare costumi in tessuto, senza specificare altro, lasciando pertanto un vuoto ben presto colmato dai produttori, perché la semplice definizione “tessuto” non pone limiti fissi all'hi-tech applicato, ed è anche per questo motivo che, soprattutto nell'ultimo biennio, i record “gommati” hanno iniziato a cadere con buona continuità e ora, tra vasca lunga e vasca corta, rappresentano poco più di un terzo di tutti i primati mondiali omologati, segno intuitivo che i materiali, oggi, sono ancora più performanti di quel costume così avveniristico poi bandito.

Perché, dopotutto, se è vero che nello sport l'uomo deve essere al centro, non è altrettanto vero che c'è l'uomo stesso dietro alla tecnologia?

 

Bibliografia Nunzio Lanotte, Sophie Lem,  Sportivi ad alta tecnologia, Zanichelli, 2013.

 


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