28 ottobre 2015

Sport e scorrettezze: quando i campioni perdono sempre

Neanche il tempo di finire la corsa, e il duello tra Valentino Rossi e Marc Márquez nella penultima gara di MotoGp a Sepang era già una questione di tifo manicheo, malattia degenerativa della passione sportiva: il Bene contro il Male, l'onesto contro il disonesto, con i ruoli a cambiare a seconda delle inquadrature, nella versione più soft, ma soprattutto a seconda delle simpatie. Le accuse? Scorrettezza da una parte, complotto dall'altra. A oggi c'è anche una sanzione, comminata dai commissari di gara a Rossi, invero discutibile, mentre Márquez, in una sfida di sguardi, insulti e piede pesante (qualunque sia la lettura del duello, è stato altamente spettacolare e verrà ricordato a lungo) dal punto di vista regolamentare ha chiuso senza macchie sanzionatorie. Illibato ma per terra, illibato ma con la percezione di avere vinto il duello delle provocazioni, uno di quei duelli di cui Rossi per vent'anni è stato un maestro.

In causa, a questo punto, entra il concetto di etichetta, anche nello sport. Perché, in tutte le discipline, al di là degli aspetti previsti dai regolamenti – quelli che, se superati, generano le sanzioni, dalle decisioni arbitrali sino alle penalità decise ex post dai vari ambiti della giustizia sportiva – esistono una serie di norme che hanno a che fare con i codici non scritti: ciò che insomma non è tecnicamente irregolare, ma è considerato, nell'ambiente, disdicevole, sleale o quantomeno scorretto, sebbene non codificato. Verrebbe da dire antisportivo, se non si trattasse di un termine che però, a sua volta, assume già connotazioni di irregolarità (come nel basket, dove è una categoria di fallo), ecco perché è la lingua inglese che ci viene incontro, con la dicotomia più adatta: da una parte la sportsmanship, la caratteristica etica che fa di un atleta uno sportivo, dall'altra la gamesmanship, l'utilizzo di metodi discutibili, e a volte al limite della regolarità, per ottenere un vantaggio. Neologismo, questo, creato nel 1947 da un autore satirico britannico, Stephen Potter, in un libro intitolato The theory and practice of gamesmanship, ed entrato subito nell'uso corrente.

Nell'opera di Potter, la base del perfetto gamesman è la capacità di deconcentrare l'avversario, soprattutto attraverso la sistematica interruzione del flusso di gioco o il mancato rispetto di convenzioni generalmente accettate. Nel tennis, un chiaro esempio è l'abuso del medical timeout (un caso emblematico e discusso avvenne agli Australian Open 2013, prima del decimo game del secondo set nella sfida tra Viktoria Azarenka e Sloane Stephens, dopo che la bielorussa aveva fallito cinque match point e perso il servizio): quando la strategia sfiora la slealtà, aspetto comune anche ad altri sport che consentono i time out in condizioni in cui il confine tra la necessità e la furbizia è molto labile. Oppure i casi in cui si trae vantaggio da una situazione regolare ma  inaccettabile, come ad esempio quando nel calcio non si restituisce all'avversario il pallone messo in fallo laterale da una squadra per permettere il soccorso di un giocatore infortunato o si prosegue l'azione – segnando, magari: accadde anche in Champions a Luiz Adriano ai tempi dello Shakhtar, e in un tesissimo Palermo-Fiorentina del 2007 – con un avversario a terra.

Ci sono poi le norme, diciamo così, etiche, che variano da sport a sport: se nel baseball, in genere, a fronte di un largo vantaggio – 8 punti per convenzione – la squadra vincente rallenta, senza rubate e avanzamenti una base alla volta, il non infierire insomma che compare anche nei codici cavallereschi anche della pallacanestro, mentre al contrario nel rugby funziona esattamente all'opposto e questo comportamento è considerato una mancanza di rispetto. Cambiando contesto, nei grandi giri del ciclismo è impensabile che il titolare della maglia di leader possa andare a riprendere una fuga inutile ai fini della classifica; impensabile, già, ma quando Armstrong riprese il “nemico” Simeoni dopo uno scatto in una tappa del Tour del 2004, la figuraccia in mondovisione pesò notevolmente sull'immagine del texano. Così come è difficile dimenticare, al Giro del 1987, il tradimento di Roche a Visentini, suo compagno di squadra allora in maglia rosa, attaccato nella tappa di Sappada, uno degli episodi più famosi di rivalità fratricide deflagrate nel momento meno opportuno. E, curiosamente, di frequente sono proprio gli sport motoristici a vivere di queste convivenze tutt'altro che pacifiche (Rossi-Lorenzo, appunto).

Quando poi la gamesmanship vive di psicologia, dalle dichiarazioni destabilizzanti prima delle competizioni – Muhammad Alì distrusse Sonny Liston ben prima di salire sul ring – alle provocazioni in campo o in pista in stile John McEnroe o José Mourinho, è la capacità di mantenere il controllo a rivelarsi fondamentale da parte di chi queste provocazioni le subisce.

E allora tanto Rossi quanto Márquez a Sepang si sono rivelati due gamesman diversi ma uguali, accomunati dall'unica verità di fondo, e cioè che alla fine, per pensieri, parole, opere e omissioni, hanno perso entrambi.

 

Bibliografia: Stephen Potter, The Theory and Practice of Gamesmanship (or the Art of Winning Games without Actually Cheating), Londra, Rupert Hart-Davis Ltd., 1947


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