24 ottobre 2018

Stadi di proprietà: a che punto siamo?

di Lorenzo Longhi

Una mole di progetti e rendering, perché sulla carta tutto è possibile. Ma la carta spesso non va d’accordo con le carte, quelle della burocrazia, né del resto è scontato che poi non sopraggiungano impedimenti di vario tipo a cestinare le buone intenzioni, lasciando tutto com’è. Nel febbraio del 2016, alla vigilia dell’inaugurazione del nuovo stadio dell’Udinese, avevamo fatto il punto della situazione relativa agli stadi di proprietà allora presenti in Italia: erano tre, lo Juventus Stadium di Torino (oggi Allianz Stadium, impianto edificato dal club su superficie in concessione per 99 anni), la Dacia Arena di Udine (diritto di superficie e struttura in concessione per 99 anni) e il Mapei Stadium di Reggio Emilia, situazione quest’ultima però solo assimilabile alle altre perché l’impianto non è di proprietà del Sassuolo Calcio ma del suo azionista di maggioranza, la Mapei di Giorgio Squinzi, che se lo era aggiudicato all’asta fallimentare dei beni della Reggiana.

A quasi tre anni di distanza, il censimento vede un aumento significativo in termini percentuali, non altrettanto in numeri assoluti, dal momento che si contano oggi due stadi di proprietà in più nella nostra Serie A: uno è quello dell’Atalanta, l’altro è quello del Frosinone, e in entrambi i casi è interessante analizzarne le modalità. Lo stadio Atleti Azzurri d’Italia di Bergamo è stato ceduto dal Comune al club del presidente Antonio Percassi, a differenza di quanto accaduto a Torino e Udine: 7 milioni e 826 mila euro la base d’asta, 8 milioni e 600 mila euro il costo di aggiudicazione per la società che ha rilanciato del 10% e dalla primavera del 2017 è proprietaria della struttura. Contestualmente, l’Atalanta ha ottenuto la concessione in uso precario per 6 anni (25 mila euro l’anno il costo) degli spazi del Lazzaretto, di fatto l’attuale area di parcheggio più vicina all’impianto. I lavori per il rifacimento dello stadio – già oggetto di restyling della tribuna centrale, pagato dal club, nel 2015 – inizieranno nella tarda primavera del 2019, per un ammodernamento strutturale che sarà significativo soprattutto nell’aspetto delle curve, che non avranno più morfologia semicircolare. Di 45 anni è invece la concessione della gestione dello stadio del Frosinone, impianto ricostruito – dopo una lunghissima storia di lavori incompiuti – a partire dal 2016 ed oggi piccolo gioiellino da 16 mila posti di cui il club ciociaro, nel frattempo tornato nella massima divisione, può legittimamente fare sfoggio, sia per la qualità architettonica, sia per la previsione di aumento di ricavi (tra match day e sviluppo di attività collaterali all’interno delle strutture dell’impianto, mentre non è in programma la gestione dei naming rights), stimata dalla società in un 20% in più in tre anni.

Modelli di business diversi per un’idea di fondo, quella di potersi gestire l’impianto e ciò che da esso deriva o può derivare, che altrove in Europa è prassi comune, ma che in Italia vede ancora avvantaggiarsene poche avanguardie, delle quali solamente la Juventus ha dimensione internazionale a livello di riconoscibilità, di storia e di economie di scala. Un aspetto rilevante, che da un lato segnala l’irresolutezza delle altre grandi società del calcio italiano, dall’altro però chiarisce come, in contesti metropolitani, sia più difficile giungere a una soluzione condivisa. La situazione del nuovo stadio della Roma, da quando nel 2012 James Pallotta è diventato presidente del club giallorosso, ha vissuto momenti paradossali, e l’alternanza di tre sindaci di colore politico diverso (più un commissario) non ha facilitato il progetto. Quando poi la strada iniziava a sembrare in discesa, l’inchiesta Rinascimento ha di nuovo rallentato tutto. Nel frattempo, da Milano – lato Milan, soprattutto, e lato Inter – il discorso di un nuovo stadio esce con diverse cadenze, sempre con una certa vaghezza, destinato poi a risolversi in nulla o, al limite, con qualche progetto abbozzato di riqualificazione di San Siro. Napoli? Il presidente Aurelio De Laurentiis, anche recentemente, ha dichiarato di avercelo «sempre in testa», ma cerca un accordo con il Comune per ammodernare il San Paolo.

Posto che per tutti i club il riferimento è la legge sugli stadi del 2013, aggiornata nel 2017, più avanti paiono essere l’Empoli, con il progetto di ristrutturazione dello stadio Castellani sul modello dello stadio dell’Udinese, il Bologna che, insieme al Comune, entro la fine del 2018 dovrebbe presentare il progetto definitivo di ristrutturazione del Dall’Ara (30 milioni di investimento pubblico, 40 dai privati, e ciò significa una condizione diversa da quella dello stadio di proprietà), ma anche qui la telenovela va avanti da alcuni anni, mentre a Firenze Palazzo Vecchio ha fissato a fine dicembre 2018 il termine per la presentazione del progetto definitivo del nuovo stadio. Telenovela è anche a Cagliari, e altrove se ne discute anche lontano dalla A, da Brescia a Pescara, da Perugia a Venezia, quest’ultima rinvigorita dall’impostazione della presidenza Tacopina. Dovunque le idee sono degne di nota e veicolano concezioni al passo con ciò che accade altrove in Europa. È un bene che se ne discuta, considerando lo stato di fatiscenza di diversi impianti italiani in termini di sicurezza e di fruibilità. Il punto è passare dai progetti avveniristici a situazioni futuribili, e qui l’ottimismo delle magnifiche sorti e progressive non appare granché adatto.


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