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29 febbraio 2016

Stadi di proprietà: troppo pochi in Italia

di Lorenzo Longhi

Più che pochi ma buoni, sono buoni ma pochi. Sembra un dettaglio, ma l'inversione specifica il senso; quando si parla di stadi di proprietà nel calcio italiano, stupisce ancora l'esiguità del numero: appena tre, per il resto si tratta di idee, percorsi e progetti che, verosimilmente, nella gran parte dei casi resteranno lettera morta. Qualcosa si muove, però: l'esempio dello Juventus Stadium, la conclusione dei lavori e l'inaugurazione del ristrutturato stadio di Udine e l'esperienza del Sassuolo ingolosiscono e suscitano le invidie degli altri club; intanto Figc e Credito Sportivo (controllato all’80% dal ministero dell’Economia) hanno firmato nei giorni scorsi una convenzione che mette a disposizione di club, Comuni o privati proprietari o concessionari degli stadi, finanziamenti per 80 milioni di euro, con tassi di interesse agevolati con l'intento di riqualificare gli impianti. Le società sono molto attente: controllano i risultati di chi sta godendo a bilancio dei primi benefici economici – notevoli quelli della Juventus: 51 milioni di ricavi da stadio la scorsa stagione contro gli 11 dell'ultimo anno di esercizio con l'Olimpico come stadio di casa – e di immagine; tutti sanno che c'è un gap da colmare con i maggiori movimenti calcistici europei, un gap economico e strutturale ma anche relativo alla fruizione dello stadio e all'ottimizzazione dei ricavi del match day e attività collaterali. Aspetto, questo, possibile solo in caso di stadio (e aree adiacenti) di proprietà, ecco perché serve un modello di sviluppo che garantisca certo i club, i maggiori beneficiari, ma anche i Comuni che concedono i diritti su un bene attualmente in loro possesso. Situazione, insomma, assai complessa. Pur se riferiti ad economie di scala differenti, i casi di Juventus e Udinese sono sufficientemente simili. Concessione del diritto di superficie per 99 anni sull'area interessata, stadi ricostruiti a spese dei club senza pista d'atletica, completamente coperti e con capienza ridotta rispetto ai precedenti dalle cui strutture demolite sono stati ricostruiti, comodità garantita e dotazioni di sicurezza all'avanguardia. Cambia, e di molto, il panorama che esisteva prima: in entrambi i casi infatti gli impianti furono utilizzati per il Mondiale di Italia 90, ma ebbero una storia del tutto diversa. Costruito ex novo quello di Torino, lo stadio Delle Alpi, capace di oltre 70 mila posti, esteticamente notevole ma con una visuale assai scadente al suo interno; riammodernato senza modifiche strutturali quello di Udine, costruito tra il 1971 e il 1976. Il Delle Alpi è durato meno di vent'anni e, per costruire lo Juventus Stadium (120 milioni l'investimento, più i 25 per il diritto di superficie), sono stati pochi gli elementi originari mantenuti. Per quanto concerne il Friuli (meno di 30 milioni il costo per ricostruirlo), lo spostamento del terreno a ridosso della tribuna principale ha costretto alla demolizione e alla ricostruzione degli spalti lati est, sud e nord, una ristrutturazione significativa per uno stadio che aveva subito giusto un maquillage per i Mondiali. Nel 1990, al contrario, l'attuale Mapei Stadium-Città del Tricolore non esisteva, e non era nemmeno nei pensieri degli addetti ai lavori. La promozione in Serie A della Reggiana, nel 1993 e una ambiziosa visione del futuro portarono a concepire e progettare l'idea, percorrere l'iter burocratico necessario con il Comune di Reggio Emilia (attraverso una convenzione cinquantennale secondo cui, nel 2044, lo stadio sarebbe diventato di proprietà comunale), posare la prima pietra il 25 settembre 1994 e inaugurare ufficialmente l'impianto nell'aprile 1995. Costo: 25 miliardi di lire, per un piccolo gioiello, un unicum nel panorama post-Mondiale. I tempi tuttavia non erano maturi: un club non sufficientemente solido, un contesto federale senza visione prospettica e poco interessato all'argomento stadi di proprietà, una gestione sportiva sbagliata. Andò male a tutti, tanto che l'impianto – all'inizio sponsorizzato e battezzato nel nome di una delle aziende della galassia Tanzi – finì all'asta fallimentare, dopo uno dei dissesti finanziari del club granata. Dopo tanti anni e numerose aste andate deserte, alla fine quello stadio era esattamente ciò di cui aveva bisogno il Sassuolo per il suo progetto di consolidamento. Segno che, prima o poi, ciò che è fatto ad arte trova una sua utilità. In realtà il modello di business è differente rispetto a quelli di Juventus e Udinese, anche perché è più strettamente dipendente e interconnesso il rapporto tra il Sassuolo e la sua controllante, la Mapei di Giorgio Squinzi; lo stadio infatti è stato acquistato da Mapei (3,5 milioni di euro il costo, poi ne sono serviti altri 2 per riammodernarlo), non dal Sassuolo e, anche se tecnicamente non si tratta di un impianto di proprietà del club, sino a quando sarà garantita la continuità aziendale della proprietà il concetto di base rimane quello, fondamentale per le aspirazioni europee che a medio termine ha il Sassuolo e che non poteva avere, illo tempore, la Reggiana. Lo stadio di Reggio ora è tornato ad essere tra i più accoglienti d'Italia. Con lo Juventus Stadium, il club bianconero può vantare una percentuale di riempimento che si aggira sul 90% dell'impianto, per l'Udinese i primi dati significativi si potranno avere al termine della prossima annata agonistica, ma già aver portato a termine l'operazione significa essere un passo avanti, come dimostra anche l'immagine proiettata dal Sassuolo. Il resto? Dopo la visione del presidente di dieci anni fa, Alfredo Cazzola, che puntava a un nuovo stadio fuori città, il Bologna ha un progetto relativo al Dall'Ara (decisiva in questo senso la spinta della proprietà del canadese Saputo) e ancora – dal momento che esiste un vincolo sullo stadio – attende il parere della Soprintendenza ai beni artistici e architettonici; dalle parti di Milan, Inter, Roma e Fiorentina a intervalli regolari escono idee e ipotesi, ma mai nulla di concreto e, più in generale, si resta sempre nell'ambito della potenzialità. La realtà è che non serve tanto una legge sugli stadi – i casi descritti dimostrano come sia possibile muoversi anche con i limiti normativi attuali – quanto un cambiamento di mentalità. E, per una volta, sono probabilmente i club di media dimensione con ambizioni di consolidamento, come l'Udinese, a poter dettare la rotta.

 


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