22 giugno 2017

Superare la dialettica vincitore/perdente

Secondo lo scrittore Amos Oz «il fanatico è un punto esclamativo che cammina. Il fanatismo è il contrario della mediazione, è la morte». E benché circondati da fanatici, quasi per necessità omeostatica - o per sopravvivere all’estinzione - nel vecchio continente stiamo assistendo al fiorire delle ADR, acronimo di Alternative Dispute Resolution. Tecniche alternative di risoluzione delle controversie, nate e affermate nei Paesi anglosassoni, che consentono un miglior funzionamento del sistema giuridico e soprattutto la ricerca di soluzioni molto più soddisfacenti per le parti in causa, in un’ottica di superamento della dialettica vincitore/perdente. L’esempio più raffinato è quello della mediazione familiare: sono i componenti della coppia in separazione a negoziare, con l’aiuto del terzo neutrale, le soluzioni ottimali per il futuro, a partire dalla cura dei figli.

Nel ventaglio delle ADR è presente la mediazione penale: il suo ambito di elezione si trova nelle querele di competenza del Giudice di pace, espressione di microconflittualità tra persone che sovente si conoscono, come familiari e vicini di casa. Danneggiamenti, ingiurie, minacce, lievi lesioni: spesso conseguenze di conflitti di lunga durata, mai o mal gestiti. La mediazione consente di sciogliere il ghiaccio, riportare cautamente le parti al dialogo verso una riparazione. Materiale, sotto forma di risarcimento, ma anche simbolica, con scuse, doni o impegni verso un significativo cambiamento. Particolarmente significativo l’effetto sulle vittime, che possono ottenere una riparazione su misura: la loro soddisfazione risulta stabile anche a distanza di tempo.

Lo strumento è molto dibattuto perché, accanto alla sua innegabile efficacia, evidenzia il rischio connesso alla natura informale dei procedimenti: la possibile mancanza per le parti delle garanzie di un processo, il rinnovo dello sbilanciamento di potere che ha condotto al conflitto. La mediazione va senz’altro condotta da un professionista esperto nel riconoscere e gestire le dinamiche relazionali nelle varie forme di conflittualità; ma anche navigato nelle questioni giuridiche, visto che il campo di azione è riservato ai soli diritti disponibili (che possono essere oggetto di rinuncia o trasferiti ad altri).

La criminologa austriaca Christa Pelikan, recentemente ospite dell’Associazione italiana mediatori familiari, ha illustrato in anteprima la sua attività di ricercatrice sulla mediazione penale per conto del Consiglio d’Europa in una sfera particolarmente delicata: quella della violenza di genere. È la cosiddetta Victim Offender Mediation: la prassi consiste, nei casi meno gravi e dopo aver ottenuto il consenso delle parti durante incontri individuali, nell’utilizzo della tecnica chiamata “specchio della storia”. Il critico incontro tra vittima e aggressore avviene infatti tramite il dialogo tra i due mediatori che ne rappresentano le parti, uomo per l’aggressore e donna per la vittima. L’effetto straniante per le due parti, che ascoltano la propria storia narrata da qualcun altro, è tale da favorire gli accordi riparatori e lasciare benevoli effetti psicologici. Soprattutto sulle vittime, che a distanza di dieci anni vedevano crescere l’empowerment conseguente al trattamento. Ma anche per gli aggressori, più disposti a comprendere, mettere in discussione e mutare i propri comportamenti violenti.

 


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