21 marzo 2020

Intervista a Umberto Gentiloni Silveri: tra pandemia e parole

Ritroviamo il valore di vita e di comunità

 

Intervista a Umberto Gentiloni Silveri, professore di storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma

 

La parola pandemia è entrata nelle nostre vite improvvisamente, cambiando e in alcuni casi stravolgendo le nostre e le altrui esistenze. Sta – in breve tempo – ridisegnando la mappa delle relazioni sociali, della vita pubblica e anche politica. Inaspettatamente, tutti chiusi nei nostri confini geografici e individuali, ci ritroviamo a pensare come questo sia potuto accadere, come inciderà nel quotidiano (presente e futuro) e – in un sistema più ampio – cosa cambierà nelle relazioni tra noi e con gli altri Paesi.

Abbiamo provato a capirne un po’ di più con Umberto Gentiloni Silveri, storico e autore di un recente volume, Storia dell’Italia contemporanea 1943-2019 (Il Mulino, 2019).

 

Un libro di storia che arriva al 2019, per alcuni un azzardo perché troppo “vicino al presente”, eppure gli stravolgimenti delle ultime settimane suggeriscono un altro tipo di lettura. Cosa ne pensa?

Il libro si conclude con le vicende dell’estate scorsa, quando alcune questioni che riguardavano il sistema politico italiano e gli anni della cosiddetta transizione sembravano nuovamente trovare terreni diversi (nuovo governo, instabilità). In genere siamo soliti pensare ad archi di tempo più lunghi. Poi le vicende di queste settimane entrano a far parte di quei momenti in cui la Storia si rimette in moto senza preavviso. Alcuni storici l’hanno utilizzata come espressione facendo un parallelismo con i fatti del 1989. Ovviamente ora è difficile parlarne compiutamente perché siamo completamente immersi in questa pandemia. Certamente è un passaggio che avrà effetti profondi e di lungo periodo. La dimensione globale e l’aspetto temporale della simultaneità sono delle conferme di quanto il mondo sia esposto a nuovi fenomeni, difficile immaginare un processo più globale di quello che stiamo vedendo sotto i nostri occhi. Dal punto di vista del cambiamento dei rapporti sarà un passaggio imprescindibile per capire qualcosa del futuro.

 

Nel suo libro parla delle tante occasioni di trasformazione della nostra società che non sono state colte. Cosa è mancato?

Ho provato a costruire una trama di narrazione cercando di evitare l’idea che la storia della nostra Repubblica possa essere raccontata intorno alla categoria delle ‘occasioni mancate’. Però volevo cercare anche di far vedere quali sono stati gli snodi attraverso i quali questa storia poteva prendere delle strade diverse. Penso, ad esempio, al centrosinistra negli anni del miracolo economico, oppure a questi ultimi trent’anni in cui il tema dell’uscita da un contesto certo e stabile (crollo del comunismo nel 1989, repubblica dei partiti) ha rappresentato uno spazio di sperimentazione a tante possibilità, però difficilmente utilizzabile per costruire dei percorsi di futuro convincente.  Piuttosto, abbiamo assistito alla scomparsa (o alla debolezza) di uno sguardo storico su questi mutamenti. Alcuni hanno definito questo tempo come schiacciato sul presente, con un futuro inconoscibile.

 

E terribilmente fluido…

Le vicende di queste ultime settimane, il virus nel mondo e la sua profondità nel cambiamento della percezione della vita, dello sguardo che abbiamo verso gli altri conferma che questa fluidità è una fluidità non incidentale. Penso che non ci sia lo spazio per tornare indietro. Siamo stati privilegiati in questa parte di mondo. Abbiamo ricevuto in dono un mondo che era sostanzialmente pacifico, stabilizzato, prospero anche se con molti problemi. Non avevamo fatto i conti con questa fluidità carica di incertezze irrazionali e imprevedibili che in queste ore esplode in tutta la sua drammaticità. Questo può essere il paradigma per analizzare, certo non ora, gli effetti di quanto sta avvenendo. E rimetterà sicuramente al centro questa fluidità nei rapporti personali e non.

 

L’Europa si è trovata – davanti a questa pandemia – quasi nuda e fragile. Una fragilità che risveglia vecchi e nuovi appetiti. Cosa dobbiamo aspettarci?

Credo che questi anni successivi al 1989, di sostanziale disequilibrio internazionale, ci abbiano consegnato la rappresentazione di una strana, duplice versione dell’Europa: una debole, fragile, divisa, attraversata da politiche nazionali e, al tempo stesso, un’Europa fondamentale e potenzialmente irrinunciabile. Basti pensare a cosa ha voluto dire per i Paesi dell’Est entrarvi, del significato ideologico e valoriale e quanto invece dessimo tutti noi per scontato farne parte. Pochi di noi, forse, hanno davvero pensato a quale dono abbiamo avuto in sorte dalle generazioni dei nostri padri e dei nostri nonni. Non abbiamo valutato quanto fosse importante nella scrittura e riscrittura dei rapporti di forza. Ora questa vicenda cambierà tutto. A cominciare dai rapporti con la Cina e dalla geopolitica internazionale.

 

Vale a dire?

Al di là della narrazione che ne sta facendo Trump nella sua campagna elettorale, penso che la storia dei nostri rapporti con la Cina, e della Cina con il resto del mondo si riscriva a partire dalla vicenda Coronavirus. Le mascherine che arrivano da Shanghai nei nostri aeroporti, il team di medici cinesi che vengono in Italia per portare il loro contributo, non sono dati irrilevanti. Anche perché in questa parte di mondo, dopo Auschwitz e Hiroshima, il valore della singola vita è un dato imprescindibile. Siamo cresciuti fra mille limiti e incompiutezze, ma anche con la certezza che la vita è un “dato” indisponibile, che una vita vale tutte le vite.

 

Che ruolo avrà, quindi, l’Europa?

Contrariamente a quanto credono in tanti, forse un po’ frettolosamente, io penso che l’Europa avrà un ruolo crescente. Da una parte questa vicenda abbatte l’idea che possano esserci dei confini da difendere, tema che ci ha diviso anche in maniera feroce come risposta di fronte ai problemi della globalizzazione, delle diseguaglianze, dei diritti. Non è più pensabile oggi. Dall’altra ci ricorda che l’Europa è nata su valori fondanti che questa dimensione internazionale riporta al centro delle nostre attenzioni.

 

Molti tendono a definire il periodo che stiamo vivendo come quello di uno stato di guerra. Eppure ci hanno insegnato che la guerra è ben altra cosa. Forse potremmo cominciare a dare alle parole il loro giusto senso…

Trovo anch’io fuorviante l’idea di utilizzare “guerra” per definire il momento attuale. La Storia, tra le poche – ma importanti – cose che deve fare, ha il cercare di dare un senso alle parole. Possiamo parlare di guerra contro il virus. Le guerre sono guerre: tra esseri umani e tra eserciti mobilitati almeno dalla seconda metà del secolo XIX. Sono guerre che prevedono, ad esempio, uno scontro relativo ai confini, alle logiche di potenza… non credo sia utile usare questa espressione. La usano coloro che, per motivi utilitaristici, vogliono semplificare. È una situazione nuova che la nostra generazione non ha conosciuto prima. Per comprenderla, e per comprendere quello che siamo, non possiamo semplificare, dobbiamo approfondire. La complessità serve a capire ciò che non ci è noto. Per questo le parole sono importanti. La Storia deve dare il giusto valore e posto alle parole, sia quelle più vicine a noi sia quelle che ci aiutano a comprendere pagine del passato. Le parole che usiamo per parlare, quelle che i giovani usano per scrivere, sono un patrimonio essenziale che fa parte della costruzione di una comunità nazionale. Per questo non possiamo abbassare la guardia. Oggi ancora di più.

 

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Immagine: La bandiera dell’Italia esposta sul balcone di una casa durante l’emergenza per l’epidemia di Coronavirus, Milano (2020). Crediti: DELBO ANDREA / Shutterstock.com

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