10 febbraio 2020

Un cuore italiano nell’Araucanía cilena

di Fernando Ayala

Nel 1905 oltre 80 famiglie di emigranti dell’Emilia-Romagna fondarono una piccola città nel Sud del Cile: Capitán Pastene, nome scelto in onore del marinaio genovese che accompagnò il conquistatore spagnolo Pedro de Valdivia verso la fondazione del Cile nel XVI secolo. Provenienti quasi tutti dalla provincia di Modena, e in particolare dai Comuni di Pavullo, Guiglia, Montecorone e Zocca, il loro viaggio fu il risultato di una trattativa tra il governo cileno dell’epoca e l’imprenditore Giorgio Ricci, che era arrivato anni prima nel Paese. Lo Stato cileno aveva terminato nel 1883 la cosiddetta “pacificazione dell’Araucanía”, che in realtà era una guerra di sterminio della popolazione indigena – Mapuche – che per 300 anni aveva resistito all’onda d’urto dell’impero spagnolo. Il fatto nuovo fu che un avventuroso francese di nome Orélie Antoine de Tounens, nel 1861, si era fatto proclamare “re di Araucanía” da un gruppo di capi di tribù mapuche che minacciavano l’interesse del nascente Stato cileno e spingeva rapidamente l’avanzata delle truppe verso il Sud del Paese.

 

Conclusa la “pacificazione”, iniziò la colonizzazione europea di massa da parte di tedeschi, svizzeri, inglesi, italiani, austriaci (croati dall’impero austro-ungarico), francesi e altri, che ricevettero gratuitamente titoli di proprietà di terre indigene incorporate nel territorio cileno. La brutalità del soggiogamento della popolazione nativa fu registrata nel quotidiano conservatore El Mercurio, il più antico del mondo in lingua spagnola, sul quale, nel 1857, si leggeva:

 

«Cercare l’addolcimento delle usanze barbariche dell’araucano significa inseguire una chimera, la realizzazione di un bellissimo sogno di 300 anni. Sognare di domare l’indio per metterlo in contatto pacifico con l’uomo civilizzato non è altro che un bellissimo ideale che può essere tollerato solo sotto i generosi sguardi del sentimentalismo e della poesia [...]. Soggiogare il territorio dell’Araucanía e ridurre all’obbedienza i suoi barbari abitanti significherebbe far trionfare la causa dell’umanità».

 

Ricci ottenne dal governo cileno 60.000 ettari di foreste e terreni agricoli in cambio dell’impegno di portarci 100 famiglie italiane al fine di colonizzarle. Non ne portò 100 ma poco più di 80, sottolineano i suoi discendenti, che vi giunsero tra il 1904 e il 1907. Erano contadini emiliani, poveri, analfabeti, alcuni carpentieri, e non era semplice convincerli a intraprendere un lungo viaggio attraverso l’Oceano fin quasi alla fine del mondo, dove non c’era altro che natura, pioggia, grandi fiumi, freddo e molta incertezza.

Ricci offrì a ogni famiglia 70 ettari, più altri 10 ettari per ogni figlio maschio di età superiore ai 10 anni, che poteva quindi subito essere impiegato nei lavori agricoli. L’apporto delle donne non veniva considerato ai fini dell’attribuzione delle terre, anche se in realtà  contribuivano al sostentamento quotidiano. L’uomo d’affari, come ogni un buon negoziatore, secondo alcuni fonti, finì per trattenere per sé 6.000 ettari.

Quei coraggiosi coloni italiani hanno dovuto sopportare condizioni di vita di una difficoltà inimmaginabile, ma, con fatica, talento e immaginazione, sono riusciti a creare una piccola città che oggi conta circa 4.000 abitanti e che ha prosperato grazie all’attività legata alle foreste, all’agricoltura e al commercio. Nella scuola pubblica di Capitán Pastene, nei primi 8 anni del ciclo di istruzione, viene insegnato l’italiano. La città è gemellata con Pavullo, in provincia di Modena e l’Emilia-Romagna offre tutt’oggi un certo sostegno ai suoi lontani discendenti. Ancora più importante e ragione di orgoglio per questi cileni-italiani, è che sono riusciti ad ottenere una  certificazione per la denominazione di origine del prosciutto di Capitán Pastene, al quale aggiungono un tocco del famoso merkén mapuche, un peperoncino affumicato. Questo prodotto, naturale al 100%, senza additivi o sostanze chimiche – come fanno notare i discendenti dei coloni che lo producono – rispecchia il gusto originale del prosciutto. Nella città, pulita e ben curata, oggi convivono la terza e quarta generazione di italiani e, nei dintorni, le piccole comunità di Mapuche. Si parla mapudungun, un mix di italiano e spagnolo. In alcuni luoghi, come il grande ristorante Montecorone, è  emozionante osservare le vecchie fotografie dei primi del Novecento che vi sono conservate, dove è possibile percepire la durezza della vita in quegli anni lontani. Molti sono i ristoranti in cui viene proposta la pasta, con ricette tradizionali tramandate per generazioni. I nomi delle strade sono un miscuglio di illustri cognomi italiani, eroi cileni e capi mapuche, riflettendo così il vero crogiolo di culture presente nella società cilena. Capitán Pastene si prepara a ricevere il prossimo mese di marzo il nuovo ambasciatore italiano in Cile, Mauro Battocchi, che farà la sua prima visita e inaugurerà un festival di cinema per celebrare il centenario della nascita del maestro Federico Fellini. Sarà un’occasione per i discendenti delle famiglie di emigranti dell’Emilia-Romagna di mostrare quanto, pur contribuendo ai progressi e allo sviluppo del Cile, abbiano conservato sempre l’Italia nel cuore.

 

Immagine: Una vecchia casa a Capitán Pastene, Cile. Crediti: CapturaChile / Shutterstock.com

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