29 luglio 2013

Un polimero è per sempre

di Marina Turi

Il Pacific Trash Vortex, il Vortice di Pattume del Pacifico, noto anche come Great Pacific Garbage Patch, è l'enorme accumulo di spazzatura galleggiante, composto soprattutto da plastica, situato nell'Oceano Pacifico, approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord. La sua estensione non è nota con precisione: le stime variano tra 700.000 km² fino a più di 10 milioni di km², tra un'area più grande della Penisola Iberica a un'area più estesa della superficie degli Stati Uniti, ovvero tra lo 0,41% e il 5,6% dello stesso Oceano Pacifico. È un accumulo che si è formato a partire dagli anni cinquanta, a causa dell'azione della corrente oceanica chiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico (North Pacific Subtropical Gyre), dotata di un particolare movimento a spirale in senso orario, che permette ai rifiuti galleggianti di aggregarsi fra di loro. E i rifiuti, giorno dopo giorno, si sono aggregati fino a formare quello che oggi è un nuovo continente, suddiviso in due isole che si concentrano nei pressi del Giappone e a ovest delle Hawaii, tutto fatto di bottiglie, spazzolini, accendini, buste, reti e imballaggi di ogni tipo scaricati in mare nel corso degli anni. Praticamente 5 milioni di pezzi di plastica al giorno a livello mondiale, secondo i dati dell'Onu. Un continente di plastica che ha incuriosito l'agenzia spaziale francese Cnes tanto da patrocinare, insieme alla Nasa, nel maggio scorso, una spedizione di un team di esploratori per studiare la concentrazione e la natura di questi rifiuti e tracciarne per la prima volta una mappa.

È la più grande discarica del mondo. Già in un articolo del 1988 pubblicato dalla National Oceanic and Atmospheric Administration, l'agenzia federale statunitense che si occupa di meteorologia si ipotizzava l’esistenza di un’isola composta da rifiuti, ma la scoperta vera e propria, anche se casuale, è attribuita all'oceanografico americano Charles Moore, il 3 luglio del 1997. La definì la “zuppa di plastica” e oggi si stima possa raggiungere in alcuni punti uno spessore di almeno 30 metri. Da allora Moore ha fondato e lavora all'Algalita Marine Research Foundation  una fondazione con l’obiettivo di trovare una soluzione a questo scempio.

L'inquinamento da plastica, inquinamento da materiale polimerico sintetizzato in laboratorio, è stato uno dei principali temi trattati dall'UNEP United Nations Environment Programme nell'edizione 2011 del UNEP Year Book, con cui ogni anno le Nazioni unite esaminano le questioni ambientali emergenti. “Plastics a marine new toxic time bomb?” Per il 2011 gli scienziati hanno focalizzato la loro preoccupazione sul potenziale di tossicità di alcuni tipi di materiale definito microplastiche. Piccoli pezzi, più piccoli di cinque millimetri di lunghezza, scaricati come pellet dalle industrie dopo la lavorazione di grandi pezzi di plastica. Le quantità esatte di materie plastiche, tra cui microplastiche che vengono scaricate dalla terra negli oceani è sconosciuto. Quello che si sa è che il consumo pro capite di materie plastiche, dal packaging ai sacchetti di plastica, è in forte aumento. In Nord America e in Europa occidentale ogni persona utilizza ormai 100kg di materiali plastici ogni anno, cifra destinata ad aumentare a 140 kg nel 2015. Ogni abitante dei cosiddetti paesi in via di sviluppo usa in tutto 20 kg di plastica per ogni anno, ma anche questa cifra è destinata a crescere fino a circa 36 kg entro il 2015.

Attualmente il riciclaggio e il riutilizzo varia enormemente anche tra i paesi sviluppati.

In Europa i tassi di riciclaggio delle materie plastiche per la produzione di energia varia dal 25% di molti paesi fino a oltre l'80% della Norvegia e della Svizzera.

L'International Coastal Cleanup, annualmente organizzato dalla Ocean Conservancy, è il più grande sforzo di volontari del mondo per raccogliere informazioni sulle quantità e tipologie di rifiuti marini. Nel 2012 più di 6 milioni di volontari, percorrendo oltre 28.000 kilometri, hanno raccolto più di 6000 tonnellate di detriti, trovando tutto l'immaginabile lungo le coste del mondo: 2.117.931 mozziconi di sigarette, 1.140.222 involucri alimentari, 1.065.171 bottiglie di plastica, 1.019.902 sacchetti di plastica, 958.893 tappi di plastica, 692.767 posate, e poi biglietti della lotteria, tutti i tipi possibili di palle sportive, materassi, attrezzi da pesca abbandonati e persino automobili ed elettrodomestici da cucina.

Il tutto voce per voce, localizzato e censito, permette di redigere l'Ocean Trash Index che fornisce, ogni anno, l'unica istantanea globale dei detriti marini reperiti lungo coste e corsi d'acqua di tutto il mondo.

Tutta la plastica galleggiante è dannosa a causa della sua indistruttibilità. Non è totalmente biodegradabile, non si dissolve, ma si frantuma molto lentamente in parti sempre più piccole, così da essere ingerita da ogni organismo che abita gli oceani, dai minuscoli crostacei Krill che costituiscono lo zooplancton sino alle balene, entrando così nella catena alimentare. Lo sanno bene gli albatros che normalmente si nutrono di calamari e piccoli pesci che nuotano sulla superficie del mare, ma ormai inghiottono sempre di più i pezzetti di plastica che galleggiano. Per tre anni, il fotografo attivista Chris Jordan, specializzato in opere di grandi dimensioni che raffigurano la grandezza del nostro consumismo e il suo impatto sull'ambiente, ha fotografato e filmato gli albatros che vivono sull’isola di Midway. L’atollo di Midway si trova proprio nell’Oceano Pacifico, nella parte occidentale dell’arcipelago delle Hawaii, lì dove il Great Pacific Garbage Patch ha creato negli anni un nuovo tipo di arenile composto più di plastica che di sabbia. Le fotografie sono una schietta sequenza di centinaia, migliaia di carcasse di albatros morti soffocati a causa dei detriti dispersi dall'uomo.  Le piume in decomposizione, lo scheletro, il becco e lo stomaco aperto, come in una radiografia, mostrano gli oggetti che gli albatros hanno ingerito quotidianamente: tappi di plastica, pezzi di tubi, palline da ping pong, c'è di tutto. ( http://www.chrisjordan.com/gallery/midway/#CF000478%2019x25 )

È il più grave atto materiale d’inquinamento che la storia marina possa conoscere. E forse è per questo che oggi esiste un Garbage Patch State, uno stato federale riconosciuto dall’UNESCO, nella sede centrale di Parigi, grazie a una performance-installazione, realizzata con tappi di plastica, da Maria Cristina Finucci, una artista italiana.

Il Garbage Patch State è diventato uno stato che interessa l’intero globo e comprende le isole di plastica che galleggiano nell’Oceano Pacifico, ma che sono ormai presenti anche nell’oceano Atlantico e nell’Oceano Indiano, isole formate centimetro per centimetro da quella plastica che fa parte dei gesti quotidiani di tutti. Per ripulire il mondo, meglio iniziare dalle teste degli individui che lo abitano.


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