28 aprile 2016

Un tycoon asiatico sbanca il campionato di calcio inglese

Se tutto andrà come deve andare, tra poche settimane il Leicester City vincerà il massimo campionato inglese per la prima volta da quando venne fondato, 132 anni fa. Un’impresa sportiva destinata a fare epoca, ma che porterà con sé un altro precedente: per la prima volta infatti un club calcistico foraggiato da un tycoon del Sud-Est asiatico, nel caso di specie Vichai Srivaddhanaprabha, proprietario della società inglese, si troverebbe a trionfare in uno dei cinque campionati calcistici più importanti d’Europa (Premier League, Liga, Bundesliga, Serie A e Ligue 1). Srivaddhanaprabha riuscirebbe dove, per fare alcuni nomi, hanno sinora fallito Thaksin Shinawatra, ex premier thailandese ed ex patron del Manchester City, Erick Thohir la cui holding controlla l’Inter e Peter Lim, proprietario del Valencia, affiancandosi invece agli oligarchi russi alla Abramovich e agli sceicchi del petrolio alla Mansour e Al-Thani, spostando così ancora più ad est la geopolitica della plutocrazia calcistica.

Del resto la realtà della presumibile apoteosi del Leicester City va oltre l’epica del manipolo di improbabili eroi che riescono nell’assalto alla diligenza, perché sarebbe un errore considerare il Leicester City, manzonianamente, il vaso di coccio tra vasi di ferro: è di metallo anche il vaso dei Foxes, magari non troppo prezioso ma certo robusto, forgiato da un’opera di consolidamento finanziario e, conseguentemente, sportivo, che ha inizio con la cessione del club dalle mani di Milan Mandaric, nel 2010, a quelle appunto di Vichai Raksriaksorn. Raksriaksorn, già, perché questo era il suo cognome sino a quando, nel 2013, il monarca thailandese, Bhumibol, a titolo di ringraziamento per avere dato lustro al Paese, ha conferito alla famiglia il cognome attuale, la cui traduzione è tutta un programma: luce di progressiva gloria. Immagine corrusca e scintillante, in fondo perfetta per ciò che sta accadendo a Leicester.

Secondo le stime di Forbes, Srivaddhanaprabha può contare su un patrimonio di 2,8 miliardi di dollari, che attualmente lo inserisce alla posizione numero 612 fra gli uomini più ricchi del mondo, un patrimonio peraltro in continuo e costante aumento tanto che, nell'ultimo anno, sono oltre cento le posizioni scalate da Kuhn Vichai – così è conosciuto in Thailandia – nella classifica stessa. Il suo impero è la King Power, colosso della vendita al dettaglio attiva peraltro, come duty free e spesso in regime di monopolio, nei più trafficati aeroporti del Sud-Est asiatico e dell’Estremo Oriente. Dal punto di vista sportivo, il primo triennio (in Championship, la seconda divisione inglese) ha visto due annate da metà classifica e una chiusa ai play off, mentre la quarta stagione ha portato la promozione in Premier e la quinta una sofferta ma godibilissima salvezza. La sesta stagione, il presente insomma, è sotto gli occhi di tutti.

Passaggio fondamentale, nel 2013, è stato l’acquisto dello stadio da parte della famiglia Srivaddhanaprabha – vicepresidente del club è il figlio di Vichai, Aiyawatt – tramite la K Power holdings, una mossa che ha riportato l’impianto tra gli asset del Leicester City dal momento che l’impianto, quando nel 2002 il City finì in amministrazione controllata, divenne uno dei cespiti del fondo assicurativo statunitense Tiia-cref. Sempre del 2013 è la conversione in azioni di 103 milioni di sterline di debito, tanto che, nell’ultimo bilancio pubblicato nel 2015, «l’unico debito significativo del club è un prestito di 17 milioni utilizzato da una delle società della holding per l’acquisto dello stadio», scrive il quotidiano Leicester Mercury. Il programma finanziario, sebbene segnato da cifre imponenti, aveva permesso alla società di mantenersi conforme alle norme del financial fair play della Championship, per poi cominciare ad utilizzare la propria potenza di fuoco, in termini di trasferimenti e ingaggi, dalla prima stagione di Premier in avanti, quando Srivaddhanaprabha annunciò l’intenzione di spendere 180 milioni di sterline per entrare nelle prime cinque posizioni del campionato nell’arco di tre anni, e dunque lottare per l’accesso in Champions League. Nulla a che vedere con le possibilità di United, City o Chelsea, ma abbastanza per lanciare una sfida concreta. Obiettivo raggiunto già al secondo anno.

Le stesse scelte tecniche prevedevano, per questa stagione, un consolidamento, e del resto l’arrivo di Ranieri – reduce dalla pessima esperienza alla guida della nazionale greca, ma pur sempre recente ex allenatore di Juventus, Roma e Inter – e i 38 milioni di sterline investiti nella campagna trasferimenti confermavano l’ambizione di una stagione di aurea mediocritas. La realtà poi sta sorpassando qualsiasi sogno, in una stagione in cui il Leicester City ha approfittato della disastrosa stagione del Chelsea, di Manchester United e Liverpool che faticano a ritrovarsi, trovandosi a giocarsela con Arsenal e Manchester City destinati a maledire le proprie lune e avendo, come principale rivale per il titolo, il Tottenham Hotspur, che non vince la massima divisione dal 1961. Una stagione in cui, all’opposto della legge di Murphy, tutto ciò che avrebbe potuto andare bene, effettivamente sta andando per il verso giusto.

 


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