19 giugno 2018

Una nuova cultura della riservatezza

In un momento in cui i dati e le informazioni personali diventano il nuovo petrolio e, parallelamente, la cultura globale ha fatto propria l’idea di un’esistenza virtuale di pari dignità di quella reale, mentre i cittadini di ogni latitudine creano una narrazione continua del sé seminando dati sensibili attraverso i social media, che a loro volta diventano motore per una serie di nuove piaghe sociali, come l’epidemia di suicidi tra adolescenti che non vedono rispettata la loro riservatezza, o il cyberbullismo, si impone la necessità di cominciare a costruire un percorso di educazione al concetto di “riservatezza”.

Per questo, il 20 giugno 2018, grazie all’Istituto di Psicologia forense di Firenze, da subito sensibile al tema, con il patrocinio di dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, di Fondazione Sapienza, AGICOM e Università Sapienza di Roma, la Camera dei deputati apre le porte a una maratona no-stop, sul tema della riservatezza.

«È giunto il momento di trovare alcune risposte alle domande di una contemporaneità che quasi sfugge al presente e che già slitta nelle sue conseguenze – spiega Eugenia Romanelli, giornalista da anni impegnata nell’osservazione e nell’analisi degli effetti sociali del digitale e promotrice dell’incontro – ed è una urgenza, perché il mondo di domani è già nell’oggi, mentre i nostri figli si suicidano per un video intimo viralizzato sui social, o si rinchiudono in casa nella vergogna di una gogna mediatica messa in piedi da qualche branco di cyberbulli, o vengono adescati da pedopornografi in incognito, o magari diventano haters o socialholic».

Il problema, naturalmente, è globale, continua la giornalista: «Dagli anni Novanta, quando nacque il world wide web, ad oggi, sono stati fatti molti passi avanti verso la regolamentazione di uno strumento tanto capace di produrre libertà e democrazia quanto arma feroce per colpire l’avversario. La vicenda Wikileaks è un simbolo di entrambe le facce della medaglia, tanto esemplare quanto, poi, i fatti a venire. Fino all’ultimo, lo scandalo dei dati Facebook-Cambridge Analytica. Occorre una riflessione che aiuti gli addetti ai lavori, i professionisti, ma anche i genitori, gli educatori e i ragazzi stessi a educarsi, autoregolarsi, sensibilizzarsi per imparare ad usare uno strumento che, se già non lo fa, impererà nella nuova era».

All’incontro parteciperanno studiosi e autorità: dall’onorevole Federica Zanella (IX Commissione Telecomunicazioni), a Augusta Iannini (vice presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali), da Mario Morcellini (commissario AGCOM) a Elisabetta Stefanelli (caporedattore cultura all’ANSA), da Riccardo Acciai (direttore del Dipartimento libertà di manifestazione del pensiero e cyberbullismo dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali) a Fernando Prodomo (magistrato, presidente I sezione Tribunale di Firenze), fino a Marilena Mazzolini (psicologa, Gruppo forense ordine psicologi del Lazio), Vincenzo Vita (giornalista, ex parlamentare) e Carlo Solimene (direttore della II divisione del Servizio Polizia postale).

Il percorso in cui questo incontro si inserisce proseguirà anche attraverso un libro, per la casa editrice ETS, collana di Psicologia giuridica, dove molti intellettuali italiani, oltre ai convegnisti, interverranno per dare il loro contributo: «La storia parte da lontano – continua Romanelli, che curerà il volume – perché il diritto alla riservatezza o privacy trova il proprio fondamento nella teoria nordamericana del right to be let alone che sosteneva l’applicabilità degli istituti a presidio della proprietà privata anche alla sfera più intima della vita degli individui. Questo diritto, recepito dalla giurisprudenza italiana a partire dagli anni Sessanta, muove dall’idea che soggetti terzi non possano conoscere, parlare, discutere di ciò che il diretto interessato non ha reso pubblico, con varie gradazioni a seconda del ruolo sociale dell’interessato medesimo. Da qui l’idea che una disciplina sulla circolazione dei dati potesse dare parametri più precisi a un diritto alla privacy dai confini incerti e verificabili solo in concreto. Così, a partire dai primi anni Novanta, il legislatore europeo ha provato a definire un quadro normativo comune sul trattamento dei dati personali. La prima direttiva del 1995, gli ulteriori interventi dedicati specificatamente al settore delle comunicazioni elettroniche e, da ultimo, il Regolamento generale sulla protezione dei dati personali dal 25 maggio scorso direttamente applicabile in tutti gli Stati membri, hanno così regolato, sempre più dettagliatamente, modalità e termini del trattamento dei dati personali. Tale approccio normativo ha ingenerato negli interessati l’errato convincimento che siano i soggetti a cui i dati vengono conferiti i depositari della tutela della loro privacy. Questi ultimi, vista la crescente capacità di elaborazione delle informazioni e di commercializzazione delle stesse, hanno così trovato facile sponda alle richieste di maggiori dati e informazioni, presentate con format volti a incentivare l’impulsiva, quasi compulsiva, condivisione da parte degli interessati delle proprie abitudini di vita, ovvero della propria privacy. Da qui la perdita della cultura alla riservatezza che, sempre più, bisognerebbe invece riaffermare».


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