29 gennaio 2019

Vecchi e giovani al lavoro

È un dato di fatto che il mondo – almeno quello dei Paesi ad alto reddito – stia andando sempre più verso l’invecchiamento della popolazione. La popolazione più anziana è attualmente quella del Giappone, dove gli over 60 hanno superato il 30% del totale, ma in non molti anni questo avverrà anche in altre aree del pianeta, tra cui la Cina, e si calcola che nel 2030 circa un miliardo di persone avrà più di 65 anni. Questa rivoluzione demografica non potrà più essere affrontata solo attraverso i welfare nazionali – laddove ancora esistono o esisteranno –, e trattata come un problema o una anomalia, ma dovrà essere gestita attraverso politiche economiche mirate. E anche superando alcuni pregiudizi riguardanti i lavoratori meno giovani, per offrire loro maggiori possibilità di non uscire dal mercato del lavoro prima del tempo; molti di essi infatti sarebbero disposti e desiderosi di lavorare oltre l’età pensionabile, scontrandosi però – anche molto prima di raggiungerla – con diffusi preconcetti che li riguardano.

Secondo lo studio The Aging Readiness & Competitiveness Report (2017 e 2018), che nel 2017 ha preso in esame la situazione di dodici Paesi (Brasile, Canada, Cina, Germania, Israele, Giappone, Corea, Messico, Sud Africa, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti) e nel 2018 di altri dieci più piccole economie (Australia, Cile, Costa Rica, Libano, Mauritius, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Singapore e Taiwan), uno dei principali problemi è costituito infatti proprio dai pregiudizi: mentre da un lato si riconosce che l’invecchiamento della popolazione è segno di benessere, salute e ricchezza, dall’altro si conserva, soprattutto nei Paesi ad alto reddito, una mentalità che si potrebbe definire “giovanilista”, per cui il lavoratore sopra i cinquant’anni viene considerato dal datore di lavoro un fardello invece che una ricchezza. Tra i pregiudizi più diffusi vi è che gli over 50 siano privi di competenze informatiche, poco inclini al cambiamento, meno collaborativi e troppo costosi. Gli studi mostrano però una realtà diversa: non solo quella generazione continua a essere alquanto coinvolta, intellettualmente ed emotivamente, nel processo produttivo, ma dall’integrazione generazionale vi è molto da guadagnare: laddove i più giovani possono apportare un maggiore spirito di collaborazione o una maggiore elasticità, quelli più anziani un maggiore senso critico, più conoscenze e stabilità. Inoltre, anche i più anziani maneggiano ormai con sempre più abilità le tecnologie, benché permangano in loro alcuni maggiori timori rispetto alle questioni di privacy. Un altro aspetto che tali studi mettono in rilievo è quello del target: su una popolazione sempre più avanti negli anni, è utile cha anche gli anziani collaborino al processo produttivo, per indirizzarne il gusto e dare risposte alle domande e ai desideri dei propri coetanei. In sostanza, si dovrà immaginare un sistema produttivo integrato su più generazioni, molto più di quanto non sia ora.

 

Crediti immagine: Library of Congress (http://www.loc.gov/). Public Domain, attraverso picryl.com

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