02 aprile 2015

Wojtyla, il papa da un milione di chilometri

di Lucia Ceci

Quando all’inizio del 1979 fu comunicato a Brežnev che lo Stato polacco avrebbe riservato una rispettosa accoglienza al neoeletto pontefice Giovanni Paolo II, il leader sovietico rispose: «Seguite il mio consiglio, non dategli nessuna accoglienza. Porterà solo guai». E davanti all’insistenza del primo ministro Edward Gierek per l’impossibilità di rifiutare a Wojtyla l’ingresso nel Paese, il leader sovietico osservò che Gomulka era stato un comunista migliore di lui perché non aveva lasciato entrare Paolo VI in Polonia. Ma alla fine concluse: «Fate come volete, ma state attenti a non dovervene poi pentire».

Quel viaggio Wojtyla lo aveva immaginato già all’indomani del conclave che, il 16 ottobre 1978, lo aveva eletto papa portando sul soglio di Pietro un cardinale del blocco comunista. Un’elezione cui egli attribuì, da subito, un significato provvidenziale e globale: nell’Europa divisa l’ascesa del papa slavo si configurava ai suoi occhi come un segno, un richiamo al Vecchio continente a riscoprire la sua unità e la sua identità più profonde. L’idea era quella di tornare in patria per i festeggiamenti del nono centenario del martirio di san Stanislao, il vescovo di Cracovia fatto assassinare nel 1079 da re Boleslao II, di cui aveva denunciato lo stile di vita dissoluto e violento. La solennità sarebbe caduta l’8 maggio, ma il governo di Varsavia, stretto tra le pressioni dell’opinione pubblica polacca, la comunità internazionale occidentale (con cui gli scambi economici erano divenuti di vitale importanza) e Mosca, riuscì almeno a spostare il pellegrinaggio papale al mese di giugno. L’amministrazione Gierek accordò a Wojtyla la possibilità di visitare ben sei città e approvò un itinerario che, dal 2 all’8 giugno, avrebbe toccato Varsavia, Gniezno, il santuario di Czestochowa, Cracovia e, nei suoi pressi, Auschwitz.

Delicata fu la faccenda relativa alla trasmissione in diretta delle celebrazioni più importanti e di altri momenti significativi del viaggio. Alla Chiesa polacca il governo lasciò invece il compito di gestire le grandi masse di fedeli previste nelle località che il pellegrinaggio avrebbe toccato.

Il viaggio fu trionfale. Le riprese televisive mostrarono in tutto il mondo immagini di centinaia di migliaia di persone accorse per incontrare il «loro» papa («sangue del vostro sangue e ossa delle vostre ossa», come disse egli stesso alla folla riunita nella cattedrale di Gniezno), espressione di quella terra che aveva trovato nel cattolicesimo il cemento per farsi nazione e resistere nella sua identità anche nelle durissime condizioni che ne avevano contrassegnato la storia.

Le riprese televisive mostrarono al mondo un cristianesimo preconciliare, fatto di croci, preghiere e litanie ripetute a gran voce, mostrarono un popolo profondamente legato al cattolicesimo, come non ve ne erano più nell’Europa occidentale. Vedersi in televisione per i polacchi significò anche, come avrebbe affermato Lech Wałęsa, avere la possibilità di contarsi. Giovanni Paolo II, da parte sua, coglieva l’opportunità di avere gli occhi del mondo puntati addosso e allo stesso tempo forniva ai media la possibilità inedita di porsi come primi destinatari e veicoli del messaggio pontificio. Grazie ai primi piani il papa diventava una figura concreta, immediata, reale, non più un’immagine simbolica e lontana, e inaugurava nel magistero pontificio un nuovo genere letterario, con i suoi registri di comunicazione e validazione.

Nonostante la prospettiva universale appartenesse da sempre alla natura stessa dell’istituto petrino, nell’immaginario collettivo il vescovo di Roma divenne “globale” in questi mesi del 1979. Non solo per il viaggio in Polonia. Il giro del mondo del papa dei record che, fuori dall’Italia, avrebbe visitato 617 città, percorso 1.162.615 km, programmato 2382 discorsi, si era aperto a gennaio con il viaggio in Messico, dove Giovanni Paolo II volle andare per inaugurare la terza conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dove era in atto uno scontro durissimo tra vescovi, realtà ecclesiali, centri di studio, organismi pastorali sulle prospettive legate alla teologia della liberazione e alle posizioni da assumere dinanzi alle dittature militari. In uno Stato che dal 1917 non riconosceva nessuna personalità giuridica alla Chiesa, in cui vigeva l’obbligo dell’insegnamento laico anche nella scuola privata, in cui le cerimonie religiose erano proibite, in linea di principio, nei luoghi pubblici, il viaggio di Wojtyla, che in Messico pronunciò più di 40 allocuzioni, assunse il carattere di una trionfale manifestazione di massa, collocata potentemente sullo scenario mondiale grazie alla presenza di mille informatori di stampa, radio, televisioni.

Se dei discorsi messicani di Giovanni Paolo II furono fornite dai contemporanei letture diverse, che l’intervento censorio dell’ex Sant’Uffizio di Joseph Ratzinger avrebbe tuttavia chiarito di lì a poco, l’agenda religiosa e politica veicolata dal pellegrinaggio polacco aveva una grammatica nitida: ricomporre l’unità dell’Europa “cristiana” inserendosi nelle crepe del sistema comunista. A Mosca lo capirono subito. E non solo Brežnev. All’indomani del viaggio di Wojtyla in Polonia, la politica da tenersi nei riguardi del Vaticano fu affrontata a più riprese dagli organi politici dei Paesi del blocco socialista: a Berlino, a Varsavia, a Mosca. Così il 13 novembre 1979 la Segreteria del Comitato centrale del PCUS, di cui facevano parte personalità di primissimo piano come Konstantin Černenko e Michail Gorbačëv, approvò all’unanimità la delibera presentata da Michail Suslov Sulle misure per contrastare la politica del Vaticano nei confronti dei paesi socialisti, che metteva all’ordine del giorno la necessità di rilanciare la formazione antireligiosa nei giovani e di potenziare la repressione per le violazioni della legislazione sovietica da parte della Chiesa. E mentre si giudicava utile collaborare con la Santa Sede sui temi del disarmo, si stabilì di porre sotto sorveglianza speciale la Polonia per la minaccia che veniva dal papa slavo.

La storia successiva è nota e controversa al tempo stesso. L’attentato al papa in piazza San Pietro il 13 maggio 1981, la pista bulgara, l’aperto sostegno offerto dalla Chiesa a Solidarność completarono il quadro di una contrapposizione frontale tra Roma e Mosca. Almeno fino ai festeggiamenti per il millenario della conversione della Rus’ di Kiev nel 1988, che si svolsero in un clima politico ormai mutato per l’affermarsi della perestrojka, e allo storico incontro, l’anno successivo, tra Gorbačëv e Wojtyla in Vaticano.

Con il disfacimento dell’Impero sovietico si sarebbe aperta, anche per Giovanni Paolo II, una stagione diversa, impossibile da circoscrivere in una visione d’insieme per le dismisure che ne connotano il percorso. La solenne richiesta di perdono per le violenze commesse nel corso dei secoli in nome della fede, pronunciata da Wojtyla in occasione del Giubileo del 2000, la coraggiosa denuncia dell’intervento americano in Iraq, il dito puntato contro la mafia nel discorso alla Valle dei Templi. L’ostensione della sofferenza fisica e della malattia. Ma anche il riguardo imbarazzante per l’ex cardinale Bernard Law, accusato di aver coperto e perpetrato nella diocesi di Boston crimini di pedofilia, il silenzio sul fondatore dei Legionari di Cristo, al centro di scandali sessuali e finanziari, sanzionati dalla Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede solo nel 2006, al termine di un’indagine canonica voluta da Benedetto XVI. O ancora i papa boys, la tendenza a privilegiare i movimenti rispetto alle chiese locali, la difficoltà a governare e a riformare la Curia romana. Il rapporto con il Concilio Vaticano II. Insomma un pontificato enorme, la cui lunghezza, è stato osservato, eguaglia sette presidenze americane e otto legislature italiane.

La storia di queste vicende riguarda non solo il papa, ma la Chiesa intera, i suoi rapporti con la società, la politica, la cultura. Una storia di primati assoluti che ha trovato riscontro nella rapidità del processo di canonizzazione di Wojtyla, avviato all’indomani del «Santo subito» che campeggiava su alcuni striscioni il giorno dei suoi funerali, l’8 aprile 2005, in cui per rendere omaggio al pontefice defunto, accanto ai Grandi della Terra, accorsero a Roma tre milioni di persone.

Alla dismisura del pontificato wojtyliano ha corrisposto una eccezionale produzione di scritti che ne hanno ricostruito aspetti e profili. Non solo giornalisti e apologeti, ma anche specialisti di primo piano: tra tutti, per restare all’Italia, Daniele Menozzi, Giovanni Miccoli, Alberto Melloni, Andrea Riccardi.

Ciononostante, a dieci anni dalla scomparsa di questo grande protagonista della guerra fredda e della società globale, gli storici hanno ancora davanti a sé molto lavoro da fare. Nel frattempo le luci dei media hanno sfumato sul papa polacco, irresistibilmente attratte dal ciclone Bergoglio.


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