25 giugno 2014

COME GESTIRE IL LUTTO DEI MONDIALI

Un modo per ritemprarsi dalle amarezze calcistiche è ricordare chi ha sofferto più di noi. Era l’ultima partita del girone finale, Mondiale 1950: il Maracanazo. Nello stadio di Rio de Janeiro l’Uruguay, vittima sacrificale di un Brasile pronto alla prima trance estatica collettiva, di fronte a 200mila spettatori già dotati di maglietta Brasil campeão e impegnati da giorni in una sorta di carnevale permanente, rifilò due golletti al non irreprensibile portiere Barbosa e si aggiudicò la coppa.

Il clima surreale di quelle ore ci è stato raccontato dal capitano della Celeste Obdulio Varela, stratega della svolta del match dopo il primo gol brasiliano: “Presi il pallone dalla rete e camminai lentamente verso il centro del campo. Ci misi più di due minuti, sempre tenendo in mano il pallone, con i brasiliani che mi urlavano di tutto e volevano che facessi in fretta a ricominciare il gioco perché volevano seppellirci di gol. Quando arrivai a centrocampo protestai con l'arbitro per un presunto fuorigioco, chiamai un interprete per parlare con il direttore di gara che naturalmente convalidò la rete di Friaça, ma io intanto avevo guadagnato un altro po' di tempo, il furore dei brasiliani si era placato e in quell'istante capii che avremmo potuto vincere”. Lo stesso Varela, premiato in fretta e furia senza uno straccio di inno nazionale da Rimet , avrebbe poi raccontato il suo personale terzo tempo: “Quella sera sono andato col mio massaggiatore a fare un giro nei locali per berci qualche birra […] Tutti stavano piangendo. […] D’improvviso vedo entrare un tizio grande e grosso che sembrava disperato. Piangeva come un bambino, diceva Obdulio ci ha fottuti e piangeva sempre di più. Lo guardavo e mi faceva pena. Loro avevano preparato il carnevale più grosso del mondo per quella sera e se l’erano rovinato. A sentire quel tizio, gliel’avevo rovinato io. Mi sentivo male. Mi sono accorto che ero amareggiato quanto lui. Sarebbe stato bello vedere quel carnevale, vedere come la gente se la spassava con una cosa così semplice. Noi avevamo rovinato tutto e non avevamo ottenuto niente. Avevamo un titolo, ma cosa importava in  confronto a tutta quella tristezza?". Varela berrà qualche bicchiere con l’energumeno brasiliano salutandolo con un abbraccio catartico, ma non poté altrettanto con i 36 suicidi e i 56 morti per arresto cardiaco certificati in quella notte carioca. Il Brasile non disputò gare per due anni e cambiò maglia, dal completo bianco all’attuale divisa verdeoro. Poteva l’Italia evitare l’affacciarsi di quel match di rivincita tra Brasile e Uruguay a distanza di 64 anni? Sì, facilmente; almeno tirando in porta, gesto tecnico finalizzato una volta nelle ultime due partite. Così dopo una notte di improvvisa lucidità collettiva sul fallimento del sistema calcistico italiano ci tocca gestire il lutto di una eliminazione prevedibile forse con la ragione ma non col cuore. Senza suicidi o patologie cardiache. Una chiave può essere l’individuazione del locus of control : la modalità con cui un individuo percepisce gli eventi della sua vita come prodotti da suoi comportamenti e azioni, o da cause esterne indipendenti dalla sua volontà. Un locus esterno porta a sentirsi preda dell’imprevedibilità e a non ricercare soluzioni autonome, mentre un locus interno è caratterizzato dalla ricerca attiva di strumenti e soluzioni. A seguito della nostra eliminazione abbiamo assistito al trionfo del locus esterno: in particolare Prandelli nella sua prima dichiarazione attribuiva le colpe della sconfitta all’arbitro e alle condizioni climatiche, lasciandoci preda di fantasie vampiresche. È stato osservato che chi percepisce maggiore abilità nel controllo degli eventi è in grado di padroneggiare meglio le situazioni stressanti: se riconosceremo quanto gli eventi sono in nostro potere avremo anche la possibilità di modificarli, senza prendercela con l’arbitro Rodriguez Moreno. Certo quel cognome…


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