31 maggio 2020

Il diritto al diritto allo studio

 

I diritti sono tali quando vengono poste in essere le condizioni per esercitarli e quando qualcuno interviene per tutelarli. Il diritto allo studio è un diritto enunciato dalla nostra Costituzione, e tuttavia si può dire che questa parte della nostra Costituzione ha per ora avuto soprattutto il valore di dichiarazione di intenti ai quali non si è riusciti a dare una effettiva realizzazione.

Per il diritto allo studio poi è ancora più evidente il problema che riguarda chi dovrebbe vigilare sulla sua applicazione. Lo Stato è anche in sostanza il responsabile principale della sua poca agibilità.

In Teoria della valutazione (1939) Dewey ci ha insegnato che per valutare i fini è necessario considerare le condizioni del contesto e i mezzi che vengono impiegati per raggiungere i fini. Noi viviamo in un Paese in cui l’enunciazione dei fini è rigorosamente separata dalla considerazione dei mezzi necessari per raggiungerli. Un Paese in cui si enunciano fini a costo zero e, in sostanza, a impegno zero.

Perché il diritto allo studio sia garantito a tutti i cittadini sarebbe necessario un sistema formativo equo in cui le scuole di qualsiasi ordine e grado fossero in condizioni di garantire in tutto il Paese una istruzione accessibile e di qualità per tutti e per ciascuno a prescindere dalle condizioni economiche o socioculturali.

Negli ultimi anni il Ministero, in collaborazione con la Fondazione Agnelli, ha proposto un sito Eduscopio nel quale, con grande rigore scientifico, viene dimostrato che le scuole secondarie superiori non sono uguali negli esiti. Dietro a questa operazione c’è l’idea che sia possibile per i cittadini scegliere le scuole da far frequentare ai propri figli, senza tenere conto che per molti scegliere non è possibile e senza tenere conto di come gli esiti delle scuole secondarie superiori siano fortemente legati ai tessuti territoriali e ai contesti di provenienza degli utenti. Chi è necessitato a mandare il figlio in una scuola secondaria superiore del suo piccolo Paese o della sua provincia, pur conoscendone l’inefficacia, ha lo stesso diritto allo studio di chi può scegliere?

Diritto allo studio comprende inoltre il diritto ad avere insegnanti preparati, non sanati a vario titolo senza una adeguata preparazione pedagogica, psicologica e didattica, o assunti come è avvenuto recentemente per la scuola primaria con concorsi “non selettivi”. Un Paese che ad oggi è privo di un qualsivoglia progetto per la preparazione degli insegnanti a svolgere il loro lavoro non garantisce il diritto allo studio neanche a quelli più uguali degli altri.

Diritto allo studio comprende il fatto che le scuole dovrebbero avere gli organici completi a settembre e non a novembre, ma comprende anche insegnanti stabili di continuo, in grado di garantire continuità.

Diritto allo studio comprende un sistema scolastico ordinato in modo tale che le scelte di indirizzi diversi non costituiscano una selezione di classe sociale. Le indagini OCSE PISA (Programme for International Student Assessment) hanno evidenziato come la nostra scuola secondaria costituisca un sistema iniquo. La spiegazione è legata al fatto che già nel biennio della secondaria di secondo grado la varianza dei punteggi ai test è spiegata dalla differenza di indirizzo in modo quasi pari alle differenze interindividuali. Nei Paesi equi la varianza ai test è quasi interamente spiegata dalle differenze interindividuali, in questi Paesi gli studenti che si iscrivono in un Professionale, in un Tecnico o in un Liceo Classico hanno lo stesso diritto all’istruzione.

Diritto allo studio comprende il fatto che le scuole, tutte le scuole, dovrebbero avere condizioni di agibilità edilizia. In una nostra recente indagine (Teens’Voice 2018-2019) su un campione nazionale di studenti in uscita dalla scuola secondaria superiore tra le indicazioni, segnalate dagli stessi studenti, figuravano richieste come “bagni puliti”, “più igiene”, richieste che mostrano un sistema nel quale restano molte le scuole al di sotto la soglia del rispetto umano.  E ancora richieste di laboratori, palestre, aule informatiche, tutte cose che nel Paese sono presenti anche a livelli di eccellenza a macchia di leopardo, ma il diritto allo studio non può essere a macchia di leopardo.

Il diritto allo studio comporta che gli studenti che non hanno mezzi possano mangiare alla mensa come i loro compagni. Un Paese che ha costretto bambini a non sedere a mensa perché i loro genitori non erano in grado di pagare la retta deve interrogarsi sulla natura di questo diritto, sulle forme della sua tutela che non può essere affidata all’arbitrio di un amministratore locale.

Diritto allo studio è una scuola che aiuta a crescere e non mette i voti, non certifica competenze durante lo sviluppo, quando uno stigma può arrestare la crescita, ma queste competenze le promuove e le valorizza e le orienta.

Diritto allo studio è garantire, almeno ai meritevoli, le borse di studio universitarie. In alcuni anni e con alcuni governi regionali sensibili questo è avvenuto ed è stato considerato uno straordinario successo, ma più spesso è avvenuta la pubblicazione delle liste degli aventi diritto senza borsa per esaurimento dei fondi.

Diritto allo studio è garantire quell’ascensore sociale che nel nostro Paese ha sempre funzionato poco e che Giorgio Alleva, da direttore dell’ISTAT, ha recentemente dichiarato fermo. Diritto allo studio è un Paese in cui le differenze tra Pierino del dottore e Gianni ‒ quelle denunciate dai ragazzi di Barbiana ‒ dovrebbero essere considerate come vicende di un passato remoto e non come la condizione dei giovani del secondo millennio.

Diritto allo studio è anche poi un sistema economico e un modello sociale in grado di valorizzare lo studio e i sacrifici dei giovani che non li costringa ad occupazioni largamente sottodimensionate rispetto ai loro percorsi di studio, non li costringa ad anni di precariato, o a scegliere tra sicurezza e qualità del lavoro.

Si potrebbe proseguire questo elenco anche semplicemente riproponendo le stesse grida che i vari ministri, i vari governi e le varie opposizioni hanno riproposto in un crescendo di buoni propositi che sono sempre naufragati di fronte all’insufficienza e anche all’inconsistenza delle pratiche attuative.

Ma vorrei soffermarmi su un aspetto che riguarda più prettamente la dimensione educativa. Studio in termini etimologici ha un legame con l’idea di essere appassionati di qualcosa, di essere appassionati alla conoscenza nelle sue varie forme, quella scientifica, quella umanistica, quella artistica.

È questa passione, che è naturale e forte nei bambini che viene lentamente erosa da un sistema in cui i ragazzi non vengono aiutati a crescere e a sviluppare le proprie attitudini, ma normalizzati, trasformati in numeri a seconda delle capacità di rispondere alle attese dei loro docenti. I ragazzi non hanno solo diritto ad accedere alla scuola e ad essere uguali di fronte alla scuola: hanno diritto al piacere di conoscere e di studiare.

Il diritto allo studio, forse, bisogna smettere di teorizzarlo e rimboccarsi le maniche e cominciare a renderlo effettivo, anche a piccoli passi, con progetti concreti e mezzi adeguati.

 

Immagine: S. Girolamo nello studio, di Antonello da Messina. Crediti: Fonte, https://www.nationalgallery.org.uk/paintings/antonello-da-messina-saint-jerome-in-his-study [CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0)], attraverso commons.wikimedia.org

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