03 marzo 2016

Il migrante e lo psicologo

di Nicola Boccola

Infermieri e tecnici di laboratorio non si sorprendono più, quando si imbattono nel giovane straniero che polemizza dopo un prelievo o pretende che gli vengano restituiti i flaconcini. Gli operatori raccontano di africani subsahariani convinti di essere dotati di sangue delizioso, al contrario di quello europeo fiaccato da sigarette, alcool e droga: così immaginano un perfido business alle loro spalle quando costretti ad analisi mediche.

La pratica della psicologia clinica con migranti e rifugiati politici rende versatili e creativi: ogni persona porta leggi, identità culturale e comportamenti diversi a seconda della sua provenienza. Africa subsahariana e Medio Oriente soprattutto, con dialetti e rivalità tribali a complicare la faccenda ma anche aspetti invarianti: individui traumatizzati non solo dal distacco con la propria terra e la propria gente, ma spesso da un viaggio che li espone a brutture e miserie. Malattie, stupri, morte di amici e compagni di viaggio sono sgraditi compagni fantasmatici che non mollano la presa, anche su chi ha la ventura di arrivare nel vecchio continente vivo e sano. Gli effetti sono invisibili ma non per questo meno reali: al profano possono apparire segni di cattivo carattere o maleducazione, l’esperto scova tra le righe ruminazione, flashback dolorosi, perdita di fiducia nell’umanità. Disturbo post traumatico da stress e disturbi dissociativi, per la nosologia psichiatrica. E l’insidiosa paranoia, condizione sfuggente per gli psicologi professionisti: difficile che un paranoico cerchi volontariamente aiuto, l’autorità è vista come minacciosa, anche quella benevola di chi vuol farsi portatore di una relazione clinica. Prodromo di antisocialità, teoria del complotto, maligno fraintendimento delle intenzioni altrui, è riscontrabile in alcuni ospiti dei centri di accoglienza primaria e secondaria; per questo la presenza sempre più capillare di psicologi è quanto mai necessaria anche in un’ottica di prevenzione.

I pochi servizi psichiatrici che prendono in carico migranti sono letteralmente sommersi dalle richieste. Le recenti ondate migratorie non hanno solo determinato un considerevole aumento degli utenti, ma ne hanno significativamente mutato le caratteristiche. “Fino a qualche anno fa, soprattutto prima della guerra civile in Libia e la caduta di Gheddafi del 2011, arrivavano in cura da noi veri rifugiati: leader politici e giornalisti anche torturati” afferma Cristina Caizzi, psicoterapeuta del servizio Ferite Invisibili di Caritas. “Livello socioculturale elevato, parlavano diverse lingue ed erano capaci di insight e mentalizzazione delle esperienze emotive: il nostro lavoro era molto più semplice. Con gli utenti attuali, che possono essere vittime di persecuzione religiosa, violenza etnica o intrafamiliare, è difficile mettersi in relazione, spesso sono a testa bassa e non guardano negli occhi, anche per questioni di rispetto”.

Problemi relazionali ma non solo: molti migranti attuali hanno difficoltà a gestire il proprio mondo interiore, talvolta ignorando finanche cosa sia un’emozione. Spiegare cosa sia uno psicologo occidentale può essere difficile, per quella parte di loro abituata a sciamani che maneggiano le terapie radicate nella storia dell’etnopsichiatria: estrazione dell’oggetto malattia, ritrovamento e restituzione dell’anima, esorcismo e magia riparatrice. Tecniche più vicine alla moderna psicologia dinamica di quanto si possa immaginare.

Il ricorso ai mediatori culturali per comunicare è necessario quando non c’è una lingua in comune. Con il rischio di trovarsi in situazioni da Lost in Translation: non di rado l’intervento secco e preciso dello psicologo avvia lunghe conversazioni gesticolate tra migrante e il mediatore suo connazionale. Ma il mediatore può divenire anche un insospettabile strumento terapeutico allorché si fa rivelatore delle emozioni in circolo, ad esempio quando piange – succede anche questo – di fronte ai racconti di violenza e morte del suo interlocutore. Tutto per raggiungere il fine di restituire dignità a ogni persona che transita per le nostre terre, cercando di trasformare gli aspetti disfunzionali degli individui in migrazione in risorse a tutto tondo.

 


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