27 aprile 2012

Le parole che usiamo: testimone

di Franco Benigno

La nostra epoca si può definire come l’epoca del testimone. V’era un tempo, ormai passato in cui la realtà sembrava disporsi coerentemente alle categorie atte a pensarla, e in cui perciò qualcuno, da una cattedra, dietro ad una scrivania o davanti al banco di un laboratorio, poteva oggettivarla e svelarne le nascoste regole di funzionamento, decrittarla, svelarla. Oggi, che il mondo sociale si è fatto opaco, proprio mentre la tremenda capacità ricostruttiva (o ricreativa) dei mezzi di comunicazione virtualizza la realtà e insieme realizza la virtualità, noi non sembriamo più disponibili ad affidarci ad esperti in toga o in camice bianco, e cerchiamo una prova diretta ed empatica della verità nascosta: la testimonianza. In un articolo recente, pubblicato su La Repubblica e che prende spunto dal successo inarrestabile di opere di fiction basate su testimonianze, Miguel Gotor si è interrogato sullo statuto del testimone del nostro tempo osservando acutamente come vi siano due diverse accezioni del termine: per la prima il testimone è il terstis colui che «sta terzo» e che, classicamente, depone in un processo. Ma accanto, a questa etimologia ve n’è un’altra, quella che deriva dalla parola con cui in greco si designava il testimone: Mártys (poi in latino Martyr) e che indica un diverso soggetto produttore di testimonianza: il martire, colui che testimonia in pubblico la sua fede in un assoluto. Ecco, osserva Gotor, nella nostra epoca si assiste alla prevalenza di quest’ultima accezione del testimoniare. Ognuno testimonia di sé stesso e della sua fede e noi spettatori o lettori tendiamo ad accreditare la testimonianza non tanto in base al riscontro razionale delle affermazioni con la realtà quanto in base all’impatto emotivo, alla forza suggestiva della testimonianza stessa. Ma per capire a fondo perché la nostra società è la società del testimone non è sufficiente richiamare il bisogno di autenticità che emerge in un mondo dominato dalla ricreazione virtuale della realtà. Occorre invece mettere in relazione il testimone con quell’aspetto della testimonianza, che rende possibile al lettore di avvicinarla e di immedesimarsi. Di che testimonianza stiamo parlando? Non di qualsiasi esperienza o di qualsiasi passato si è, nel senso suddetto, testimoni. Ci vuole un passato pericoloso, un’esperienza di rischio e in breve il racconto dell’attraversamento di un evento traumatico. Il testimone non è dunque solo un Virgilio che accompagna il lettore/spettatore e gli svela i misteri inconfessabili dell’inferno, ma è piuttosto qualcuno che ha sperimentato il male sulla sua carne, che ha sofferto per la sua fede, e ne da conto, ne offre racconto. Il grande successo popolare di Roberto Saviano, ad esempio, non è dovuto solo alla forza narrativa di un romanzo di grande efficacia, e all’illusione di partecipare, attraverso l’io narrante, alla rivelazione del male; ma è stato creato soprattutto dalle minacce che Saviano ha subito da parte del clan criminale dei Casalesi da lui coraggiosamente denunciati in piazza. Quelle minacce, infatti, non hanno solo costruito un formidabile «effetto di realtà» tale da trasformare un romanzo «realistico» in una sorta di inchiesta veridica ma hanno fatto di Saviano un testimone/martire, perseguitato per la sua fede nella verità. La nostra società dunque è la società del testimone nella misura in cui questo testimone riproduce il processo catartico attraverso cui il male è affrontato e (provvisoriamente) sconfitto. Il testimone ci offre un’esperienza provvisoria di redenzione: un’esperienza che disegna un mondo non più diviso, come un tempo, tra oppressi ed oppressori, tra conquistati e conquistatori ma invece, ineluttabilmente, tra carnefici e vittime. Il testimone è dunque parte di una diversa narrazione sociale della realtà, di una costellazione di senso cruciale nella cultura del nostro tempo e che ha al suo centro la violenza. Solo la violenza sembra, ai nostri giorni, attribuire - a chi ne viene colpito profondamente - un’aurea sacrale. Solo la violenza appare in grado di produrre quella scintilla in grado di attivare le identificazioni individuali e collettive, e che ci consente di distinguere il registro della tragedia da quello della commedia. Ne deriva che per inventare una nazione immaginaria, come ad esempio la Padania, non bastano i riti celtici e le ampolle, occorre un’identificazione con un’esperienza di deprivazione violenta e con un martire/testimone/vittima con cui un’identità collettiva sia in grado di identificarsi. Bossi, malgrado la malattia, non è stato in grado di impersonare questa figura. E, mentre l’Italia si stringe attorno alla famiglia di Pierpaolo Morosini, piangendone la tragica scomparsa sul palcoscenico pubblico, attorno a Via Bellerio, tra diamanti e lingotti trafugati, va in scena la commedia, e volano gli stracci.


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