19 maggio 2020

Libertà

 

Un’epoca fa, era il 10 marzo del 2020, il governo italiano ha deciso con un dpcm (decreto del presidente del Consiglio dei ministri) di mettere in quarantena l’intera popolazione. Sull’esempio di quanto aveva fatto il governo cinese pochi mesi prima in alcune città e provincie del proprio territorio. La differenza tra i due governi è nota. La Repubblica Italiana, a differenza della Repubblica popolare cinese, è pienamente all’interno delle forme costituzionali della liberal-democrazia. E tuttavia mai nella storia delle democrazie, come è stato osservato, e perfino delle dittature, nessun governo aveva preso provvedimenti così drastici e impressionanti. In Italia succede che per alcuni mesi siamo stati in una condizione di distanziamento sociale che di fatto prescrive, a norma di legge e quindi a pena di sanzioni, l’isolamento degli individui nelle loro abitazioni. L’eccezionalità e gravità del provvedimento governativo sono giustificati dal bene primario della salute pubblica, che deve essere tutelato, come la Costituzione prescrive e raccomanda. Ma i costi su altri diritti essenziali sono evidenti e pongono questioni nuove.

 

Partiamo dall’inizio, quando si fanno strada i due concetti di libertà che poi sono divenuti familiari. Thomas Hobbes (e i suoi successivi epigoni) ha proposto un’idea di libertà con un’immediatezza e concretezza seducente. Un individuo è libero se e quando non è impedito di fare ciò che ha la volontà di fare. L’impedimento segna la misura dell’estensione – e quindi del godimento – della libertà. Il tentativo del filosofo, neppure coperto, era quello di equiparare la città di Lucca, simbolo delle città repubblicane, al sultano di Costantinopoli, il classico despota della tradizione. Se i cittadini lucchesi usufruiscono della stessa libertà dei sudditi orientali, se hanno gli stessi impedimenti, non ci sarà alcuna differenza tra i due tipi di Stati. I repubblicani scorsero la minaccia di una tale proposta teorica e la replica intendeva riportare le cose al loro posto. Per quanto un cittadino possa avere delle interferenze, la sua vita non dipende dalla volontà arbitraria del despota come quella di un suddito, ma è tutelata dalle leggi, a cui sono sottomessi anche i magistrati della città.

 

Oggi tuttavia ci troviamo nella curiosa e inimmaginabile situazione di vedere compressa proprio la libertà come assenza di interferenza, senza, almeno apparentemente, toccare quanto sembrava più difficile da assicurare, la libertà come non dipendenza. A casa nostra siamo liberi di fare ciò che vogliamo, ovvero, per usare un’espressione di Tacito riferita ai tempi felici dell’imperatore Nerva, di pensare ciò che si vuole e di dire ciò che si pensa. Presa sul serio, è un assunto di quello che definiremmo democrazia, e in effetti per Spinoza era questa la caratteristica della repubblica libera. Ma adesso da casa non possiamo uscire, se non per casi di comprovata e limitatissima necessità, e la repubblica spinoziana ha i confini angusti delle mura domestiche. Abbiamo sventato il pericolo di dipendere dalla volontà arbitraria di un altro, come temevano gli oppositori di Hobbes, per cui chi prende decisioni deve muoversi all’interno del perimetro della legge e rispondere dell’uso del potere.

 

La Costituzione fissa periodicamente i tempi in cui gli elettori e gli eletti ‘si incontrano’ nel voto, e questo rassicura i primi sul possibile abuso del potere dei secondi. Ma con sorpresa ci ritroviamo ad essere impediti di muoverci. I repubblicani contestarono Hobbes promuovendo un’idea di libertà che ritenevano più esigente della semplice non interferenza: è una libertà vacua e insoddisfacente – argomentavano – quella che concede di andare dove si vuole nella consapevolezza che la volontà arbitraria e irresponsabile del governo può raggiungerti e chiederti perfino la vita, se e quando lo ritiene. Ma mentre siamo riusciti a scongiurare, dopo secoli di lotte e rivoluzioni, il pericolo della più odiosa arbitrarietà non dipendendo da alcun despota, adesso ci troviamo a rimpiangere la libertà dalla interferenza, mostrando segni di insofferenza su provvedimenti governativi legittimi, anche doverosi, ma che stanno fatalmente toccando quei diritti inviolabili conquistati dai moderni.

 

La libertà dei posteri, su cui si è tanto discusso in passato, è iniziata con la pandemia. Abbiamo scoperto infatti che muoversi liberamente, non essere impediti dall’autorità dello Stato, o da alcuna altra costrizione, è una pulsione prepotente e naturale che rende insoddisfacente il traguardo di avere addomesticato il Leviatano rendendolo responsabile delle sue decisioni. Non avremmo mai immaginato che implementando la libertà come assenza di impedimento con quella come assenza di dipendenza dovessimo tornare a fare i conti con ostacoli inediti alle nostre più elementari libertà. Il fatto epocale è che abbiamo un problema diverso rispetto ai puritani inglesi del Seicento che condannarono un re giudicato tiranno, o un secolo dopo i giacobini parigini che fecero grosso modo la stessa cosa con i Borbone, o quanti nel Novecento hanno abbattuto i regimi totalitari per affermare la libertà di coscienza, fonte di tutte le altre libertà. Noi siamo gli eredi di quelle conquiste, e tuttavia nel giro di alcune settimane non riusciamo a goderne.

 

Il nuovo autocrate è invisibile ed è venuto dal microcosmo senza le liturgie medievali di sacri oli o le manifestazioni notturne di Norimberga e le parate militari sulla Piazza Rossa. Ci lascia legiferare su ciò che vogliamo, discettare su ogni cosa, consentendoci di comunicare le più inverosimili elucubrazioni in tempo reale ad ogni ora del giorno e della notte. Siamo connessi con l’intero pianeta rimanendo a casa. Anche prima della pandemia era così. Ma prima era un’opportunità che sfidava prodigiosamente i limiti dell’utopia grazie alla tecnologia; adesso assume le sembianze della costrizione, che la medesima tecnologia rende praticabile. Così le autorità possono verificare in ogni momento se rispettiamo questa semplice prescrizione, monitorando il nostro percorso insieme alle persone che incontriamo. Abbiamo uno Stato che è legittimo perché si mantiene sul nostro consenso libero e volontario e possiamo anche appellarci a un giudice terzo se ci sentiamo lesi da una sua prevaricazione. Ma come in una condizione distopica che avrebbe spiazzato perfino la fantasia di Orwell, la più grande libertà raggiunta dalla storia umana si ripiega adesso in una dimensione claustrale. Il paradosso evidente è che viene meno la nostra libertà nel rispetto dei nostri diritti costituzionali. E questi rimangono tali se un’interferenza, che pure riteniamo legittima, li comprime?

 

Oggi sappiamo che il virus, l’attuale o un altro che potrebbe arrivare, naturale o – peggio – artefatto (perché non prendere in ipotesi per il futuro un simile scenario?), può isolarci gli uni dagli altri come nessun regime politico è riuscito mai a realizzare. Le promesse della democrazia si erano basate su altre prospettive sulla scorta di progressive emancipazioni. Gli antichi avevano assicurato la propria libertà nella partecipazione diretta agli affari pubblici, in modo tale da porre un limite alla possibile tirannide di qualcuno, che avrebbe coartato l’autonomia personale e della città. I moderni hanno inventato il meccanismo della rappresentanza: dispensando tutti cittadini da una permanente partecipazione, hanno delegato alcuni a farlo, con l’obbligo di rendere conto di ciò che essi decidono per tutti, in modo tale che la vita privata di ciascuno – vale a dire ciò che fa degli individui degli esseri umani, o se si vuole, ciò che è più prezioso per gli esseri umani – fosse protetta perfino dal dovere di occuparsi della collettività, cosicché chiunque potesse perseguire tutte quelle cose che la propria libera volontà ritesse appaganti.

 

Oggi realizziamo che proprio la vita privata può essere tracciata e ristretta e la libertà limitata a norma di legge. La casa, dove il cosmo si è rinchiuso, diviene un’abitazione virtuale fatta di stanze remote, da dove ci colleghiamo con un’infinità di altre stanze remote per lavorare, istruirci, fare shopping, incontrare amici, intessere relazioni, visitare musei, guardare film, coltivare hobbies. E tutti sanno che ogni individuo, di qualunque età e condizione, è lì, deve essere lì, nella propria casa, fatalmente divenuta uno spazio pubblico. Raggiungibile continuamente dalla rete – che sia il datore o il dipendente di lavoro, la polizia o l’autorità sanitaria, il professore o lo studente, il parente e il collega, la parrocchia o il partito, il club o la miriade di gruppi WhatsApp – nessuno più può sfuggire alla chat, alla conference call, al meeting, alle piattaforme telematiche. Nessuno può più ignorare la notifica dei molteplici media con cui è arredata la propria abitazione. Nessun argomento può giustificare un’assenza, perché ognuno sa dove si trova l’altro. Il confine che rendeva inviolabile la dimensione privata è in qualche modo venuto meno: il lavoro e (soprattutto) il tempo libero, che era il santuario della libertà moderna sostenuto dall’altare della cabina elettorale, rischiano di essere esposti all’opinione pubblica, che diviene un reticolato asfissiante di stanze remote che si controllano vicendevolmente. Il futuro non è più quello di una volta, scriveva Paul Valéry. Sembra che con la pandemia il Leviatano abbia ributtato addosso ai cives la rete della legge con cui essi lo avevano intrappolato limitandone i movimenti. La libertà dei posteri inizia con questa sfida inaspettata. E ci ritroviamo a rispondere ancora ad Hobbes cercando di mantenere le differenze tra Lucca e Costantinopoli, che esistono sempre, ma devono tornare ad essere apprezzabili. 

 

Crediti immagine: Foto di StockSnap da Pixabay

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