02 luglio 2013

Same sex marriage e i diritti in America

di Massimo Faggioli

Il ruolo di Barack Obama nella storia americana ha assunto fin dall’inizio, e in maniera consapevole http://www.amazon.com/The-Bridge-Barack-Obama-Vintage/dp/037570230X il ruolo di completamento del sogno di Martin Luther King Jr. di un’America nuova: se non post-razziale, almeno non segregata per gruppi razziali. Ma l’eredità di Obama, che si giocherà da qui al 2016, potrebbe non soddisfare quanti ritengono il messaggio di King sostanzialmente differente da quello della cultura liberal dei diritti individuali. In questo senso le due sentenze della Corte Suprema Federale americana emesse nell’ultima settimana di giugno rappresentano un momento fondamentale nella giurisprudenza degli Stati Uniti su due questioni diverse e apparentemente scollegate tra di loro. Nella prima sentenza del 25 giugno 2013 la Corte ha stabilito l’incostituzionalità di alcune sezioni del “Voting Rights Act” del 1965 http://www.nytimes.com/2013/06/26/us/supreme-court-ruling.html?pagewanted=all&_r=0 che imponeva ad alcuni Stati del sud di ottenere il permesso del governo federale prima di legiferare in materia elettorale – imposizione tesa ad impedire i tentativi di quegli Stati di limitare l’accesso al voto delle minoranze, e in particolare degli afro-americani. Nella seconda sentenza, il giorno successivo, 26 giugno 2013, la Corte Suprema ha dichiarato l’incostituzionalità del “Defense of Marriage Act” (DOMA) del 1996 , che definiva a livello federale il matrimonio come “unione tra un uomo e una donna”: questa sentenza non legalizza (ancora) il matrimonio omosessuale negli Stati Uniti, ma consente ai matrimoni omosessuali celebrati legalmente (in quegli Stati in cui è già possibile) di godere dei diritti dei matrimoni eterosessuali (come, ad esempio, l’esenzione dal deporre in tribunale contro il coniuge).

La prima sentenza ha scioccato i commentatori di vari orientamenti, perché arriva solo pochi mesi dopo i tentativi di alcuni Stati (del sud e non solo, tutti guidati da governatori o parlamenti a maggioranza repubblicana) di limitare, per le elezioni presidenziali del novembre 2012, l’accesso al voto delle minoranze non bianche (che votano in grande maggioranza per i democratici) http://www.brennancenter.org/content/section/category/voting_rights_elections/ . La decisione della Corte Suprema non ha chiaramente tenuto conto dei tentativi di rendere più difficile l’accesso al voto per molti elettori non bianchi. La seconda sentenza sul same sex marriage, invece, è stata accolta da quasi tutti i commentatori come un passo avanti storico verso una maggiore eguaglianza tra i cittadini americani, indipendentemente dall’orientamento sessuale. (Interessante notare che il voto decisivo per la formazione della maggioranza della Corte Suprema è venuto dal giudice Kennedy, cattolico bianco nominato da Reagan nel 1988).

Le due sentenze sono contraddittorie, ma sono anche in qualche modo lo specchio di una involuzione della cultura dei diritti americana: la sentenza sul matrimonio omosessuale infatti riconosce diritti a quegli americani che, per livello di reddito e di scolarità, sono in grado di accedere all’istituzione matrimoniale, che in America è ancora vista come un achievement, un traguardo simbolo del successo personale http://www.economist.com/news/united-states/21569433-americas-marriage-rate-falling-and-its-out-wedlock-birth-rate-soaring-fraying . La sentenza sul “Voting Rights Act” potrebbe invece incoraggiare quei legislatori intenzionati ad escludere ulteriormente dal processo politico quelle minoranze che si trovano già ai margini della società, per condizioni di reddito e di livello di scolarità.

In un certo senso è vero che le due sentenze sono “un passo avanti e tre indietro” http://www.psmag.com/politics/one-step-forward-three-steps-back-at-the-supreme-court-61544/ . Ma è ancora più vero che rappresentano bene la chiara tendenza della cultura americana (anche di quella liberal) a concentrarsi sempre di più sui diritti individuali di cittadini mobilitati nell’advocacy dei loro diritti, e a trascurare le dimensioni economiche e sociali della giustizia dei cittadini in quanto tali: dimensioni che non sono più servite dalla politica, e ora apparentemente neppure dalla giurisprudenza della Corte Suprema.


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