09 giugno 2014

Schiavi delle ferie secondo Adorno

di Valentina Gosetti

Sfogliando il Times Literary Supplement (TLS) del 7 febbraio scorso mi sono imbattuta in un’interessantissima recensione scritta da Ben Hutchinson, professore di letteratura europea all’Università del Kent, sul libro Adorno in Neapel (Adorno a Napoli) di Martin Mittelmeier. In questo promettente studio pubblicato nel 2013, scopriamo che nel 1925 un Theodor Adorno ancora ventenne, aspirante musicista e compositore, si trovava nel golfo di Napoli con altri intellettuali tedeschi legati alla Scuola di Francoforte , fra i quali anche Walter Benjamin. L’attrazione esercitata dal Mediterraneo – ed in particolare dall’Italia – su giovani intellettuali mitteleuropei non è per niente una novità del Ventesimo secolo. Già nei secoli precedenti filosofi, poeti e artisti sono spesso scesi dal freddo nord verso il nostro Paese durante il Gran Tour alla scoperta dell’Europa, in cerca d’ispirazione, di cultura e, perché no, di un certo esoticismo. Come non ricordare, ad esempio, uno fra i più noti, Goethe , che ha anche dedicato una celebre poesia all’Italia imparata a memoria da tutti gli studenti di tedesco, Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn, ‘Conosci la terra dove fioriscono i limoni’, un verso ricordato en passant anche da Hutchinson nella sua bella recensione per il TLS… Ma quello che potrebbe invece sorprendere è l’idea che la Scuola di Francoforte possa essere radicata nel sud Italia ed essere profondamente legata ai paesaggi di Napoli, Capri, Positano e Ischia. Infatti, stando all’analisi di Mittelmeier, per Adorno il soggiorno napoletano non è semplicemente un soggiorno di piacere. Lo scopo del libro sembrerebbe proprio quello di proporre e tracciare uno stretto legame fra il periodo napoletano e l’evoluzione filosofica ed intellettuale di Adorno, uno dei fondatori della Scuola di Francoforte, forse il suo esponente di più grande rilievo. Benché accolto dal sole e dai paesaggi del sud, Adorno non si lascia edonisticamente andare al tempo libero e allo svago ed assorbe non solo le conversazioni, ma anche gli elementi geologici di questa terra per poi costruirci la sua architettura filosofica e critica. Del resto chi avrebbe mai potuto credere che anche il severissimo Adorno potesse, almeno per un po’, distogliere il suo tipico sguardo critico sul mondo? O forse siamo noi che ci sbagliamo? Noi tutti che ci siamo cascati, e siamo stati sedotti da un’illusione: quella degli indiscutibili benefici del tempo libero… Facciamo ora un salto in avanti nel tempo e dal 1925 napoletano ci ritroviamo nella Germania del dopoguerra, dove Adorno torna nel 1949, dopo anni di esilio inglese e soprattutto americano (e se interessa il periodo statunitense consiglio vivamente di leggere Adorno in America di David Jenemann pubblicato nel 2007). Tornato in Germania, durante gli anni Cinquanta e Sessanta, Adorno diventa una personalità pubblica di rilievo ed è conosciuto, non solo per la dura critica contro l’industria culturale e la denuncia dei pericoli nascosti nella società di massa (una riflessione sviluppata già negli Stati Uniti ed evidente nella Dialettica dell’Illuminismo , 1947, scritta con Max Horkheimer), ma anche per i suoi interventi su giornali e in radio. Paradossalmente il feroce critico della società di massa decide di esprimersi, a sua volta, attraverso i mezzi di comunicazione di massa ... Ed è proprio in un intervento radiofonico del maggio 1969, tradizionalmente intitolato Freizeit (Tempo Libero), che Adorno sferra il suo attacco contro l’ideologia e l’industria del tempo libero, dichiarando con fermezza: Ich habe kein Hobby (io non ho nessun hobby). Ma perché Adorno ce l’ha così tanto col nostro sacrosanto tempo libero? Il problema è, ancora una volta, che siamo stati abbindolati con uno zuccherino; in altre parole ci hanno programmato, a nostra insaputa, a credere in una netta distinzione fra le ore lavorative ed il tempo libero, distinzione creata a vantaggio di un sistema basato sullo sfruttamento del lavoratore che, nelle ore lavorative, deve produrre con più efficienza possibile. Durante il cosiddetto ‘tempo libero’ il lavoratore sarebbe quindi incoraggiato ad occuparsi di attività che gli facciano risparmiare energie preziose che potrà poi usare con vigore e a buon frutto mentre lavora! Quella dell’hobby, ci avverte Adorno, non è altro che una subdola ideologia, incoraggiata e promossa dall’‘industria del tempo libero’ che si arricchisce alle nostre spalle, mentre noi, le vittime, non ci accorgiamo che siamo imprigionati in una libertà fittizia. La riflessione chiave proposta in Freizeit è, infatti, l’individuazione di un’analogia fra l’ideologia dell’hobby e la più ampia critica dell’industria culturale. La differenza fra lavoro e tempo libero, propone Adorno, è stata inculcata nella mente della gente, sia a livello conscio che inconscio. Ed è proprio così che opera anche l’industria culturale, dominando e controllando la popolazione alla quale si rivolge sia consciamente sia inconsciamente. Per prendere un esempio più attuale, basta pensare a certi programmi televisivi dai quali siamo attirati per ore senza veramente comprenderne la ragione precisa… Come risolvere questo problema? Dobbiamo forse abbandonare il tempo libero? Rinunciare ai nostri hobby? La vera soluzione non è questa. Adorno sembra suggerire, fra le righe, che in un mondo ideale una così netta distinzione fra lavoro e tempo libero non dovrebbe neppure esistere. In altre parole, se tutti facessimo lavori appaganti e appassionanti, se non fossimo sfruttati, saremmo forse più che contenti di continuare le nostre attività fino all’esaurimento delle nostre energie. Ma nella vita reale la pagnotta bisogna pure guadagnarla in qualche modo, e quindi lasciateci il nostro tempo libero, ma che sia veramente tale! Forse il vero valore del discorso radiofonico di Adorno è proprio quello di incitare un risveglio, di ridiscutere quelle categorie e divisioni che spesso diamo per scontate, e quindi metterci in guardia rendendoci più consapevoli delle nostre scelte per non cadere vittime di una libertà organizzata per noi come strumento di controllo, una libertà fittizia che potrebbe finire per imprigionarci e renderci automi, a nostra insaputa. Mi chiedo se la routine mediterranea conosciuta da Adorno in gioventù abbia potuto in qualche modo influenzare questa tarda riflessione…


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