29 giugno 2020

L’ufficio al tempo della pandemia

 

Melvin Webber, ricercatore dell’Università di Berkeley, l’aveva previsto già negli anni Settanta: «Per la prima volta nella Storia, potrebbe essere possibile stabilirsi sul cocuzzolo della montagna e mantenere un contatto stretto, immediato e reale con colleghi di lavoro e non solo». Che quel momento sia arrivato oggi, con la pandemia Covid-19?

 

Non c’è dubbio: la crisi degli ultimi mesi ha accelerato la transizione verso il lavoro a distanza. Di recente, l’amministratore delegato di Twitter Jack Dorsey ha annunciato che la società avrebbe consentito ai propri dipendenti, che attualmente lavorano da casa in ottemperanza ai protocolli sul distanziamento sociale, a restarci per sempre. Altri grandi aziende, da Facebook alla casa automobilistica francese PSA (Peugeot Société des Automobiles), hanno seguito il suo esempio con piani finalizzati allo smart working una volta terminata la crisi da Covid-19. 

 

Tuttavia, chiunque abbia partecipato a una chiamata Zoom di gruppo sa che, nonostante i progressi delle tecnologie di comunicazione, interagire con i colleghi in remoto spesso è più difficile che incontrarsi faccia a faccia. Allo stesso tempo, l’isolamento e la progressiva mancanza di attività sociali ha trasformato il comfort iniziale in una sorta di esperienza distopica, a cui abbiamo reagito con fasi di elaborazione diverse: prima l’euforia, poi il timore, infine la rassegnazione e il desiderio di normalità. Quello che sembra mancare nello spazio lavorativo al tempo della pandemia sono i legami deboli.

 

Cosa intendiamo per legami deboli? In un celebre articolo scientifico del 1973, il sociologo americano Mark Granovetter ipotizzò che le società funzionanti fossero sostenute non solo da “legami forti” (relazioni strette), ma anche da “legami deboli” (conoscenze casuali). Mentre i legami forti tendono a formare reti dense e sovrapposte ‒ i nostri amici intimi sono spesso a loro volta amici tra di loro ‒ i legami deboli ci collegano a un gruppo più ampio e vario di persone.

 

In questo senso, i legami deboli hanno maggiori probabilità di farci scoprire nuove idee, sfidando i nostri preconcetti. Mentre le chiamate video o i social media possono sostenere i nostri legami forti, difficilmente ne producono di deboli. Questi ultimi, esterni ai nostri circoli sociali, si formano prevalentemente nello spazio fisico: magari un barista, un compagno di treno, insomma quelle persone che incontriamo accidentalmente nella serendipità del quotidiano.

 

I nostri primi risultati, basati sull’analisi di grandi quantità di dati (big data) raccolti in modo anonimo nel campus del MIT sembrano confermare questa tesi. Abbiamo costruito due modelli della rete di comunicazione tra studenti, docenti e amministratori: uno mostra le interazioni prima della chiusura del campus, e l’altro durante la quarantena imposta dalla pandemia.

 

Sembra che la struttura delle nostre interazioni sociali stia cambiando: ci scambiamo un maggior numero di messaggi all’interno di una cerchia di contatti più stretta. I legami forti già presenti si stanno rafforzando, mentre i legami deboli perdono forza. Una cesura che, estesa ad una scala più ampia, rivela l’indebolimento di quei rapporti che sono la linfa vitale delle nostre reti sociali.

Credo quindi che, finita la pandemia, non abbandoneremo così in fretta i nostri uffici. La profezia di Melvin Webber, di cui parlavamo all’inizio, potrebbe per il momento non realizzarsi. Tornerà tutto come prima, quindi?

 

Non necessariamente. La flessibilità nell’organizzazione delle nostre vite che abbiamo apprezzato negli ultimi mesi probabilmente non ci abbandonerà. In tal caso, possiamo immaginare che le aziende consentano ai dipendenti di rimanere a casa più spesso, ma prendano provvedimenti per garantire che il tempo trascorso in ufficio sia particolarmente propizio alla formazione di legami deboli. Ciò potrebbe significare, ad esempio, la trasformazione delle planimetrie tradizionali in spazi più aperti e dinamici, capaci di promuovere il cosiddetto effetto caffetteria (come dimostrato da molte analisi sociologiche, tra i momenti migliori per creare legami deboli ci sono proprio quelli del pranzo o del caffè). Potrebbero seguire interventi più radicali, finalizzati alla serendipità – magari partendo da una nuova coreografia delle nostre vite lavorative.

La crisi da Covid-19 ha dimostrato che disponiamo ormai degli strumenti tecnologici per restare connessi da una vetta alpina ‒ o dal tavolo della nostra cucina. Tuttavia, le sfide del domani potrebbero essere altre: come scendere dai vertici del nostro isolamento sociale? Per far ciò dobbiamo ripensare i nostri spazi per ufficio in modo da esaltare il loro più grande atout: la capacità di generare nuovi legami e di rafforzare le nostre reti.

 

 

Testo rielaborato ed ampliato a partire da Carlo Ratti, Reimagining the Office, Project Syndicate, giugno 2020

 

 

Crediti immagine: Foto di Free-Photos da Pixabay

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