10 luglio 2014

Un secolo di frigorifero

“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”. La pungente potenza irradiata dall’incipit di Cent’anni di solitudine si affloscerebbe in una Macondo contemporanea: sono passati 101 anni dalla vendita del primo frigorifero domestico creato dall'architetto Fred Wolf Jr e ci è già impossibile immaginarne un mondo privo, il sale come moneta sonante. Eppure il Domelre (domestic electric refrigerator), già nel 1913 composto da un modulo del freddo sormontato da un contenitore del ghiaccio, non ebbe successo immediato a causa del costo elevato. La complessa dinamica tra gas freon e serpentina di raffreddamento era stata brevettata dall’americano John Gorrie nel 1851, e bisogna aspettare un quarto di secolo per il primo trasporto refrigerato, nel 1876, tre mesi di viaggio in piroscafo per un carico di carne argentina in Francia. Ma è degli anni ’60 il definitivo exploit, non generato da progressi tecnici (la rigenerazione del ciclo di freon è conquista antica, il sistema no frost recente) ma, come rammenta la sociologa Shelley Nickles , dalla nuova percezione sociale del frigidaire: un aiuto per le casalinghe senza servitù. Non avulsa dalle seduzioni del design: ante spaziose e facili da pulire, comparti più caldi per il burro o la frutta, i refrigeratori si fanno strada nelle case borghesi fino agli eccessi del consumismo - con l’Occidente nelle ambasce del modello culturale Supersize me - divenendo al contempo il magnete comunicativo della vita familiare. In molti ne hanno tratto ispirazione: in poesia si fa metafora di quiete passionale, come nella non irresistibile raccolta Lettere d'amore nel frigo di Luciano Ligabue (“è uno come tanti / che ha le sue lettere d'amore nel frigo / e nello scomparto frutta / tiene la matrice dei biglietti / per lo spettacolo del per sempre”), o celebrazione neofuturista come in Damiano Laterza (“Le luci ultraviolette abbronzano / le verdure altrimenti apatiche / che il fruttarolo bengalese gay / spaccia, impunito, ai bordi del suburbio fascista. / Più in alto cubetti di ghiaccio si autoproducono / nell'indifferenza / dell'inverno glaciale artificiale perenne). E ha addirittura spinto Jacques Le Goff verso lo studio della storia, come rivelato in un’intervista : «Negli Anni Trenta vivevo a Tolone con i miei genitori. Mi accorsi che per le strade si vedevano sempre più automobili e nelle case sempre più telefoni e frigoriferi. Noi eravamo una famiglia della piccola borghesia, mio padre era professore d’inglese, e non avevamo né automobile né telefono né frigorifero. C’era la ghiacciaia, e sento ancora il venditore ambulante di ghiaccio urlare per strada: "La glace! La glace!". E allora mi facevano scendere per comprarlo. Ma questo non è importante. L’importante, per me, è stato capire molto presto che l’avvento del frigorifero e la scomparsa della ghiacciaia era un avvenimento storico, perché cambiava la vita quotidiana, la vita delle persone, molto più delle guerre e dei Re. Per me, la storia è sempre stata storia sociale». Le Goff come Aureliano Buendía: perché in fondo trasformare l’energia elettrica in freddo è materia da realismo magico.


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