18 luglio 2017

Vent’anni senza Gianni Versace, il genio irriverente della Magna Grecia

di Domenico Marcella

Vent’anni fa. Il 15 luglio del 1997. Gianni Versace non è morto guardando l’immensità del lago di Como o la brillantezza del mare di Calabria, con la pace serafica di un Gattopardo stanco ma soddisfatto del proprio vissuto, ma ucciso in maniera spietata e crudele sulla soglia della sua residenza più vistosa, Casa Casuarina, a Miami.

 

Nato il 2 dicembre del 1946 a Reggio Calabria, appassionato fin da bambino di moda e di archeologia classica, Versace amava trascorrere i pomeriggi lavorando con le forbici, l’ago e il filo nella sartoria della madre, o giocando a pallone tra le rovine della Magna Grecia, davanti al leggendario Stretto di Messina, geloso custode di misteri millenari e tesori inestimabili come quei guerrieri – i famigerati bronzi rivenuti nei fondali di Riace – divenuti l’incarnazione del suo immaginario maschile. Alla perfezione di quei due corpi muscolosi, infatti, Gianni Versace faceva riferimento ogni volta che si fermava a disegnare una collezione maschile, quasi a voler rivelare al mondo il potere della bellezza virile.

 

Con una storia simile a quella dei tanti emigranti partiti dal Sud per cercare fortuna, che mai ripongono i ricordi d’infanzia, Gianni ormai lontano dalla Calabria cominciò a collezionare in maniera ossessiva teste di Medusa che – qualche anno più tardi, nel momento in cui c’era da metter su la Versace – con un lampo di genio trasformò in uno dei simboli più riconoscibili e inalienabili del mondo della moda: «Scelsi Medusa in maniera decisamente casuale. Volevo creare un logo unico che rappresentasse la mia moda. Medusa mi piaceva. Mi convinsi ancor di più scoprendo che era stata raffigurata in tempi non sospetti sul portone dell’ex palazzo Rizzoli in via Gesù a Milano (acquistato dai Versace nel 1981, ndr). Secondo la leggenda, infatti, chi incrocia lo sguardo di Medusa resta pietrificato; chi comprerà la moda della Medusa, perciò, resterà ipnotizzato dal suo fascino».

 

Principe borghese, dotato di una squillante creatività che lo ha consacrato monarca di una sartorialità provocatoria – libero di incoronare e nobilitare rockstar e gente comune, e di trasformare principesse emotivamente confuse in potentissime icone pop –, lo stilista calabrese si divertiva a osare senza timore, mettendo insieme tutto e il contrario di tutto, ignorando le ferree trame della storia e della società. Il suo gran merito, però, è stato quello d’aver trasformato il cattivo gusto in una volgare raffinatezza, introducendola nella composta galassia della moda italiana, contrapponendo così all’immagine dell’azzimata sciuretta quella di una donna esuberante e leggiadra, seducente da togliere il fiato, ingioiellata da quell’erotismo politicamente scorretto che era stato fino a quel momento doveroso occultare.

 

Fedele al concetto aristotelico del “bello” corrispondente al “vero”, ossessionato dalla bellezza e dai suoi eccessi più accattivanti, Gianni leggeva le opere di Catullo e Platone dalle quali traeva anche spunti preziosi da trasformare in citazioni estetiche, un po’ come soleva fare con il neoclassicismo napoleonico, il rigore delle greche, l’esasperazione plastica della pop-art e l’opulenza dei mosaici bizantini che lo spronarono a creare nel 1982   – affiancando il suo carrozziere di fiducia –   il celebre tessuto in maglia di metallo, aderente al corpo delle donne non come una seconda pelle ma come una corazza glam per amazzoni pronte a combattere ogni tipo di battaglia, compresa quella della consapevolezza del proprio corpo.

 

Ardito riformatore dello stile – distante anni luce dall’essenziale severità euclidea di Giorgio Armani – acerrimo nemico del perbenismo noioso, Gianni Versace amava compiacere il gusto e le esigenze delle donne e degli uomini smaniosi di divertirsi anche e soprattutto attraverso la scelta di un capo d’abbigliamento, non soltanto per il piacere di apparire ma per mostrare in maniera nuda e schietta il loro fascino sorprendente.

 

È questa diversa prospettiva che lo ha caratterizzato in maniera strabiliante rispetto a tutti gli altri ambasciatori del Made in Italy. Oltre a quel coraggio impavido – simile a quello di un eroe omerico – che gli ha permesso di guardare oltre per trasformare la moda del collage e dell’artificio in uno spettacolo culturalmente elevano e in perfetta simbiosi con i concerti rock e le pièce teatrali. Un genio, dunque, eternamente giovane, eternamente vivo.


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