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Atlante

18 settembre 2015

Inside out: i sentimenti animati

I bambini devono essere felici, sempre. È uno degli obiettivi di ogni mamma e papà della Terra e quindi anche quello della madre e del padre di Riley, protagonista dell’ultimo film d’animazione Disney Pixar Inside Out, nelle sale italiane dal 16 settembre forte di un incasso mondiale di 750 milioni di dollari. Applauditissimo alla scorsa edizione del festival di Cannes, pare già in odore di Oscar. E se in 20 anni di produzioni la Pixar ha lavorato inserendo le emozioni in giocattoli, animali, mostri e robot, questa volta ha scelto di animare proprio i sentimenti che ci rendono umani ovvero la gioia, la tristezza, la rabbia, la paura e il disgusto. “Vi chiedete mai cosa passa per la mente di una persona?”. Il film si apre con questa domanda, la stessa nata nella testa del regista Peter Docter osservando i repentini cambi d’umore della figlia undicenne. E se nella vita reale è un quesito che spesso rimane senza risposta, grazie all’animazione diventa il punto di partenza per esplorare la mente dall’interno e studiarne i meccanismi.

La poesia Disney, ancora una volta, si coglie nei particolari: le isole della personalità, rappresentati come giganteschi parchi divertimenti a tema collegati al cervello. Immagilandia, che contiene i sogni della Riley bambina, come il suo amico immaginario mezzo elefante e mezzo gatto,  e costruisce quelli da adolescente, come il ragazzo ideale intento a fare selfie e a proclamare a ciclo continuo “darei la vita per Riley!”. Il treno dei pensieri, che viaggia dagli anfratti più reconditi della mente fino al centro direzionale del cervello della bimba.

Le emozioni che vediamo all’opera nella testa di Riley capitanate da Gioia, che ricorda un po’ Campanellino di Peter Pan con un tocco di comtemporaneità data dal suo caschetto blu, sono personaggi tutti da ridere disegnati per ricordare le caratteristiche di cui sono portatori. Rabbia è rosso e massiccio, con la testa che va letteralemente in fumo quando “il troppo stroppia”, Paura è violetto, mingherlino, con l’aria malaticcia e nervosa, Disgusto è una signorina ben vestita e altezzosa, incaricata di difendere Riley da avvelenamenti fisici e psicologici. E poi c’è Tristezza, azzurrina grassoccia, avvolta nel suo maglione a collo alto e nascosta da grossi occhiali. Gli altri non sanno propria cosa farsene di lei: tanto che per Tristezza la consolle di comando del cervello della bimba è quasi sempre off limits e spesso viene lasciata in disparte.

Quando però la vita dorata della undicenne e della sua famiglia viene sconvolta da un trasferimento improvviso tutto viene rimesso in discussione. La causa scatenante è il trasloco dal Minnesota a San Francisco, ma dietro l’addio ai boschi, alla squadra di hockey e al lago ghiacciato dietro casa c’è anche quello al mondo dell’infanzia. Una nuova casa che non è esattamente quella dei sogni anche grazie al camion dei tralochi che sbaglia la consegna e lascia la famiglia senza mobili, la nuova scuola dove ci si sente etranei e diversi, un po’ di tensioni in famiglia. Sono novità che infieriscono colpo su colpo sulla stabilità emotiva della bimba: Riley va in tilt e diventa timorosa, inquieta e infine apatica. Incapace di essere felice ma anche di sfogarsi, piangere e spiegare ai genitori sempre più preoccupati che qualcosa non va. Per cercare di ridarle un suo equilibrio, Gioia e Tristezza si perderanno negli abissi del suo subconscio, e capiranno di dover lavorare insieme per ricorstruirne la memoria e l'identità. Il messaggio è chiaro: non si può essere sempre felici, anche la tristezza aiuta a crescere e spesso è proprio lei ad aprire la porta alla gioia più vera.

 

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