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7 febbraio 2018

L’identità tra prospettiva personale, sociale e giuridica

di Michael Lecci

Nel definire il concetto di identità non ci si può limitare ad un’analisi univoca, ma è possibile esaminare almeno una triplice dimensione. Da un lato viene in rilievo l’aspetto statico: si pensi alla struttura ossea, alle proporzioni del corpo e così via; dall’altro ci si riferisce a qualcosa di non compiuto, suscettibile di variazione nel tempo e frutto dell’adattamento al contesto sociale. Infine vi è un’ultima dimensione: si tratta dell’identità giuridica che comprende, oltre allo stato civile, diversi contratti (di lavoro, di matrimonio) regolati dal diritto e influenzati dall’evoluzione della legge e dei rapporti sociali.

L’analisi del concetto di identità personale ha senso solo se riferito ad un’antropologia; pertanto, per completezza argomentativa, è opportuno analizzarlo nella sua realtà dinamica quale risultato delle tre dimensioni che, intrecciandosi tra loro, finiscono per influenzarsi senza però trovare piena corrispondenza l’una nell’altra. Innanzitutto l’identità personale è un concetto che riassume ciò che una persona è; tale definizione – contrariamente a quanto possa apparire − crea più problemi di quanti ne risolve. In prima battuta occorre soffermarsi sull’aspetto di immediata evidenza, quello statico. Senza limitarsi ad una definizione ad ampio spettro che prenda in considerazione il genere, la razza o il colore della pelle, si può dire che una persona è, in parte, il frutto del suo aspetto (fisico e biologico), relativamente statico, in quanto sottoposto al decorrere del tempo che lo fa mutare e ne altera le caratteristiche; inoltre, l’aspetto fisico è intrinsecamente collegato al contesto sociale di riferimento con il quale si plasma e si adatta fin dal momento della nascita permettendoci, a prima vista, di ricondurlo ad una determinata etnia o, perlomeno, ad una regione del mondo. La corporeità è la sintesi del corpo e dell’ambiente sociale, diceva Merley-au-Pont; infatti, l’individuo non è limitato al suo topos ma si estende all’ambiente esterno che contribuisce alla sua costruzione. Infine, esso trova riscontro nell’ordinamento giuridico, cristallizzandosi in un documento che ne riconosce e ne certifica le caratteristiche (altezza, colore dei capelli, data di nascita, segni distintivi).

Nell’ipotesi più semplice vi sarà convergenza tra contesto di riferimento (nazione e cultura di provenienza), aspetto statico (caratteristiche riconducibili al contesto suddetto: colore della pelle, forma del viso, struttura del corpo, ecc.) e identità giuridica (cittadinanza). Può accadere, però, e la modernità costituisce fattore incentivante, che si presentino situazioni in cui vi siano delle difformità di partenza, cosicché gli individui saranno «teatro di una competizione tra fattori identitari potenzialmente confliggenti, dovendo mediare tra molteplici appartenenze e fedeltà non sempre armoniche». In tal caso il risultato sarà la sintesi dei diversi fattori in cui uno di essi, anche in via temporanea ed involontaria, finirà per prevalere sugli altri.

Passando all’analisi della dimensione giuridica, la necessità di una codificazione dell’identità si è resa necessaria quando si è conosciuta l’alterità. La scoperta dell’altro ha reso necessaria la creazione di confini geografici e la normativizzazione di sfere di appartenenza, individuando nel momento della nascita l’impulso, a partire dal quale la persona diventa individuo a cui spetta la titolarità di diritti garantiti nei confronti della sfera altrui. L’evoluzione del contesto sociale ha influito sull’estensione della sfera del diritto; inizialmente era privilegio del pater familias , non potendo la donna costituire soggetto di diritto, e successivamente si è gradualmente estesa a quest’ultima e ai figli. Oggi la discussione si è spostata sulla possibilità di costruire un concetto di identità che prescinda dal genere (nel caso di soggetti transgender). Dal punto di vista costituzionale l’identità può essere concepita come il «diritto ad essere sé stesso», inteso come rispetto della propria immagine qualificata dal complesso di idee, convinzioni religiose, ideologiche, morali che forgiano l’individuo. Il diritto all’identità personale si annovera nel rango dei diritti fondamentali, sicché, indipendentemente dalla condizione economica o sociale, o dalle proprie convinzioni, dev’essere riconosciuto «il diritto a che la propria personalità sia preservata». Più precisamente la Corte di Cassazione dice che «ciascun soggetto ha interesse, ritenuto generalmente meritevole di tutela giuridica, di essere rappresentato, nella vita di relazione, con la sua vera identità, così come questa nella realtà sociale, generale e particolare, è conosciuta o poteva essere conosciuta con l’applicazione dei criteri della normale diligenza e della buona fede».

La cittadinanza non è una qualità dell’individuo ma è fortemente legata con la con-cittadinanza, trovando spiegazione nel riferimento alle peculiarità del contesto sociale e allo spazio comune condiviso; solo in tal modo si potrà definire la propria persona. Non si potrebbe parlare di cittadinanza in senso autoreferenziale in quanto il fattore indispensabile affinché se ne possa parlare è la presenza di una pluralità di esse differenziate per cultura, storia e territorio.

Ultima, ma non per importanza, è l’identità quale rappresentazione di sé stessi nella società. In questo caso l’interazione coinvolge l’identità personale e l’identità sociale: immaginando il nostro «sé come una struttura, una rappresentazione mentale in cui le informazioni individuali concorrono alla formazione del “cuore” della rappresentazione, mentre le informazioni di carattere sociale e culturale ne costituiscono gli aspetti via via più esterni». Una visione più drammaturgica della questione viene data da Erving Goffman; egli, parlando di rappresentazione, afferma che questa non è altro che le molteplici attività che un individuo compie durante un periodo di permanenza continua «dinanzi ad un particolare gruppo di osservatori e tale da avere una certa influenza su di essi». L’identità sociale è, quindi, conosciuta ed accettata dall’individuo che partecipa attivamente alla costruzione di questa definizione. Le difficoltà nella cristallizzazione del concetto derivano dal mutamento della condizione sociale: a chi sale nella scala sociale potranno essere eccepiti aspetti dolorosi del suo passato; al contrario, invece, nel percorso opposto, si dovrà fare i conti con le emozioni di perdita e con la rappresentazione mentale di chi lo ha conosciuto in tempi migliori.

In conclusione bisogna in parte smentire l’assunto secondo il quale l’identità sia una scelta puramente personale, ovvero che «non si nasce questo o quello ma lo si diventa in funzione delle proprie scelte». Fin dalla nascita le nostre identità sono indissolubilmente legate al «retroterra che costituisce il quadro della costruzione dell’io», ma questo nesso, contrariamente all’opinione comune, non è vincolante, è una regola di default mutabile con scelte di libero di arbitrio.  L’appartenenza ad un popolo, o ad un’etnia, non deve essere un criterio determinante per la propria identità; essa potrà influenzarci in parte, quasi incoscientemente, oppure potrà “identificarci” agli occhi degli altri, ma nessuno potrà mai costringerci a sentirla propria almeno fino a quando la nostra coscienza non la considererà tale, ossia fino a quando non avremo accettato o voluto che lo sia. Di conseguenza, indipendentemente dalla dinamicità del diritto nel seguire i mutamenti culturali e sociali, l’identità sarà il frutto «di un gioco di trattative tra quanto creiamo di originale e la nostra storia, la comunità di appartenenza, la tradizione, insomma tutto quanto ci hanno lasciato in retaggio gli “altri fornitori di senso”. Ne scaturisce che – anche in caso di rigorosa conformità alla tradizione – la nostra identità esige, in ultima analisi, il nostro consenso» .

 

Per saperne di più

Etica. Lezioni all’Università di Monaco (1950-1962), di Romano Guardini, edito da Morcelliana. Con riferimento all’identità in ambito giuridico è consigliata la consultazione di Ambito e fonti del biodiritto, a cura di Stefano Rodotà e Mariachiara Tallacchini, edito da Giuffrè. Sempre in relazione al tema giuridico Diritto senza identità: la crisi delle categorie giuridiche tradizionali di Umberto Vincenti. L’aspetto sociale è ampiamente approfondito in La vita quotidiana come rappresentazione, di Ervin Goffman e da Alain de Benoist in Identità e comunità. Infine, per una prospettiva internazionale del tema è consigliato Le malaise de la modernité di Charles Taylor.


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