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14 febbraio 2018

Identità digitale: cyberspace e privacy

di Grazia Greco

Sebbene la società odierna appaia incapace, ormai, di fare a meno della rete Internet e di tutte le strutture ad essa connesse, non ultimi i social networks, non è scontato che si conosca cosa questi siano realmente, come abbiano avuto origine e come una persona debba essere prudente nella «quotidianità virtuale» come lo sarebbe nel compiere qualunque azione in quella «reale». Sarà perciò necessario seguire i passi attraverso cui tutto ciò è mutato dalla fantascienza alla realtà virtuale che oggi ben conosciamo (o, più propriamente, entro cui comunemente agiamo e che dovremmo conoscere!).

Carattere fondamentale ed essenziale della società attuale sono le ICT ( Information and Communication Technologies ), le quali consentono l’accesso e l’uso del cyberspace. Insieme di migliaia di reti interconnesse e dei milioni di apparecchi ed applicazioni che interagiscono attraverso esse, il cyberspazio è un sistema spazio-temporale anomalo giacché creato artificialmente e, pertanto, imperfetto. È infatti pieno di errori strutturali, i quali concernono soprattutto la sicurezza: il sistema originariamente  “proprietario”, ossia limitato a specifici centri di connessione e pochi operatori identificabili, si espande infatti con Internet a milioni di potenziali operatori anonimi, sui quali le infrastrutture critiche non hanno alcun controllo. Allo sviluppo e diffusione del protocollo World Wide Web ad opera del CERN di Ginevra nei primi anni ’90, conseguì un notevole incremento del numero di utenti di Internet, anche grazie allo sviluppo dei primi Browser Web, il quale ha assunto un’importanza sempre crescente nella diffusione e scambio di informazioni, fino a divenire luogo privilegiato di comunicazioni e transazioni economiche. I caratteri di atemporalità e aspazialità, coniugati nella possibilità di comunicare in tempo reale indipendentemente dalla distanza fisica dei soggetti, si sono poi posti come pilastro della crescente globalizzazione.

Tale diffusione crescente ha generato la necessità per gli individui di autodeterminarsi nello spazio digitale, così come in quello fisico. Sul piano fisico, tale necessità è tutelata dal diritto di habeas corpus , locuzione che, ripresa dalle prime garanzie personali originate nella Magna Charta Libertatum  (1215) ed esplicitate nell’Habeas Corpus Act  (1679), indica oggi l’inviolabilità della libertà personale. L’artificio giuridico dell’interpretazione estensiva del diritto ha esteso questo principio, originariamente limitato alla salvaguardia fisica della persona umana, alla sua dimensione spirituale e psicologica, ai dati ed informazioni che la riguardano, ai beni e luoghi di sua proprietà che potrebbero costituire strumento di autodeterminazione della stessa (es. un bagaglio, l’abitazione). L’avvento delle tecnologie di rete ha ulteriormente ampliato tale principio, operando una transizione dal tradizionale habeas corpus, determinato e determinabile nella sua dimensione fisica, al ben più evanescente habeas data, quale tutela dell’autodeterminazione dell’individuo nello spazio virtuale, gravata sul piano giuridico e pratico dai già citati problemi del cyberspazio.

Le principali problematiche attengono alle difficoltà di identificazione degli utenti di Internet ed alla coniugazione del diritto ‘di tutti’ all’informazione e di quello del singolo alla  privacy . La privacy è una sfera che si compone del diritto di riservatezza, «right of a person to be free from intrusion into matters of personal nature» («diritto della persona di essere libera dall’intromissione in materie di nature personale»), e del diritto alla protezione dei dati personali, come libertà positiva dell’individuo di controllo delle proprie informazioni e dei propri dati, di limite a quanti possano accedervi e di gestione di essi, con l’ulteriore declinazione nel diritto all’oblio.

Il luogo privilegiato per l’individuo di connessione con altri utenti della rete sono i social networks (o social media ), “piazze” virtuali in cui ci si incontra e ritrova, condividendo foto, video, musica, opinioni ed informazioni di vario genere. Nati come bacheche digitali, i social sono diventati strumenti sempre più importanti di comunicazione e contatto, attraverso i sistemi di messaggistica istantanea e l’integrazione crescente con i dispositivi mobili come smartphone e tablet , finanche alle cosiddette tecnologie indossabili (orologi ed occhiali “intelligenti”). Si passa talmente tanto tempo e tante informazioni sulla rete che la distinzione della vita virtuale da quella reale diventa una pura convenzione. Però, a differenza del mondo fisico, in quello digitale la persona gode di scarsa tutela, aggravata dalla frequente ignoranza dei pericoli cui può incorrere. Fra i molti rischi legati al social networking, come ad esempio i falsi profili, estremamente problematico è quello del destino dei dati pubblicati, sul quale si dibatte oggi in Europa ed in molti altri paesi alla ricerca di un equilibrio tra i diritti di informazione e quello di privacy. I contratti (perché, si, sono dei veri e propri contratti!), che l’utente accetta al momento del proprio ingresso nel social media, concedono spesso al fornitore del servizio la licenza di usare senza limiti di tempo il materiale inserito on-line, che può essere quindi liberamente trattato o ceduto a terzi per trattamenti quali, ad esempio, la profilazione comportamentale a fini pubblicitari.

In un mondo proiettato verso una compenetrazione sempre più profonda tra vita on-line e vita off-line, è necessario comprendere quale ruolo ricoprano l’individuo e la sua tutela: ogni azione compiuta nel cyberspace è tracciata e tracciabile, e ciò che si pubblica si riflette sulla vita quotidiana e sui rapporti personali, con effetto immediato o ritardato nel tempo. Frequentemente gli utenti pubblicano dati personali sensibili come opinioni politiche, orientamento sessuale o religioso, o ancora informazioni riguardanti il proprio stato di salute. Le informazioni inserite online vengono raccolte in banche dati spesso delocalizzate in paesi in cui non vi sia un’adeguata normativa di protezione dei dati personali, mentre tutti i propri contatti o membri dei gruppi cui si è aderito possono registrarli, rielaborarli e diffonderli, anche a distanza di tempo. Inoltre, quando decide di uscire da un social network, si può disattivare il proprio account, ma non cancellarlo, perciò tutti i dati e materiali inseriti online permangono all’interno degli archivi informatici dell’azienda che offre il servizio. Così la vita digitale di una persona continua, attraverso essi, anche dopo la sua morte e si ritiene che entro il 2050 Facebook sarà il più grande cimitero del mondo. Tema centrale di dibattito soprattutto fra le Autorità Garante europee è, dunque, proprio quello del cosiddetto diritto all’oblio, il diritto di dimenticare, impedito dalla conservazione nelle banche dati, cui si può facilmente accedere. Perciò con la sentenza della Corte di Giustizia Europea del 13 maggio 2014 la Corte riconosce i motori di ricerca come responsabili del trattamento dei dati da loro indicizzati e ne dispone la deindicizzazione qualora sia riconosciuto ad un soggetto il diritto all’oblio.