10 aprile 2020

La crisi della democrazia rappresentativa

Nuove istanze democratico-deliberative tra deriva populista ed e-democracy

 

La crisi della democrazia rappresentativa e della rappresentanza politica riveste una particolare rilevanza nei modelli democratico-parlamentari, andando ad incidere sull’essenza stessa del principio costituzionale-rappresentativo a cui essi si ispirano. L’ordinamento politico della Repubblica italiana infatti è caratterizzato da un sistema misto di democrazia rappresentativa e di democrazia diretta. Il primo nasce in epoca moderna e consiste nell’elezione da parte dei cittadini di chi li rappresenterà a livello parlamentare, il secondo è il sistema governativo degli antichi, caratterizzato da un’amministrazione diretta del “bene pubblico” da parte del popolo. L’Italia è una Repubblica parlamentare caratterizzata da alcuni strumenti di democrazia diretta ossia il referendum, il diritto di petizione e di iniziativa popolare. Questi due modelli presenti armonicamente nel nostro sistema però stanno versando in uno stato di crisi dovuto ad un sempre più grande deficit rappresentativo e ad un crescente sentimento di sfiducia nei confronti dei partiti politici.

 

L’allontanamento dalla politica, il disfacimento della forma partitica, la difficoltà nel trovare una legge elettorale che permetta la governabilità, unitamente alla crescita sempre maggiore dell’astensionismo e l’affermarsi della “democrazia elettronica”, hanno portato alla nascita, in particolare negli ultimi decenni, di movimenti politici populisti e di nuove istanze sensibili nei confronti di un modello di democrazia partecipativa-deliberativa. Quest’ultimo propone, in modo antitetico rispetto a quello democratico-rappresentativo, una collaborazione attiva di tutta la comunità che vada oltre l’elezione dei rappresentanti. Un esempio che si può addurre è la rivisitazione del sistema politico rappresentativo francese da parte di Dominique Rousseau: il modello innovativo da lui proposto, riconosce ai cittadini il diritto di richiedere la riunione di Convenzioni in cui esprimere le proprie opinioni su varie proposte prima della loro iscrizione all’ordine del giorno dell’Assemblèe Nationale, una vera e propria “sovranità del popolo”. 

 

All’interno del dibattito politico contemporaneo non è dunque «la democrazia di per sé che viene messa in discussione ma è la portata di rappresentanza mediante la quale il popolo affida ai rappresentanti le decisioni che regolano la vita dei cittadini, la determinazione dei diritti e dei doveri, aspettando la scadenza dei mandati parlamentari per una nuova decisione sulla loro riconferma o meno», come afferma Paola Bilancia nel suo articolo “Crisi nella democrazia rappresentativa e aperture a nuove istanze di partecipazione democratica”.

 

Proprio al fine di rivendicare una maggiore vicinanza tra rappresentanti e rappresentati questi movimenti spingono ad una rivisitazione in toto del concetto di vincolo di mandato imperativo. Questo istituto è regolamentato dall’ art.67 della Costituzione e costituisce un corollario dell’art.1 che attribuisce la sovranità al popolo «che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione» ed è la perfetta esplicazione del concetto di sovranità nazionale: come fa notare G. Moschella in “Crisi della rappresentanza politica e deriva populista”, una «sovranità non più attribuita al popolo, ma alla nazione, entità astratta che coincide con l’interesse generale». Uno dei limiti a cui fa riferimento il primo articolo della nostra Carta costituzionale è proprio il principio scaturente dal divieto di mandato imperativo: il singolo parlamentare una volta eletto non rappresenta gli elettori e non agisce come loro mandatario essendo egli libero di compiere le scelte che ritiene necessarie, durante tutto il suo mandato parlamentare, senza essere influenzato dalle decisioni prese anche dal suo stesso partito politico. Questo principio entra in crisi a causa di una sempre maggiore affermazione della supremazia del principio d’identità sul principio di rappresentanza determinando conseguenze incompatibili con il nostro sistema costituzionale.

 

I movimenti populisti, partendo da una concezione di popolo inteso come ‘entità virtuosa e pura’, avrebbero come obiettivo il superamento della democrazia parlamentare, al posto della quale si immagina un’identificazione tra governanti (leaders) e governati (followers). Rifacendosi alla teoria elaborata da Rousseau, poi successivamente percepita da Robespierre, essi delineano una rappresentanza legata alla sovranità popolare nonché alla necessità di un vincolo di mandato imperativo in cui, come mette in luce ancora Moschella, «il rappresentante è rappresentante del popolo e non può che agire per il popolo».

 

Altre caratteristiche si mostrano legate a quest’ultima andando a caratterizzare i populismi dell’ultimo decennio. Tra queste, una prima e fondamentale che ben si collega al concetto di vincolo di mandato è la posizione anti-élite, tesa a delegittimare tutte le formazioni sociali intermedie (dai partiti ai sindacati), cavalcando l’onda dell’antieuropeismo e della “guerra” ai poteri forti e alle lobbies come, ad esempio, soggetti economici (banche) o la stampa. In questo modo, tali nuove forme partitiche si ‘svincolano’ dall’essenza stessa di ‘partito’, ossia dalla sua organizzazione e regolamentazione (c.d. deregulation), pervenendo all’immedesimazione completa con gli apparati istituzionali e di governo. 

 

La fase dei partiti novecenteschi sembra essere così giunta al termine, e venendo meno il ruolo e la vocazione comunicativa tra Stato e cittadini dei partiti, ci si affaccia quindi alla “contro-democrazia” vista come nuova forma politica nella quale il popolo ha la facoltà di controllare il potere e di difendersi da esso. Il principale problema che viene a porsi è quello dell’individuazione di nuove forme di partecipazione e sviluppo del dialogo dove possano trovare spazio tutte le diverse voci della comunità, della ricerca di un’agorà sociale del pluralismo attualmente rinvenuta nella rete.

 

L’impostazione della cosiddetta e-democracy si differenzia però notevolmente da quello che vuole essere uno spazio di dibattito aperto a tutti. In primo luogo, l’accesso al dialogo telematico non è permesso all’intera comunità essendoci una fetta di popolazione italiana (37%) caratterizzata da un uso non regolare di internet. Non tutti gli italiani sarebbero, quindi, nelle condizioni di partecipare ad un eventuale dibattito politico online e questo darebbe vita ad un importante deficit di partecipazione non permettendo una sostanziale uguaglianza tra i cittadini. Un altro aspetto interessante della e-democracy riguarda poi la portata di democraticità del dibattito pubblico: come scrive Paolo Ercolani nel suo libro “Figli di un io minore. Dalla società aperta alla società ottusa”, «in Rete [infatti] non vi è uno Stato, non vi sono leggi né norme o anche solo filtri qualificativi in grado di garantire ragionevolmente elementi come la veridicità delle informazioni, la giustizia e la protezione dei più deboli. In Rete non vi è potere pubblico e politico in grado di tutelare il bene comune, tanto che essa si presenta di fatto come un luogo socialmente indefinito in cui si incontrano e interagiscono virtualmente delle solitudini comunicanti».

 

In realtà nell’agorà telematica non si svolge un dibattito tra gli iscritti effettivamente utile per la formazione delle opinioni e per la partecipazione attiva alla vita democratica ma solo la «presentazione di proposte alle quali fare riferimento per il voto», spiega la Professoressa Paola Bilancia.

 

Prendendo in considerazione, ad esempio, l’accesso al blog del Movimento 5 stelle (che rivendica apertamente strumenti di democrazia partecipativa), quest’ultimo si mostra come un passaggio secondario rispetto alla primaria iscrizione a tale movimento politico con la successiva creazione di un “profilo” telematico su una piattaforma (c.d. piattaforma Rousseau) gestita da un privato. Come analizza la costituzionalista Paola Bilancia, il blog di riferimento così strutturato rimarrebbe però, più che uno spazio di proposte costruttive, uno spazio destinato alla espressione senza limiti di lamentele e malumori che alimentano ancora maggiormente lo scontento dei cittadini verso le istituzioni: questi non partecipano realmente alla vita politica e il loro spazio di azione resta pur sempre limitato a quello di un tempo.

 

La e-democracy sembrerebbe dunque esigere in modo evidente qualcosa di più. Per essere realmente partecipanti alla vita democratica è fondamentale partecipare ad un vero dibattito, confrontarsi, condividere le proprie idee, al fine di giungere ad una decisione finale che sia effettivamente il frutto di un vero e proprio ‘processo deliberativo’. In rete, invece, scrive Paolo Ercolani: «l’essere umano sbraita, si sfoga, inveisce, si abbrutisce, si indebolisce cognitivamente ed emotivamente, cessa di conoscere e approfondire, smarrisce le più elementari regole dell’educazione e della relazione sana e costruttiva con l’altro. Condannato, ma forse autocondannandosi entusiasticamente, al ruolo di uomo senza pensiero e dunque senza alcuna possibilità di esercitare una qualche influenza sulla realtà».

 

La partecipazione politica dei cittadini è distorta, alterata non solo dall’uso improprio della rete ma anche da una “politica video-plasmata” che porta i cittadini a scegliere il candidato o il partito politico non sulla base di programmi o ideali che lo caratterizzano, piuttosto fondandosi su di un ‘sentimento comune’ e su di un’opinione pubblica spesso manipolata dalla propaganda televisiva. L’informazione diventa così un prodotto preconfezionato, il voto si trasforma da un metodo per esprimere la propria preferenza in base a idee e proposte ad un atto personalistico basato esclusivamente su di un sentimento negativo o positivo verso il singolo politico o il partito. 

 

Al fine di fronteggiare la crisi caratteristica della nostra democrazia rappresentativa sarebbe da auspicare una maggiore attenzione verso quello che permane essere il livello basilare dell’operato politico, cioè quello su cui avviene la formazione dei singoli. Da questo punto di vista, sempre più urgente sarebbe l’introduzione ed il potenziamento presso le scuole di ogni grado di percorsi di apprendimento finalizzati all’“educazione alla cittadinanza consapevole” e al contrasto del c.d. analfabetismo funzionale. Il ritorno di fenomeni come il nazionalismo, il populismo e il disinteresse da parte della società al bene pubblico è da imputarsi quindi alla carenza di conoscenza della funzione e della struttura del nostro Stato e alla mancanza di percorsi di educazione civica. Il filosofo e giornalista Paolo Ercolani, prospetta nel suo ultimo saggio Figli di un io minore, la necessità di creare una vera e propria patente per la politica, un concetto certamente innovativo ma con lo scopo di permettere ad ogni cittadino di arrivare al voto consapevole delle proprie scelte. Questo metodo implicherebbe però il restringimento della base di elettorato attivo potendo accedere al voto solo alcuni cittadini idonei in quanto muniti di «arnesi materiali con cui costruire l’edificio democratico in maniera solida». Certamente una visione come quella proposta dal filosofo Ercolani sarebbe troppo estrema e oltre tutto incompatibile con i nostri valori costituzionali ma la crisi che sta attanagliando il nostro sistema politico, porta ad un necessario dibattito al fine di arrivare ad una rivalutazione del nostro modello di democrazia rappresentativa. 

 

Per saperne di più

P. Bilancia, “ Crisi nella democrazia rappresentativa e aperture a nuove istanze  di partecipazione democratica”, federalismi.it;

A. Bancher, “Crisi della democrazia rappresentativa e della forma di partito”;

P. Ercolani, “ figli di un io minore. Dalla società aperta alla società ottusa”, Marsilio editori, marzo 2019;

G. Moschella, Crisi della rappresentanza politica e deriva populista”. l. Giannini, n. lupo, “Corso di diritto parlamentare”, terza edizione.

 

 

Immagine di Arnaud Jaegers via Unsplash, Libera per usi commerciali.

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