22 giugno 2020

I desideri della Sublime Porta: la politica estera turca dalla guerra fredda alle sfide del nuovo millennio

La Turchia deve al suo peso demografico, alla sua posizione e alla sua storia, l’importanza che possiede nello scacchiere mediorientale: trovandosi al crocevia tra Europa e mondo arabo, possiede una centralità strategica di primaria importanza per gli equilibri internazionali, ieri come oggi. Il recente attivismo turco in politica estera ha fatto parlare di un ritorno della Turchia sullo scenario internazionale e di rottura con il tradizionale legame che possedeva con l’Europa e il mondo occidentale dai tempi della guerra fredda. Questa rottura viene spesso considerata unicamente come il prodotto delle primavere arabe del 2011 e del recente tentativo di golpe del 2016. Tale lettura tende ad appiattire la complessità della realtà turca, la quale mostra invece già sul finire della guerra fredda l’esistenza di quelle dinamiche che saranno pienamente dispiegate con il nuovo millennio. Sarà quindi necessario ricostruire le tappe fondamentali di questo processo, che porta la repubblica nata sotto il paradigma politico lasciatogli dal fondatore Mustafà Kemal Pascià Ataturk a subire profonde trasformazioni sia sul piano interno sia su quello internazionale.

 

La guerra fredda ebbe tra i primi “campi di battaglia” proprio la Turchia: subendo le pressioni di Mosca che voleva consentire alle proprie navi di oltrepassare lo stretto dei Dardanelli e quindi aprirsi al Mediterraneo orientale, la repubblica turca, complice anche il percorso di democratizzazione interna che aveva portato al potere un governo liberista e filoccidentale, si inserì come partner centrale per il blocco occidentale. Paese fondatore dell’Alleanza Atlantica, e parte dell’organizzazione per la cooperazione economica europea e del Consiglio d’Europa, nel 1955 tentò di costituire un blocco regionale con Iraq, Pakistan, Gran Bretagna con gli stati uniti come osservatore. Conosciuto anche come Patto di Baghdad, la Middle East Treaty Organization, il nome ufficiale dell’organizzazione dopo l’ingresso degli Stati Uniti nel 1960, ebbe a seguito del colpo di stato in Iraq la sua sede centrale ad Ankara fino al suo scioglimento nel 1979. Lo scopo era quello di contenere tanto le ambizioni sovietiche, quanto le iniziative dell’Egitto di Nasser e dei pan-arabisti, che venivano considerati dalla leadership turca dei filocomunisti.

Al tempo stesso, un altro fronte aperto era costituito da Cipro, che costituirà il maggiore motivo di frizione con il mondo occidentale e con la comunità europea. Nonostante il colpo di stato del 27 maggio 1960 che fece cadere il partito democratico, al potere dagli anni ‘50, e la nascita della cosiddetta seconda repubblica, la politica estera si mantenne legata ai suoi capisaldi: il legame con gli Stati Uniti e l’orientamento favorevole alle democrazie occidentali, che comportava di conseguenza l’ottenimento di aiuti economici e supporto militare. La Turchia non solo si riforniva di armamenti venduti dagli Stati Uniti ma dal 1957 furono installate basi Nato e postazioni di lancio per i missili a medio raggio Jupiter, vitali per l’equilibrio nucleare tra le due superpotenze. Tuttavia, il crescente costo delle spese militari, in particolare gli stipendi degli ufficiali dell’esercito, assieme ai privilegi garantiti agli americani nelle basi Nato, accrebbero le proteste e critiche non solo dei nazionalisti ma anche da esponenti della sinistra turca.

 

È proprio negli anni ‘60 e ‘70 che emerge l’appello per una Turchia indipendente e non allineata: queste istanze emersero per via di alcuni episodi che avevano dato come impressione la subordinazione degli interessi turchi agli obiettivi occidentali, come il ritiro dei missili Jupiter, a seguito degli accordi presi da Kennedy con Krusciov durante la crisi dei missili cubani, o le pressioni per rendere effettivo il divieto di coltivazione dei papaveri, che venivano usati in Europa e negli Stati Uniti per la fabbricazione di droghe pesanti, senza contare il tentativo di Enosis , di annessione da parte della Grecia dei colonnelli di Cipro. Con il ritiro delle truppe britanniche, Cipro manteneva una maggioranza della popolazione greca e una minoranza turca la cui convivenza era sottoposta a forti frizioni che esplosero quando dei gruppi filogreci tentarono di attuare un colpo di stato nel 1974 e dichiarare unilateralmente l’Enosis. La Turchia agì in maniera unilaterale e diretta effettuando uno sbarco militare il 20 luglio e occupando parte dell’isola e portando all’attuale situazione di stallo con la creazione del governo turco cipriota del nord.  Tale mossa isolò la Turchia a livello internazionale, gli Stati Uniti furono obbligati a imporre un embargo militare e Cipro si trovò spaccata in due. La politica estera turca in questi anni si dirigeva in direzioni parallele: da un lato si cercava di rimanere legati al mondo occidentale - nel 1964 il paese diventa membro associato della comunità europea, che diviene il suo principale partner commerciale cercando quindi di emanciparsi dalla dipendenza economica con gli Stati Uniti - dall’altro si tentò di approfondire i rapporti economici con il mondo arabo con Joint Ventures, nonostante la diffidenza che aveva provocato la posizione filo-americana e moderatamente filo-israeliana durante la guerra dei 6 giorni. Un ulteriore elemento di frizione con l’occidente era caratterizzato dall’emergere del terrorismo armeno, con attentati sul suolo europeo e americano contro obiettivi turchi, e dal riconoscimento da parte di alcuni paesi del genocidio armeno.

 

Con gli anni Ottanta si assistette a un intensificarsi dei motivi di frizione, soprattutto con l’Europa, per via delle iniziative di socialdemocratici, in particolare dei greci. Nel settembre 1980 l’ennesimo colpo di stato aveva comportato forti limitazioni dei diritti umani, limitazioni che raffreddarono i rapporti tra paesi della comunità europea e Turchia: nel 1981 fu sospesa la partecipazione della Turchia al Consiglio d’Europa e nel luglio del 1982 venne annunciata l’apertura di una inchiesta ufficiale sui diritti civili nel paese. Le relazioni commerciali con la comunità europea continuarono comunque ad approfondirsi. Dal 1983 vi fu un miglioramento dei rapporti con l’isolamento della posizione greca in senso alla comunità, che però vide un ulteriore raffreddamento dei rapporti, quando nell’aprile del 1987 la Turchia chiese ufficialmente di entrare a far parte della comunità.

 

La CEE non chiuse le porte alla richiesta turca ma la risposta venne percepita come un rifiuto, in quanto al posto dell’ingresso a pieno titolo nella comunità alla Turchia fu offerta solo l’unione doganale. Le trattative procedettero a rilento e con difficoltà per via delle norme europee sulla proprietà intellettuale e i carelli e il libero commercio, mentre la Turchia insisteva nell’ottenimento di una indennità finanziaria: nei primi anni novanta sembrò che la convergenza economica fosse vicina ma la recessione che colpì l’economia turca, contribuì ad arenare le già complesse trattative a cui si aggiunse il processo intentato contro i parlamentari curdi, nel quadro della  repressione del PKK, il gruppo terroristico curdo di matrice marxista che tenne in scacco i governativi per tutti gli anni ‘80. Nell’ottobre del 1994 una riunione del Consiglio d’Europa avviò il processo di espulsione contro la Turchia e i negoziati per l’unione doganale furono sospesi fino al marzo 1995. Alla fine, i protocolli necessari furono siglati ma la ratifica da parte del Parlamento europeo fu subordinata all’adozione di ulteriori provvedimenti di liberalizzazione politica e ad alcune modifiche costituzionali operate nel luglio ‘95. L’argomentazione di base verteva sulla speranza che la ratifica dell’unione doganale avrebbe impedito ai fondamentalisti, eredi del partito democratico degli anni ’50, di conquistare il potere, attraverso il maggior legame economico tra Turchia ed Europa. Ciò che avvenne, però, fu esattamente il contrario. L’idea che in Turchia l’unione doganale avrebbe contribuito alla democrazia e al rispetto dei diritti umani si rivelò priva di fondamento.

 

Per quanto concerne la regione medio orientale, il governo militare turco del 1980-83 vedeva con sospetto l’Iran khomeinista e temeva l’influenza sui gruppi islamici in Turchia, per via anche degli attacchi alla figura di Ataturk e al laicismo dello Stato. La Turchia si mantenne neutrale durante la guerra Iran-Iraq. l'Iran nel biennio '83-'84, complice anche l’embargo commerciale statunitense, era diventato il primo mercato per le esportazioni manifatturiere turche, ma al tempo stesso la Turchia consentì all’Iraq di ultimare oleodotti sul suo territorio: questi avrebbero permesso da un lato il facile rifornimento di petrolio alla Turchia, dall'altro avrebbero consentito all'Iraq di esportare petrolio via mare in maniera sicura, visto che nel Golfo Persico le petroliere irachene erano bersagliate dalla marina iraniana. Sul finire degli anni ’80, i rapporti con l’Iran migliorarono mentre quelli con la Siria e con l’Iraq andavano deteriorandosi per via della questione delle risorse idriche del Tigri e del progetto della diga sull’Eufrate: la Siria aveva bisogno di acqua per realizzare i suoi programmi agricoli e per osteggiare le iniziative turche iniziò a sostenere la guerriglia del Pkk.

 

Con l’occupazione del Kuwait da parte dell’Iraq nell’agosto 1990 la Turchia divenne uno dei più attivi sostenitori della coalizione Onu guidata dagli Stati Uniti: con la fine della minaccia comunista e la dissoluzione dell’Urss, la Turchia perdette il maggiore strumento diplomatico verso l’Cccidente che gli aveva consentito l’ingresso nella Nato e l’avvicinamento alla Cee. La partecipazione alla coalizione consolidava quindi lo status della Turchia come baluardo occidentale in Medio Oriente: come negli anni ‘50 l’ingresso della Nato venne facilitato dall’invio di truppe turche durante la guerra di Corea, l’ingresso nella Comunità europea sarebbe stata facilitata con l’intervento in Iraq. Tuttavia, la pessima performance militare di partner europei e soprattutto il sostegno statunitense alla componente curda irachena, con il rischio della costituzione di uno stato curdo indipendente, mostrarono come l’intervento in Iraq aveva generato più rischi che opportunità. Su insistenza degli alleati mediorientali, compresa quindi anche la Turchia, che non volevano smembrare l’Iraq né volevano uno stato curdo indipendente, gli Stati Uniti posero fine alla propria offensiva militare durante l’operazione Desert Storm, consentendo al regime di Saddam Hussein di poter reprimere l’insurrezione curda. Ciò portò a una fuga di massa di curdi in Iran e Turchia, che, per evitare di essere travolta da mezzo milione di profughi con i rischi che avrebbe comportato sul piano interno, chiuse le frontiere ai profughi attirandosi le critiche dell’opinione pubblica europea. La questione si risolse con la costituzione, nel giugno del 1991, dell’operazione di soccorso e sostegno ai profughi gestite dalle Nazioni Unite.

 

Con il crollo dell’Urss si aprivano per la politica estera turca nuove prospettive, per via della nascita delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale più l’Azerbaijan. Nella scena politica turca si parlò dell’arrivo di un “secolo turco” e di un “mondo turcomanno” che si sarebbe esteso dall’Adriatico alla grande muraglia cinese. La Turchia fu il primo paese a riconoscere a livello diplomatico queste repubbliche. Gli Stati Uniti avallavano questo attivismo turco con l’idea che il vuoto di poter lasciato dal crollo sovietico avrebbe potuto essere colmato unicamente dall’Iran o dalla Turchia, e solo quest’ultima avrebbe potuto porsi come modello di uno Stato laico multipartitico e con economia di mercato per i nuovi stati. Tuttavia, i sogni egemonici turchi si scontravano con l’integrazione e l’interdipendenza economica che le ex repubbliche sovietiche avevano con la Russia: nel 1990 tra l’80 % e l’86% delle esportazioni di questi paesi erano destinate al resto della vecchia Unione sovietica.

 

Inoltre, alcune di queste Repubbliche possedevano minoranze russe perfettamente integrate e in generale questi paesi avevano una cultura politica più vicina alla Russia che non alla Turchia: non a caso il principale concorrente di Mosca nell’area non era (e non è) Istanbul ma Pechino. Più concretamente la Turchia cercò di diventare un importante hub per i gasdotti e oleodotti del Caspio: nel 1999 fu siglato un accordo tra Turchia, Georgia e Azerbaijan per la costruzione dell’oleodotto Baku-Ceyhan, che dal 2005 sarebbe diventato la principale linea di rifornimento di petrolio dal Mar Caspio, con l’obiettivo di aumentare l’importanza del fattore turco nei rapporti con Europei e Americani, fornendo una fonte energetica alternativa al Medio Oriente. Nonostante le roboanti proposte panturaniche che limitarono l’incisività della diplomazia turca in quelle aree, come quella di chiedere un seggio semipermanente al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in quanto portavoce delle genti turche, la Turchia si ritagliò uno spazio concreto come chiave per i rapporti tra Europa e Asia centrale. Inoltre, nel 1992 riuscì a costituire l’Organizzazione per la Cooperazione Economica del Mar Nero con l’intento di sviluppare i rapporti nella regione del Mar Nero, oltre a riallacciare i rapporti con Bulgaria, Macedonia, Albania e nell’ex Jugoslavia con Bosnia-Erzegovina e Kosovo.

 

Il nuovo millennio vede in Turchia l’ascesa dell’AKP e della sconfitta dei kemalisti e dei filo-occidentali: il nuovo governo che si insediò nel 2002 si trovò di nuovo nella stessa situazione del decennio precedente con la presenza corposa del dossier europeo e quello mediorientale. Nel dicembre del 2004 la Turchia riuscì ad ottenere l’accesso ai negoziati per conferire alla Turchia lo status di paese membro trattative che iniziarono tuttavia solo l’anno successivo e rappresentò il coronamento di 40 anni di politica di avvicinamento all’Europa. Tuttavia, questi avvicinamenti si arenarono in primis su Cipro: oltre all’annosa questione dell’occupazione del nord dell’isola, la Turchia vedeva come fumo negli occhi l’accordo tra Cipro e Israele sullo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale. A ciò si aggiunse il crescere nell’opinioni pubbliche europee di diffidenza verso la politica di islamizzazione della società portata avanti dall’AKP, complice anche l’onda lunga dell’11 settembre, oltre alle violazioni di diritti umani adoperati nella repressione della minoranza curda. Questa serie di elementi contribuì a raffreddare nuovamente i rapporti, che divennero sempre più tesi dopo le richieste di fondi europei da parte del governo turco durante la crisi migratoria e l’intervento militare durante la guerra civile siriana contro i curdi.

 

I rapporti con gli Stati Uniti conobbero ulteriori frizioni quando in vista dell’intervento americano in Iraq nel 2003 la Turchia si rifiutò di consentire il transito di truppe sul suolo turco: agenti turchi vennero arrestati nel nord dell’Iraq mentre il governo statunitense fece sempre più affidamento con i leader della regione autonoma curda. Questa progressiva rottura rispetto ai tradizionali alleati rifletteva le posizioni del teorico della politica estera del nuovo governo turco, e futuro ministro degli esteri, Ahmet Davutoglu: nel 2001 pubblicò il libro Profondità strategica, dove sosteneva che la Turchia aveva il potenziale per diventare non solo un protagonista su scala regionale ma anche un attore politici sul piano globale, ma non aveva colto questa opportunità per la politica orientata unicamente all’Occidente.

 

Grazie alla profondità strategica turca, ossia alla sua posizione geografica e alla sua condizione di erede storico e successor dell’impero ottomano, la Turchia poteva aspirare ad essere la guida naturale dei Balcani del vicino oriente e del nord Africa, aree occupate in passato dagli Ottomani. Secondo questa teoria, la Turchia avrebbe dovuto utilizzare la propria forza economica e la posizione di paese musulmano democratico come modello, il fulcro del soft power turco, per porsi come garante di una “pax ottomanica” in Medio Oriente, in altre parole fungendo da elemento stabilizzatore nella regione: solo così sarebbe stato l’interlocutore naturale di grandi potenze come Stati Uniti e Cina. Per consentire questa "pax ottomanica" si rivelava quindi necessario che la Turchia adottasse la cosiddetta politica a problemi zero, consistente nell’evitare frizioni con i paesi confinanti e nell'impegno a trovare una soluzione ai conflitti in corso, da quello israelo-palestinese a quello in Somalia. E nel primo decennio del nuovo millennio la politica turca verso il Medio Oriente rifletteva questa impostazione: programmi culturali, sostegno alle comunità musulmane e turcofone, erano alcuni degli elementi del soft power di questo “neo-ottomanesimo”.

 

A livello politico la Turchia assunse nel 2008 una posizione filopalestinese, portando a un peggioramento dei rapporti con gli Stati uniti, e con le primavere arabe del 2011 tentò di porsi come modello per i movimenti islamisti moderati che avevano conquistato il potere, come i fratelli musulmani egiziani, oltre a sostenere le forze sunnite nella guerra civile siriana. Nel giro di pochi anni tuttavia gli unici attori con cui possedeva rapporti cordiali erano il piccolo Qatar e il gruppo palestinese Hamas: la vicinanza agli islamisti aveva alienato le componenti più filo-occidentali del mondo arabo e la caduta della fratellanza musulmana egiziana aveva causato la perdita di parte della capacità di penetrazione che sembravano così promettenti a inizio decennio, visto che i sauditi favorevoli alla loro rimozione riuscirono a isolare la Turchia nel mondo sunnita con l’eccezione del Qatar. Inoltre, l’intervento contro la Siria aveva portato a un ulteriore peggioramento dei rapporti con l’Iran e il mondo sciita, il che sommato al peggioramento dei rapporti con Stati Uniti ed Europa ha portato la Turchia a un sostanziale isolamento internazionale.

 

La politica estera turca degli ultimi anni sconta l’elemento che è al tempo stesso la forza e il limite della sua proiezione esterna: la Turchia è un attore molto importane sulla linea che divide l’Europa e il Medio Oriente, ma, parafrasando Erik J. Zürcher, non fa parte pienamente né dell’una né dell’altra e quindi di volta in volta fa parte dell’una o dell’altra.

 

 

  

Per saperne di più:

 

Erik J. Zürcher, Porta d’oriente storia della Turchia dal Settecento a oggi, Donzelli editore, Roma, 2016

Aras Bülent. Davutoğlu Era in Turkish Foreign Policy, SETA Policy Brief, May 2009, Brief No: 32

 

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