17 giugno 2019

L’interpretazione giudiziale come processo dinamico

di Francesco Ribezzo

L’azione tra ‘essere’ e ‘dover essere’

 

L’interpretazione è un fenomeno dinamico. A suggerirlo è la stessa etimologia (inter-, indicativo di una posizione di mediazione, e praes, implicante un agire positivo) che individua nell’interprete un soggetto teso fra tre scansioni temporali: il passato come momento di posizione della norma; il futuro come parametro di riferimento per la logica del ragionamento seguito, che deve proporsi come valido raffronto per successive interpretazioni; il presente come contesto sociale, economico e politico, luogo delle relazioni che colorano di significato le attribuzioni di senso operate dall’interprete.

 

Cosa vuol dire che l’interpretazione domina la legge? Dalla constatazione che interpretazione ed applicazione del diritto sono operazioni intimamente legate, quali conseguenze derivano? Il dinamismo dell’interpretazione trova riscontro nelle finalità essenzialmente pratiche che lo ispirano, nell’esistenza di casi concreti da regolare e che richiedono una azione specifica. La scienza del diritto, intesa come conoscenza applicata risolutiva di conflitti, vede nella controversia la propria fonte di produzione e un ambito precipuo di intervento dell’interpretazione: proprio laddove sorgano dubbi interpretativi si aprono spazi per una visione nuova del mondo. La concezione dell’interpretazione come actio duplex permette di superare il dualismo tra norma e fatto e di sottolineare il valore eminentemente pratico del diritto-pratica sociale.

 

Può definirsi interpretazione l’attività intellettuale e l’«atto di volontà creatrice» (Gustavo Zagrebelsky, Diritto allo specchio) che associa ad espressioni linguistiche – i significanti – un senso, un significato inevitabilmente calato in uno specifico contesto sociale. Quest’ultimo al pari del diritto, inteso come pratica sociale volta alla risoluzione di problemi, vive di relazioni che il tempo muta costantemente, aprendo orizzonti che nelle società multiculturali odierne si colorano di esperienze talora molto diverse nei luoghi e nei tempi, anche se estremamente prossimi.

 

Spesso si è avuto occasione di riscontrare la ricorrenza di espressioni come ‘fine dello Stato’ od anche ‘fine della storia’. Esse paiono espressioni emblematiche di una crisi che avvolge l’istituzione giuridica fondamentale, l’unica capace di permettere allo spirito hegeliano di mostrarsi davvero come «Spirito del tempo», minando direttamente le fondamenta dello strumento chiave che consente il suo farsi nel mondo: il diritto e le sue fonti (Paolo Grossi, Ritorno al diritto).

 

Dinanzi a quello che Paolo Grossi definisce lo «scotimento concettuale di un vero e proprio terremoto teorico e pratico» che ha investito interi settori dell’ordinamento giuridico, con il parallelo e conseguente espandersi del ruolo del giudice, a fronte dell’incapacità dell’odierno legislatore di rispondere prontamente alle necessità di un mondo in costante divenire, l’interpretazione giudiziale ha riscoperto e riaffermato con maggiore forza la propria centralità, traendo nuova linfa vitale dalle istanze di giustizia che al diritto sempre più pressantemente si rivolgono.

 

Nel discorso giuridico dominante si sostiene che l’interpretazione domina la legge, poiché a differenza delle leggi naturali, che sono conoscibili, le norme giuridiche possono essere solo ri-conosciute (Claudius Ewald Messner, Orientamenti del diritto). Il valore pratico-dinamico del diritto, che l’espressione appena citata sottolinea, consiste propriamente nel nesso inscindibile tra applicazione ed interpretazione, con la consapevolezza che «alla discrezionalità corrisponde un certo grado di creatività» (Zagrebelsky): la teoria classica dell’interpretazione può ormai ritenersi superata. Qui sorge tuttavia la necessità di un controllo metodico dell’attività dell’interprete, al fine di limitarne l’attività esuberante.

 

Per Foucault, è l’autore del testo ad essere garante dell’unità di senso ad esso attribuibile, in quanto sua origine e suo centro discorsivo. E, in effetti, «l’interprete è vincolato al testo, ma è gravato anche da un altro vincolo, che gli proviene dai destinatari del messaggio: deve essere comprensibile, anzi, convincente. Ciò significa il dover ‘tenere in conto’ il contesto culturale in cui si svolge la ricezione» (Zagrebelsky), in un rapporto trilaterale tanto dal punto di vista spaziale – fra testo interpretato, interprete e destinatario dell’interpretazione –, quanto temporale – nel dialogo tra un presente che è il singolo caso concreto, tra un passato che è la norma posta e tra un futuro che accoglierà l’interpretazione. Tipica di concezioni strettamente legalistiche è la convinzione per la quale «la legge esige di essere obbedita senza essere interpretata», conformemente allo schema di una actio simplex che vede il giudice impegnato ad operare sulle norme «facendole discendere» sui fatti (Rodolfo Sacco, L’interpretazione,), quando «i principi pretendono, al contrario, di essere interpretati, in ragione della loro indeterminatezza ed elasticità» (Grossi).

 

Tuttavia non sarebbe possibile cogliere la natura intrinsecamente dinamica del processo interpretativo se non si superasse lo stallo di un simile approccio logico-legalistico e positivistico, riducente l’intera attività del giudice a mero sillogismo deduttivo, condannato dalla legge di Hume all’impotenza davanti all’incomunicabilità tra i due mondi dell’essere (i fatti) e quello del dover essere (le norme), se non pervenendo all’accoglimento di una visione più ampia, cristallizzata in una actio duplex. Con essa è possibile giungere ad una interpretazione che possa dirsi ‘riuscita’ ed al riconoscimento di una norma adeguata tanto al diritto, quanto al caso concreto ovvero ai «fatti umani», comprensibili «secondo categorie di senso e di valore» (Zagrebelsky).

 

Tali categorie costituiscono l’‘orizzonte delle aspettative’ (Erwartungshorizont), imprescindibili perché una decisione possa definirsi corretta e rispondente ai dettami della legge, della giustizia e della razionalità. Pure nella crisi della società post-moderna, è ancora la Costituzione, «complesso di valori capaci di costituire, cioè di fondare e nel tempo stesso stabilizzare, una esperienza giuridica» (Grossi) ad offrire i valori comuni e fondanti di una società e ad incarnare lo spirito di una azione che tenti di annullare quanto più possibile le distanze tra essere e dover-essere.   

 

 

Per saperne di più:

Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura dei testi Diritto allo specchio di G. Zagrebelsky, edito da Giulio Einaudi Editore s.p.a. (Torino), 2018 e Ritorno al diritto di P. Grossi, Editori Laterza (Roma-Bari), 2015.

 

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